E’ interessante, stare. E, dopo, restare.
Porta nel torrente della testa pensieri, immagini, ma soprattutto tumulti e desideri.
Cade lo sguardo attorno, si posa.
Non sono distrazioni, ma incontri col mondo, con altre immagini che ti pungono, ti spingono altri pensieri.
Il linguaggio dello sguardo che si posa sul fiume del mondo, è un parlare sempre schizofrenico, sono frasi, le più miste che ci siano, più delle vecchie case riaggiustate con piastrelle trovate qui e là, più delle coperte di lana rammendate dalle nonne, e non c’è un quadro uguale all’altro.
Sono pezzi di canzoni, impressioni su storie o rimasugli di sensazioni, sono le verità del non sensato, dell’imprevisto, sono le autostrade dell’immaginazione che si aggrappa a uno spillo, quel solo spillo tra i tanti che ci piovono addosso, e ne forgia la visione.
Sono pazzo? – ti chiedi a tratti.
La lucidità si toglie dai piedi, gli occhi del dentro, del profondo, si buttano su episodi eroici, ma più spesso deprecabili, sulle rabbie e le perversioni, e le cuciono al nostro vivere, solo per quell’attimo di estrema e cruda libertà, come un uscire ridicolo che ti concederesti giusto a carnevale, mai all’infuori.
Pezzi di visioni ti portano qui e là, s’intrufolano, ti lasci dominare, non vedi né senti nulla attorno a te.
A volte sei in un posto e in un momento solo per aspettare.
Cosa aspetti, tu lo sai bene. Ma non deve apparire.
Sta tra te e la persona, l’evento, il gesto che stai aspettando. E’ tutto nella tua testa, ma è come fosse nell’aria, e un po’ ti vergogni, di essere così spudorato, chi non se ne sta accorgendo?
Invece sei pensoso solo tu, ma resti, continui, calmo, silente.
Tutto in te grida. E tu, ancora, silente.
E’ la porta del rischio, della briglia sciolta, dove sai già di stare cullando il rimpianto, dove lasci accumularsi le ipotesi, i desideri, le azioni che potresti, ma non è il momento, che vorresti, ma non il caso, che avresti dovuto, e a quel punto sei già finito.
Ma aspetti.
Quante vite senza quella realizzazione, quel cogliere la bellezza, quel dare slancio e vita all’amore che può danzare. Quante labbra che si privano della reciproca freschezza, dell’emozione dei corpi, quanti occhi spalancati e pur chiusi, ripetutamente, all’incontro speciale, al contatto d’amore che potrebbe essere.
Chi siamo?
Uomini e donne e ragazzi e bambine, vecchi e anziane, volti e corpi, vite e sguardi…
Siamo azioni e possibilità, direzioni e passi, pensieri nel buio e spiriti vaganti.
Siamo orizzonti che restano tali, e nubi sopra il sole, ignare, e pezzi di nature morte o vive, calde o fredde, di robot o viandanti.
Siamo domande appena espresse, risposte sottointese, balbettii opachi dal tono timido o rancoroso.
Siamo sorrisi nel vento e luce che si spande, fiamma tremula e alba imminente.
Siamo cuori che passeggiano soli per incontrarsi al primo angolo, tra pietre consunte e rampicanti in fiore.
Ed è un attimo o sono molte ore quando tutto ciò scorre nella mia testa, si specchia nel fondo dei miei occhi, spirito cavo a riecheggiare commozione e speranza, fuoco amico e ancora desiderio, mentre il sole tramonta dietro le barche, in bocca al mare.
Rimango lì, assorto, lambito ancora poco dalla luce del vespro.
Che bello, stare. E, dopo, restare.
E’ dare spazio allo sguardo, e nello sguardo canta lo spirito, scorre il mio fiume.
Mi ricordo della corsa, lì fuori, a pochi passi. Aspetta me per trascinarmi su e giù, tra le strade e la gente, alla ricerca di molto, di troppo.
Mi giro attorno, piano.
Aspetto.
Sono pazzo? – ti chiedi a tratti.
E continuo a passeggiare.
Genova, 20 febbraio 2012
Io l’avevo detto che volevo fare il campanaro.
