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Canto del Ramingo

Cammino e spiritualità sui sentieri di Giandil

Val Borbera, come nasce un cammino sociale #3

Ieri sopralluogo sulla sesta tappa del futuro Cammino Sociale della Val Borbera, tra Dova e Borassi passando per Gordena, Canarie, monte Bossola, Vergagni, Montemanno. Quasi 20 km di dolce saliscendi con i colori che il sole di questa stagione sa regalare.
Grazie a Irene e Roberto compagni di cammino.
A piccoli passi tracciamo un semplice e ambizioso progetto collettivo per ricucire e riproporre una valle sorprendente.

Il progetto è quello di sviluppare e promuovere un cammino sociale in Val Borbera, ovvero un itinerario da percorrere a piedi in 7 giorni, studiato per fare incontrare al camminatore non solo le bellezze paesaggistiche e storiche, ma anche le realtà virtuose che abitano (ancora o di nuovo) la valle: cascine, associazioni, realtà culturali, singole persone che valorizzano un rapporto sostenibile con l’ambiente ed un amore per le storie che la valle sa raccontare. Quelle realtà che resistono e rilanciano aprendo prospettive di un futuro possibile, e migliore.
Il cammino sfrutterà sentieri esistenti e vecchi sentieri recuperati, incontrerà paesi e borghi, si appoggerà alle strutture ricettive ma consentirà anche la sosta in tenda. Sarà accessibile e non solo per esperti del trekking, percorribile in tutte le stagioni dell’anno. Racconterà storie del mondo contadino, delle battaglie partigiane, dei castelli feudali, delle ere geologiche. Sarà un incontro con la purezza sacra del torrente Borbera. E infine, sarà presentato e promosso attraverso una narrazione precisa, unitaria, tematica, per intrigare e attrarre non solo chi cammina per camminare, ma tutti coloro (e in Europa sono sempre di più) che riscoprono i cammini come strumento di conoscenza profonda, vitale, esistenziale dei territori a passo lento, immersione in un altro modo di vivere, esperienza di piacere e di impegno che segna e arricchisce la propria vita.

Le parole di Irene Zembo: “Da uno studio di Giacomo D’Alessandro è nato un nuovo progetto: un “Cammino Sociale” in Val Borbera. Oggi, con Giacomo e Roberto, genovesi con “base a Persi”, abbiamo esplorato una delle zone meno battute dagli escursionisti delle nostre valli: i crinali tra le valli Gordenella e Sisola, al fine di valutare e mappare una delle possibili tappe del Cammino Sociale. Giacomo cammina, scrive, comunica, suona e […] questo splendido progetto si inserisce perfettamente nel fermento sociale, culturale, sportivo, agricolo e spirituale che sta vivendo il nostro territorio.

Lettere da mio nonno – su LiguriTutti

Su LiguriTutti sto ripubblicando in versione aggiornata e riveduta i racconti di mio nonno Egidio D’Alessandro, navigatore genovese vissuto tra il 1928 e il 2006. Per ricordare da dove veniamo, come stiamo cambiando, e riflettere su dove vogliamo andare.

1. Così affondò l’Andrea Doria

Caro Giacomo, riprendiamo i miei ricordi di vita sul mare. Questa volta devo con molta amarezza rievocare il naufragio dell’Andrea Doria, la nave regina (così chiamata per la sua bellezza) dove mi trovavo imbarcato il 25-26 luglio 1956, esattamente cinquant’anni fa. L’Andrea Doria era l’ammiraglia della flotta passeggeri, e partì da Genova il 17 luglio…  Leggi tutto

2. Quando venne la guerra

Prima della guerra era usanza che i ragazzi nelle vacanze estive venissero mandati in bottega a imparare alcuni mestieri, così da facilitare la ricerca di un lavoro una volta finiti gli studi. Per le famiglie era importante che i figli imparassero a contribuire alle spese domestiche. Così iniziarono i miei primi impieghi… Leggi tutto