E mi ci portavano anche, a suonare le campane.
Dove c’erano ancora quelle a corda, nelle chiesette di campagna, alla penombra di polverosi campanili di pietra…
Poi le campane elettriche hanno preso il sopravvento dappertutto, ed è svanito il senso, anche il ricordo, della parola “campanaro”.
Mi divertiva appendermi alle campane lasciandole sballottarmi su e giù mentre in giro rimbombava il suono potente del battacchio di ferro; mi piaceva fermarmi incantato e un pò stordito dall’echeggiare lungo e ubriaco del rintocco nell’aria.
Mi aggrappavo a corde e campane di ogni dimensione, anche più piccole della mia mano, con la gioia e l’entusiasmo di quando, nel bosco, mi appendevo alle liane per fare Tarzan. Poi un giorno la mia liana preferita si era rotta all’improvviso, ed io ero sbattuto a terra malamente, tra foglie e rami.
Così nessuno si preoccupava più delle campane: faceva tutto l’elettricità.
Le campane sono state nella storia un grande, unico mezzo di comunicazione. Una sorta di medium di massa ante litteram, un linguaggio a sé, molto più trasversale dell’essere associato solo alla cultura cristiana (dalle torri comunali, alle cittadelle fortificate, al gong cinese).
Il rintocco che dall’alto parla a tutto un villaggio, a tutta una città, a una vallata o regione intera, era qualcosa di fondamentale: pubblicava la morte di qualcuno, l’elezione di un re, esortava alla difesa da un attacco imminente dei nemici, spandeva la gioia della vittoria o annunciava l’inizio del giorno di festa.
E chi padroneggiava l’autorizzazione, poi sempre più l’arte di far parlare questi piccolo e grandi media di pesante bronzo, si trovava la responsabilità del comunicatore, la scelta dei tempi, dell’intensità, della ripetizione, del segnale, della chiarezza, della copertura.
Il suono della campana diventava grido nel vento, musica nel silenzio, mischiandosi ai colori del cielo e al volo delle rondini. Loro, le signore dell’echeggiare, forti come le pietre e le travi di legno che le sostenevano.
Loro, richiamo al lavoro e dal lavoro, maestre precise dei tempi del giorno, dei giorni della settimana, delle feste dell’anno. Urlatrici di pericolo e gioia, compagne di vita della gente, centro di paese e di popolo.
Io volevo fare il campanaro.
Guardare il cielo, chiamare le persone, raccontare la vita.
Volevo causare quello stesso suono ondulato capace di catturarmi dal nulla, e di fermarmi a sentire il battito del tempo, della natura, del mio cuore.
E non pensiate di avermi sbriciolato il sogno, con la vostra comodità, la vostra elettricità che ha inquinato il mondo e riempito di rumori le città, oscurando le stelle di fari.
Non pensiate.
Ci sono tante altre campane da suonare, tante corde cui appendersi, tanti cieli in cui spandere suoni e parole per gli uomini. E io desidero ancora suonarle, in tutte le forme e nelle intensità che scoprirò e inventerò sulla mia strada.
Avevo tre, quattro anni.
Io l’avevo detto che volevo fare il campanaro.
E un giorno, credeteci, lo farò.
Giandil
Persi, 8 aprile 2012
Questo racconto di un fatto reale mi è stato chiesto da padre Alberto Remondini SJ per il foglio trimestrale di San Marcellino ONLUS, che si occupa di persone senza dimora a Genova.
Salgo sull’autobus con la chitarra a tracolla, fuori è buio. Mi aspetta una festa del sabato sera, amici, musica.
In fondo sta seduto un poveraccio, capelli bianchi incrostati di sporco, barba incolta. Si rifugia sotto una sudicia coperta di lana, ingobbito, sguardo perso. Il suo odore allontana tutti quelli che salgono, schifati. Con le cuffie nelle orecchie, lo fisso e mi interrogo, ancora una volta. Come è possibile? Come fare?
Una signora inizia a scalpitare: non è possibile! Deve scendere! Un’altra le dà man forte. Basta, mandatelo via, tutte le settimane la stessa storia!. Lui è qui, signora, sente tutto – penso sbigottito. Come può infierire così?