3. C’era una volta il pallone

Prima della guerra quando ero bambino ho vissuto giorni indimenticabili. Mio papà era imbarcato sul Rex, la più grande nave passeggeri degli anni ’30-’40, e quando arrivava dall’America portava sempre la cioccolata. Una volta portò un fonografo con i dischi, il cui motore funzionava a manovella, e noi passavamo ore a suonarlo… Leggi tutto

4. La mia vita sull’oceano

Il mare, il mio mare, la mia vita sul mare. Sono tre cose ben distinte, che uniscono la gran parte della mia vita. E’ bello oggi, a ventisei anni dal mio ultimo imbarco, alzarmi la mattina e vedere dalla finestra il porto, e più lontano il mare. In un attimo mi riappaiono come in un sogno tutte le partenze e gli arrivi che hanno caratterizzato la mia vita e anche quella della mia famiglia… Leggi tutto

5. Ti racconto i miei caruggi

Oggi si parla tanto di Centro Storico, e quasi sempre se ne parla male. E’ difficile gestire un quartiere fatto di vicoli stretti e scuri dove si affacciano birrerie e cantine aperte tutte le notti. Io ti voglio parlare del mio Centro Storico, dove sono nato con le mie sorelle e i miei fratelli. Allora si chiamava solo “i caruggi de Zena” ed era un quartiere vivo, bello, pieno di gente e di negozi, con i bambini che si rincorrevano giocando nelle piazzette tra i vicoli… Leggi tutto

6. Caro nonno, oggi saresti contento | di Giacomo D’Alessandro

Dieci anni dopo la tua dipartita da questa vita, devo ancora ringraziarti per tutti i racconti coni quali mi hai cresciuto. Oggi che da quattro anni vivo in questi caruggi a te così cari, a poche decine di metri dai luoghi della tua infanzia, voglio dirti che saresti contento di passeggiare con me in una realtà nuova, dove non scompaiono le difficoltà, ma risorgono le speranze. Saresti contento di vedere le belle cose realizzate dalle reti di associazioni in quartieri prima considerati off limitsLeggi tutto

***

Un ringraziamento a Ferruccio Sansa e Marco Preve per aver voluto valorizzare questa serie di testimonianze, che sono un pezzo della mia vita e offrono uno sguardo autentico sulla nostra Genova. G.D.

Tra queste cime. A teatro il 15 ottobre

Nella grotta di Byron a Portovenere

Vi è un piacere nei luoghi inesplorati
e un’estasi nelle spiagge deserte,
vi è una compagnia che nessuno può turbare
presso il mare profondo,
e una musica nel suo ruggito…
G. Byron
 

Val Borbera, come nasce un cammino sociale #2

Da Cosola a Carrega passando per Daglio e il Mulino del Pio. Sopralluogo su parte della quarta tappa del Cammino Sociale del Borbera. Queste case furono sede del commando partigiano dell’alta valle. Una signora mi riporta i racconti di suo padre, quando di giorno si era costretti agli ordini dei nazisti e di notte si aiutavano i partigiani. Un’altra mi spiega come raggiungere un borgo abbandonato nel folto della foresta, dove nacque sua nonna. A Daglio una coppia mi invita a pranzo, mentre mi racconta che il vecchio mulino negli anni cinquanta produceva energia elettrica per tutti. Tre uomini su un carro ripongono la legna per un nuovo inverno. Una signora rumena aggiusta la recinzione dell’orto, mi saluta con un sorriso. Dice che è bello qui, è contenta di aver trovato casa. Cadono poche gocce da un cielo che abbaia ma non morde. E come sempre il vento fa il suo giro.

venerdì 15 settembre 2017

Val Borbera, come nasce un cammino sociale #1

Oggi sopralluogo sulla terza tappa del Cammino Sociale del Borbera. Sei ore di trekking da Albera Ligure a Cosola. Nel paesino di Teo in Val Borbera è nata la nonna materna di Jorge Mario Bergoglio. Qui un’anziana coppia mi invita in casa a prendere il caffè e mi racconta come si viveva quando non c’erano strade, macchine e neanche denaro. Mi spiegano dove imboccare le vecchie mulattiere oggi in disuso. Loro una volta le facevano anche di notte, per andare nei paesi dove si ballava. Oggi qualche giovane torna alla terra, ma la via del ritorno alla natura è ancora lunga e audace. Forse un cammino sociale può riportare a scoprire questa vita, questa pace, e incoraggiare chi è rimasto o ritornato, ad andare avanti, ad aprire prospettive condivisibili. Questa è la speranza di ogni mio passo.