L’aggressività aumenta. Non riesco a crederci, non riesco a muovermi. Lui laggiù non si muove, sepolto nella coperta.
Due trentenni “infighettati” se la ridono, di fianco a me. Le due indignate fanno fermare l’autobus, vogliono che l’autista chiami la polizia o lo faccia scendere.
L’autista è imbarazzato, dice di aver chiamato l’ambulanza, ma si deve stare fermi ad aspettare. La rabbia cresce ancora. Hanno tutti fretta, non sarà un barbone – dicono – a toglierci il diritto di viaggiare in orario e senza puzza.
Qualcuno gli va a riferire che sta arrivando l’ambulanza. Lui scende in fretta, senza una parola.
Tutti contenti, si può andare, problema risolto.
A quel punto mi sblocco, non so dire come o cosa.
Complimenti a tutti per l’umanità. Se scende lui scendo anch’io.
L’autista non ha capito: guardi che stiamo ripartendo. Non è per me, dico. E’ per “lui”.
Mi ritrovo in strada, non so neanche dove. Quanto ci vorrà a piedi per Nervi?
Indugio, vorrei dire due parole a quell’uomo sotto la coperta. Almeno incontrare il suo sguardo.
Cosa vuoi, mica parlavano di me, vattene un pò, sbotta lui.
Mi avvio stranito. Come è possibile? Come fare?
Per un istante sono tentato di pentirmi: io l’ho difeso e questo mi scaccia, vada a quel paese.
Ma è un istante solo.
Poi mi abbandono, tra strade e luci e rumori del crepuscolo, all’idea che forse è questa la “perfetta letizia”.
Giandil
Manca un giorno alla partenza.
Mentre qui le giornate fioriscono di verde e passeggiate al sole, nel pieno della primavera prepotente, ci apprestiamo a guadagnare il nord, la Polonia.
A circa un’ora da Cracovia, stanno i campi di sterminio fino ad ora conosciuti nei libri di storia, nei racconti e nei film, nelle parole grevi degli anziani.
Ad Auschwitz, c’era la neve… Così dice la canzone.
Al termine di un nuovo inverno, chissà se ne troveremo ancora, di neve.
Chissà se ritorna ogni anno tentando di coprire ciò che era, ciò che è stato.
Dev’essere neve bianca come le ossa, umida di sudore, del gusto del sangue.
Ad Aushwitz, tante persone… Si dice ancora.
Persone arrivate e mai più uscite, persone fuggite, persone sconvolte, persone sopravvissute.
E oggi?
Persone che vanno, si fermano, posano lo sguardo attonito, e ritornano, oltre.
Ha ancora senso passare per questi luoghi, senza la voglia naturale di dimenticare, di rimuovere, di voltare pagina?
Oggi che la memoria di chi ha vissuto quel tempo svanisce, sbiadisce, evapora come neve al sole di ghiacciai consumati dal tempo…
C’è un senso nella scelta dell’uomo di tornare nel luogo simbolo dell’insensatezza e dell’orrore umano?
Questo ci dirà, ancora una volta, il viaggio.
Ce lo diranno i passi, i volti esposti al vento, là dove oggi stanno vecchie betulle, muri freddi, spazi vuoti.
E un solo, grande silenzio.
Pubblico qui il testo scritto per il concorso “Inchiostro a volontà” indetto nel novembre 2011 dal giornale studentesco dell’Università di Pava “Inchiostro“. Sul tema “Resto o vado via?”, una libera riflessione in forma di dialogo interiore, immaginandomi al momento cruciale in cui scegliere se restare o se partire per sempre.
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“PIU’ SCURA E’ LA NOTTE,
PIU’ SPLENDENTE E’ L’AURORA”1
Il bispinho (2), come dom Helder Camara veniva affettuosamente chiamato in Brasile, deve esserselo domandato parecchie volte.
Resto o vado via?
La stessa Oriana Fallaci, nel corso della lunga intervista che gli fece nel 1979, non faceva sconti: “quel muro crivellato di proiettili poco si adatta ad un convento…”
Ho passato l’estate a leggere di queste cose. Di dom Helder. Osservando attorno a me, nell’Italia del 2011, ogni cosa accadere, e non cambiare nulla. Ogni telegiornale aprire con “giornata decisiva”, e tutto continuare. Peggiorare. Decomporsi.