giovedì 14 settembre 2017

Un diario mosaico dal Sud America

Sul blog di Asiel&Giandil http://diarionomade.it stanno uscendo i racconti fotografici del nostro recente viaggio in Sud America. 60 giorni tra Colombia, Ecuador e Perù, visitando progetti sociali e ambientali.

Un’immersione nomade straordinaria in un mondo lontano ma vicino, dove forte è la tentazione di fermarsi a trascorrere un pezzo della propria vita. Scorrete i racconti usciti fino ad ora, le foto di copertina, le gallery dell’Amazzonia e quelle delle periferie urbane… Trovate tutto qui

 

Accogliere ed essere accolti

Un Ramingo vive per accogliere e ad essere accolto. E’ l’atteggiamento e l’orizzonte che dà senso alla sua esistenza. E’ la pratica di fondo che la illumina, e che genera ogni altra pratica. Questo motto contiene in sé e giustifica tutti i principali caratteri dell’essere Ramingo.

Accogliere implica un’apertura d’animo; una disponibilità all’ascolto; una piacevolezza dell’incontro; un impegno nel servizio. Implica l’apertura all’inatteso; ai bisogni; alla diversità; alla compassione e comprensione.

Accogliere implica avere un luogo in cui accogliere. Può essere il proprio stesso animo, quando si è nomadi. Ma può e dev’essere anche un luogo fisico, un proprio riferimento, auspicabilmente un luogo di comunità, di vita, di coinvolgimento ma anche di riposo e pace.

Accogliere implica la disponibilità al cambiamento e alla contaminazione, di continuo, per tutta la propria vita. Ma implica anche una solidità interiore; una serenità di fondo; una libertà dalle angosce e dalle paure di sistema; queste tre dimensioni rendono infatti possibile essere aperti, raggiungibili, consenzienti all’accoglienza, che non avviene mai in condizioni ideali, che costa sempre qualcosa in fatto di tranquillità. Solo lasciando consapevolmente sguarnite le difese dell’istinto e dell’egocentrismo, ci si fa accoglienti in qualunque situazione.

Il Ramingo cerca la comunità e la meditazione interiore, ovvero la vita con gli altri e la vita con se stesso; il Ramingo cerca la povertà e la semplicità conviviale, rifiuta la logica dell’accumulo e del controllo ferreo; e così facendo impara continuamente a vivere per accogliere. A partire dall’accoglienza si apre all’inatteso e al servizio di quell’umanità che ha bisogno di essere accolta.

Il Ramingo è per natura, richiamo e scelta un viandante del mondo, a partire dal proprio luogo, e dunque vive per essere accolto.

Essere accolto implica il nomadismo, il gusto di mettersi in viaggio e in cammino, non con potenza che rende protetto né con ricchezza che rende autosufficiente; il viaggio si realizza con semplicità, con esplicita dipendenza da chi si incontra, da chi abita i luoghi in cui si transita.

Essere accolto implica la disponibilità ad essere debole, per sperimentare di aver bisogno dell’altro, per godere della gratuità del bene altrui. Ma implica anche la volontà di essere forte, di adattarsi alle situazioni più spartane, di muoversi in territori inesplorati e non sicuri.

Essere accolto implica la volontà di entrare in punta di piedi, temporaneamente, nelle vite altrui, per gettare uno sguardo gentile e curioso su come vivono e scelgono di vivere altre persone, altre comunità. E’ la minuziosa e infinita accumulazione di un tesoro nomade, quello che allarga il cuore di chi viaggia con esperienze, testimonianze, racconti, silenzi, gesti, ricordi, verità.

Essere accolto implica un cammino per diventare amichevole, amabile, di supporto e di compagnia per chiunque accolga. Implica la capacità di individuare le persone disponibili all’ospitalità, e di suscitarla in chi non è solito adottarla. Implica la voglia di interessarsi alle vite degli altri, al loro stato d’animo, alle cose importanti della loro vita, da ascoltare, di volta in volta, accompagnandole nel tempo. Implica anche però la capacità di stare da solo, essere autonomo e poco invadente, per non pesare eccessivamente sulla quotidianità di chi ospita.

Il Ramingo cerca la sua vita e la sua verità tra la fatica di diventare accogliente e il desiderio di essere accolto. E’ il suo modo di mettersi a servizio degli altri: non per quello che fa, ma per quello che è. E’ il suo orecchio per ascoltare la realtà e la vita che scorre. E’ il suo sorriso per offrire attenzione e incoraggiamento con completa gratuità. E’ la sua lucerna per creare comunione tra piccole luci disperse in grandi distanze. E’ la sua fragilità per farsi piccolo e diventare accessibile e bisognoso di relazione. Il Ramingo vive per accogliere e per essere accolto. Per stare fermo, e avere un luogo da chiamare “casa di tutti”. Per stare in movimento, e avere un mondo di sentieri e rifugi da chiamare “casa propria”.

Giandil

Mani e piedi nella terra in Val Borbera

Qualche giorno fa si è svolta in Val Borbera la quinta edizione di Boscadrà, una festa rurale suggestiva, intima ed essenziale. La organizza da alcuni anni il collettivo di Cascina Barbàn, due coppie giovani tornate alla terra con idee creative e visione del mondo, insieme ai ragazzi del Borberock Summer Festival. Sul pianoro della cascina, poco sopra Albera Ligure, oltre 400 persone si sono ritrovate in allegria, sedute sui prati o sotto qualche tendone, ad assaggiare piatti tipici e ad ascoltare musica dal vivo, cimentandosi con le danze popolari tradizionali al suono di piffero e fisarmonica. Arrivando da lontano, all’imbrunire, sembrava di scorgere un antico borgo come in una palla di cristallo: in un panorama scuro, di colli e boschi notturni, senza alcuna luce artificiale, spiccava al centro questo angolo di mondo allegro, gioviale, illuminato da file di lampadine appese tra una tenda e l’altra.

Le persone si sono portate una tazza per prendere da bere. Nulla di superfluo, nulla di stupidamente inquinante al Boscadrà. Il bagno è stato creato sopra una fossa biologica per trasformare tutto in concime per la terra. La notte un folto gruppo si è ritrovato alle 3.30 per una camminata notturna e silenziosa a vedere l’alba sul monte Giarolo, dove era previsto un concerto acustico. La mattina all’alba il sole ha ricoperto quasi 100 tende disseminate tra i frutteti della cascina. E la giornata è ripresa con una tavola rotonda sul camminare in Val Borbera, come prospettiva e realtà, come via di rilancio lento, naturale, sociale di una valle dimenticata…

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Camminata sociale a Rocchetta Ligure

Sabato 29 luglio ci sarà il Mercato Contadino “Terra e gente del Giarolo” nel borgo di Rocchetta Ligure, appennino piemontese. Nell’occasione si svolgerà una camminata sociale aperta a tutti, da Rocchetta a Celio, guidata da Giandil/Giacomo D’Alessandro e Irene Zembo. Per conoscere una valle dimenticata, antico ritrovo delle tribù nomadi di Liguri, le sue bellezze naturalistiche e le sue storie ancora viventi. Appuntamento ore 8.30 piazza centrale di Rocchetta (provincia di Novi Ligure).

Maggiori informazioni sulla giornata

 

Nel presente di ora

Il cammino è lento

forte come la vita

silenzioso come l’aria

trascinante gravità.

E’ ascolto del corpo

di piedi, gambe, spalle

è accogliere il sole

che arrossa la pelle.

Ma il cammino è lento

non ha pericoli

non ha sviste

non ha contrattempi

il cammino è imprevisto

è tutto imprevisti

va pensato al minuto.