E anche io, in contesti e ruoli ben diversi, domandarmi.
Resto o vado via?
Talvolta con rabbia, o con curiosità, troppo spesso con quella rassegnazione indifferente di chi palpa la propria impotenza e, spossato dall’assurdità, semplicemente, attende. A vent’anni?
Helder Camara era un nome che sotto dittatura divenne impronunciabile. Mediaticamente annullato. Solo. Povero per scelta. Pastore itinerante per un mondo di troppo ricchi e troppo poveri, con un solo denominatore: l’ingiustizia.
Qualche decennio dopo, ogni gesto liberatore, ogni parola forte di persone come dom Helder possono essere lette e contemplate ancora come pura profezia. In un mondo che i propri profeti riesce sempre a conciarli per le feste, dove non c’è spazio per i sogni e i futuri e le speranze, ho passato l’estate, tra viaggi e incontri, a scavare nella profondità delle parole di Camara.
Ingiustizia. Disuguaglianza. Repressione.
Masse impotenti contro blocchi indistruttibili.
Questo è. Questo vivo. Non nel Brasile di Camara.
Lo vivo qui, oggi, ora.
In altri termini. Con altri colori. Con diversa sofferenza.
***
Vado via.
Sì, non ho dubbi.
C’è un mondo che mi aspetta, là fuori. Un universo di persone.
Vado. E’ deciso.
Anzi, inevitabile. La non scelta che mi viene regalata, cui la mia mente e i miei occhi carichi di rabbie e delusioni si trovano costretti.
Via, via da tutto questo; via per dare uno schiaffo e sbattere la porta in faccia, a tutti quelli che mi hanno cresciuto per poi con sufficienza e meschinità mettermi da parte. “Non ti crederai di poter contribuire, di avere uno spazio, di essere considerato!”
Me ne vado anche in silenzio, non aspiro a proclami o scenate. Dovrei rinfacciare qualcosa, a chi? A chi di questo sistema è creatore, ed emargina il mio slancio? A chi mi costringe per sua ingiustificabile miopia a levare le tende?
Vado via. E vado perché non accetterei di passare alla violenza, come unica possibilità rimasta. Vado perché sembra esser tutto inutile di fronte all’ignoranza di tanti, e di fronte a chi – orgoglioso di alimentarla e spanderla – si arricchisce su di essa, risultando un vincente.
Come rispondere a un’insolenza che non tiene conto di alcun principio di convivenza, di coerenza, di buonsenso, e sentirsi malignamente giudicati e ricattati proprio su quegli stessi valori?
Come realizzerei me stesso in un luogo di finzioni, furbizie, strettoie esasperate, messe a sistema, disciolte in cultura comune?
Vado via per vivere almeno qualche tempo senza sentirmi osteggiato, frenato, non desiderato.
Vado e basta perché io devo pensare a me, al mio bene, a costruirmi una vita piena e costellata di ciò che amo, di ciò che il mondo ha da offrirmi, ben più che questo simulacro di paese.
***
Passeggiando tra le rovine del mio tempo, ripenso l’hobbit Sam in lacrime con il compagno Frodo, al limite delle sofferenze del viaggio: “È come nelle grandi storie, padron Frodo, quelle che contano davvero. Erano piene di oscurità e pericolo, e a volte non volevi sapere il finale, perché come poteva esserci un finale allegro, come poteva il mondo tornare com’era dopo che erano successe tante cose brutte? […] Ma credo, padron Frodo, di capire ora, adesso so. Le persone di quelle storie avevano molte occasioni di tornare indietro e non l’hanno fatto… andavano avanti, perché loro erano aggrappati a qualcosa”.
Noi a cosa siamo aggrappati?
Penso spesso di partire per cercare un luogo in cui sia bello aggrapparsi a qualcosa. In cui sia più facile credere, essere felici.
Dom Helder era felice di partire per le sue conferenze, per recitare con passione la sua Sinfonia dei due mondi nelle floride capitali dell’Occidente.