Partenza e arrivo lo devono scandire

ma a cosa giova una serata vuota

dove non mastichi ciò che hai mangiato?

Il cammino è rileggere

luce e oscurità

è uscire da sè

staccare la spina

è ritrovare se stessi

svuotarsi di superfluo.

Non angoscia il cammino

ma fa faticare

incide il corpo

prova lo spirito

semplicemente crede

lucidamente sopporta

eternamente spera

nel presente di ora.

(Piazzo, Val Borbera, 15 aprile 2017)

(foto di Luca D’Alessandro)

Per non diventare consumatori

Foto della pagina facebook Maurizio Pallante

 

Comprare qualcosa di nuovo dovrebbe essere sempre l’ultima spiaggia.

Prima aggiustare, riusare, prendere in prestito, scambiare, regalare, comprare usato. E comprare comunque il meno possibile.

Togliere dalla propria mente la sensazione di bisogno e di realizzazione legata al comprare qualcosa di più.

Esigere leggi contro l’obsolescenza programmata dei prodotti.

Esigere la scorporazione del costo dell’imballaggio (più ne compri, più ti accorgi di pagarlo).

Esigere la vendita di prodotti sfusi. Esigere il divieto di imballaggi non facilmente riciclabili. Esigere il vetro a rendere.

Esigere il ritorno a una umanità sensata.

Camminare accanto. Racconti dal sociale

 

TUTTI. Racconti dal sociale, a cura di Mario Flamigni, Pacini Editore

 

In questo libro fresco di stampa promosso dalla Biennale della Prossimità c’è un racconto di Roberto D’Alessandro. La storia di “Rino l’Egiziano” è la seconda ad essere pubblicata, dopo l’uscita di “Magia” sulla rivista Lo Straniero.

Il sociale raccontato dal di dentro, da chi accompagna ogni giorno silenziosamente “gli ultimi” invisibili delle nostre città, rivela un fascino e una poetica che arriva lenta, diretta, lasciando un nodo in gola a chi legge e capisce per la prima volta, come successe a me, in cosa consiste davvero il lavoro di assistente sociale. E in cosa si misura il progresso di una civiltà.

In tempo di eccesso di informazione e di comunicazione, col rischio di diventare abitudinari insensibili che nulla più ci smuove, dei buoni narratori con esperienze vive da trasmettere restano e si confermano una irrinunciabile grazia.

Cammino di Pasqua in Val Borbera

“L’uomo che cammina è quel pazzo che pensa si possa assaporare una vita talmente abbondante da inghiottire perfino la morte.” (C. Bobin)

Quest’anno per vivere i giorni di Pasqua abbiamo scelto un cammino che ancora non esiste, ma che molti segnali indicano in incubazione per venire alla luce. Il cammino della Val Borbera, nel basso alessandrino. Una valle che non c’è più, una valle che sotto la coltre dell’abbandono c’è eccome, e ritrova piccoli semi di rinascita e attrattive straordinarie.

Abbiamo percorso un piccolo anello, che non esaurisce il cammino integrale, dormendo in tenda e ricevendo ospitalità. Le tappe sono state:

Persi-Rivarossa-Albera Ligure ;

Albera Ligure-Cremonte-Sisola-Borassi-Piazzo ;

Piazzo-Roccaforte Ligure-Lemmi-Monteggio-Persi ;

Grazie a Maurizio e Martina di Cascina Barbàn per averci accolti la prima sera, in un luogo magico che testimonia una scelta di vita e uno scorcio di rinascita possibile, diversa, antica e nuova.

Grazie a Paola e Daniele di casa La Grattaia per averci accolti la seconda sera, in un luogo sperduto tra boschi crinali e cime rocciose, rifocillandoci oltre ogni aspettativa.

Grazie ad Anna e Roberto di Casa dei Cedri per averci accolti la terza sera, nel momento sfinito dell’arrivo, offrendoci alloggio e il necessario per condurre la veglia di Pasqua.

Grazie a Gigi, Daria, Luca, Elena, Lorenzo, Alessia, Erica per aver camminato con me su sentieri e strade spesso inesplorate, tra cinghiali, daini, ramarri, per boschi, monti, crinali, ruscelli, attraverso borghi disabitati, chiesette sospese, antichi villaggi abbandonati e luoghi della memoria partigiana.

A scoprire ciò che siamo e ciò che vogliamo.

A meditare i temi della Pasqua: la liberazione da ogni schiavitù d’Egitto, la lavanda dei piedi come più alta forma di libertà amorevole, la risurrezione come speranza vivifica che offre una marcia in più per agire la vita, sapendo di fallire, ma che il fallimento non è l’ultima parola per chi confida.

A riveder le stelle di una valle che ha ancora molto da dire, e da rinascere.

[foto di Luca D’Alessandro]

 

Tutte le foto di Luca D’Alessandro

Tre canzoni di Giandil (video)

Dall’album Andata e Ritorno (acquistabile qui), con illustrazioni di Erika Takagi.

Sotto la Collina


L’Arida Brughiera – feat. Giuseppe Festa


Montagne di Luna Inondate – feat. Bacci Del Buono [Lingalad cover]

L’ucraino visionario

In questi giorni abbiamo accolto in comunità Eugy, un artista ucraino in viaggio senza soldi per l’Europa, capace di vivere la strada e fare amicizia, di fare arte con ciò che trova, di non soccombere alle ansie e al comfort, di godere dell’attimo fuggente e dei doni del destino. Un vero libero cercatore, un vero visionario, un druido urbano e un animo curioso di vita. Gli auguriamo buon proseguimento di strada. Per cambiare questo mondo abbiamo bisogno di persone libere e sognanti ad occhi aperti come lui. Al prossimo incontro!

 

Un disegno hobbit

C’è una pace avventurosa nel ripercorrere i propri piccoli, silenziosi passi, dove un tempo molto si è osato, e oggi molto si porta a casa. Si sarà sentito così il nostro Bilbo di ritorno dal grande viaggio alla Montagna Solitaria, ritrovando i vecchi troll pietrificati?
Grazie a Zen Zero per l’omaggio artistico e le belle parole che ha dedicato ad Andata e Ritorno.

Visioni

“Formare cittadini liberi e consapevoli”
e ripartire dalle periferie dell’esistenza
costituendosi in piccole comunità di famiglie
anti-sistema, anti-povertà, pro-creatività.
#felicitàcondivisa #cambiamonoi #incammino

Luca Gianotti e la Liguria dei cammini (LiguriTutti)

pubblicato su LiguriTutti

Sul monte di Portofino si è svolta a novembre 2016 la quinta edizione di Compagni di Cammino, camminata-evento promossa ogni anno in una regione diversa dalla Compagnia dei Cammini, di cui Luca Gianotti è coordinatore e cofondatore. Un appuntamento dalla tripla valenza: consente alle guide sparse in tutta Italia di ritrovarsi per condividere punti di forza e di debolezza dei viaggi a piedi che la Compagnia organizza durante tutto l’anno, in Italia e all’estero; consente di riflettere sui temi sociali e valoriali legati al camminare nella società odierna; è un’occasione (aperta anche ai camminatori che hanno partecipato a viaggi della Compagnia) per riscoprire un territorio nelle sue realtà virtuose, bellezze storiche e naturali, problematiche sociali e ambientali.
Come funziona? Si cammina incontrando ogni giorno una persona, una associazione, un’impresa virtuosa che consentono di ascoltare il cuore pulsante, l’essenza di quel territorio. Muovendosi lentamente è possibile accorgersi di tante piccole meraviglie, necessità, speranze, che il nostro frenetico viaggiare consueto rende invisibili. Ma è proprio lì che stanno le energie migliori di un mondo che sta già cambiando, sta già fiorendo.
La Liguria ha tre ingredienti su cui puntare: il recupero della micro-agricoltura sostenibile, il lavoro delle associazioni affezionate al territorio, agli antichi mestieri, al recupero ambientale, e attrarre camminatori che vivano lentamente le bellezze di questa terra, alimentando relazioni positive e una micro-economia vitale di solida sussistenza.