Ma tornava sempre. Tornava a stare tra la sua gente. Tornava sotto dittatura, innominabile, impubblicabile, annullato. E non abbandonò mai la sua casetta diroccata, le minacce di morte quotidiane e il sogno di un cambiamento, pronto a darsi per gli altri, a spendersi per amore, umile vicino ai piccoli e ad alta voce contro i sistemi ingiusti.
E io? La mia patria è diroccata, indebolita da crepe dove il marcio si è infiltrato in profondità. Ci siamo lasciati infiltrare anche noi, nel tempo, ogni volta che abbiamo rinunciato a conoscere e approfondire, ogni volta che abbiamo evitato di parlare, che siamo rimasti con le mani in mano, a guardare, a credere di cavalcare il cambiamento riducendolo ad un “condividi” su Facebook.
Anche la mia è una delle “grandi storie”? Lo sarà altrove, o proprio nel compiersi qui, dove ora è notte e nebbia?
Io non ho un anello da distruggere con la speranza che il mondo elimini il malvagio, che tutto torni com’era prima. Ho prospettive preoccupanti, faticose, scoraggianti. Ho il verosimile rischio che una casa così diroccata, sventrata e marcita contamini il mio percorso tarpandomi quel po’ di ali con le quali spiccare il mio volo.
Dove sono i miei “Sam” compagni di viaggio nella ricerca? Dove, la mia personale sinfonia dei due mondi?
***
Nei giorni che scorrono, dove la realtà avvolge di poche speranze e difficoltà angosciose, crescenti, mi fermo. Mi guardo dentro. Al di là delle cose che faccio, di cui mi riempio. Accarezzo e sento vive tra le dita del mio spirito emozioni, sentimenti, quelle sensazioni intime che ogni istante, ogni giorno, ogni attimo suscita in me. Che il mondo, le persone, le cose, il tempo fanno sbocciare in me.
Io non sono le cose che faccio. Io… Io chi sono?
Vorrei restare.
Vorrei restare per continuare a perdermi nei sorrisi dei miei genitori, al rientro da una settimana fuori per studio. Per la fatica di mio fratello, nel fare insieme latino i pomeriggi dopo scuola. Per le tante parole scritte che riempiono i miei scaffali, i miei libri, il mio pc e la mia testa. Vorrei restare per incontrare ancora gli occhi di mia nonna, incorniciati di rughe ed anni, traboccanti la gioia di una vita, l’amore per un vecchio navigatore ormai salpato su mari oltre questa vita, la sincerità di un affetto che nulla potrebbe abbattere.
Vorrei restare per quel nonno che mi raccontava della guerra e delle grandi navi sull’Atlantico. Per lui, e per tutte le persone che qui hanno dato la vita e qui mi hanno insegnato a viverla, e che ora mi accompagnano da cieli stellati, i loro sorrisi senza fine a darmi pace, nel profondo.
Vorrei restare per intraprendere ancora i sentieri dei miei monti, dove l’amicizia diventa forte e le persone si rivelano nella semplicità. Vorrei restare per osservare questa realtà difficoltosa che muta e mi interpella. Vorrei non dovermi mai accusare, tra tanti anni, di non aver mosso un dito.
Vorrei restare per costruire qualcosa di bello, di fertile per tutto ciò che cresce. Per le relazioni, gli affetti, gli impegni e i sogni. Vorrei restare non perché il mondo mi spaventi e non osi affrontarlo, ma perché è da qui che voglio partire, qui, ogni volta, fare ritorno.
Vorrei restare per piangere e ridere ancora con i fratelli di viaggio che ho avuto in dono, ma ancor più per tutti coloro che non ho incontrato, che non ho amato, e che vorrei poter raggiungere, passo dopo passo, nei molti anni a venire.
Vorrei ascoltare ancora le canzoni di questi luoghi, sentire accendersi il mio cuore, proseguire il mio canto su questi sentieri, per come sono, per ciò che sono stato, per chi sarò.
Ecco perché resto.
Per imparare ad amare te, chiunque tu sia, e attraversare insieme la lunga notte verso la prossima aurora.
1 Helder Camara – La sinfonia dei due mondi
2 “Vescovino”