Caro Babbo Natale…

renne
Caro Babbo Natale,
lo so che è tardi per una lettera, ma non ti devi preoccupare: non sono qui a chiederti “cose”. Per quanto spero che i tuoi amici folletti abbiano avuto il loro bel daffare nel confezionare regali per i bambini di tutto il mondo. Sai, dalle nostre parti si sta perdendo la bellezza della manualità, di ciò che è semplice e che lascia spazio alla creatività del gioco… Scusa anche se continuo a scriverti ben oltre la maggiore età, ma proprio non capisco quelli tanto ansiosi di lasciar tramontare la tua leggenda reale, la magia del mistero, la speranza della meraviglia. Come se non fosse vero che il mondo conserva ancora un po’ di magica meraviglia grazie a tutti i Babbo Natale come te che si prendono la briga di omaggiarlo, sorprendendo e dedicando un’attenzione a tutte le creature più tristi e bisognose.
Tu che rappresenti una storia di culture lontane che si incontrano, che fondi in te l’impacciata aura sacrale delle divinità nordiche e la bonaria solerzia di un pastore orientale, sai bene cosa intendo. Sai che qui da noi, anche per questioni climatiche, il Natale si rappresenta con le finzioni: finti abeti, luci plasticose, neve di polistirolo, canzoni importate per fare atmosfera. Sai anche che il protagonista della “natività” celebrata passa sempre più inosservato, quasi inutile ai fini di una generica festicciola annuale in cui farsi auguri e regali. E allora la fiaba, così vera umanamente, si fa sempre più finto sfondo, dal momento che non abbiamo alcuna intenzione di realizzarla: con le fiabe è così, ci dicono tanto di vero sulla nostra esistenza, e così preferiamo lasciarle fiabe, ché prendersi l’impegno a realizzarle sarebbe decisamente scomodo per ciascuno di noi. Non sarebbe invece bellissimo vivere circondati da alberi veri da addobbare, in villaggi veri da decorare insieme, con Babbo Natale veri a muoversi di soppiatto nella notte santa per portare dolci e regali ai più piccoli e dimenticati? Pare di no. O forse sì, ma inconciliabile con i nostri obiettivi di “gente in carriera” e “civiltà di progresso”.
Caro Babbo Natale, aiutami innanzitutto a saper vedere e apprezzare le cose buone che questo tempo natalizio sa suscitare nelle persone di cuore aperto. Aiutami a sentire gratitudine per queste persone, che hanno tanto da insegnarmi. Portami quel tuo spirito capace di viaggiare per incontrare. Portami quella tua umiltà capace di donare senza farsi vedere. Portami quella tua sensibilità capace di interpretare e ascoltare i desideri più profondi di ciascuna persona che incontro. Rendi più visibili gli alberi fatti con cuore puro, i presepi che raccontano essenzialità e attesa vigile, i canti che ricreano comunità, le veglie silenziose di perdono e presenza viva, i regali suscitati da sincera dedizione per l’altro.
E ora il regalo che vorrei chiederti quest’anno: non solo per me, perché non è un regalo che stia in piedi con una persona sola. Donaci un po’ di pazzia: il desiderio, la volontà di fare sempre qualcosa di insolito, di nuovo, di intentato, di creativo. Di uscita da noi stessi e dalle nostre cosucce personali. Provo tristezza nell’assistere alla facilità con cui tante persone che amo e stimo si lasciano catturare dalle ansie e dai vincoli della quotidianità, diventando insensibili a qualsiasi slancio nuovo, a qualsiasi deviazione dall’ordinario. Vorrei essere sempre in crescita, in apertura, in maturazione, e non da solo. Donami un po’ di pazzia, e sarebbe proprio bello se mi donassi di volta in volta dei compagni di viaggio con cui metterla in atto, questa piccola pazzia per assaporare un po’ più a fondo gli orizzonti del vivere.
Donaci la pazzia di saper sempre ritagliare un tempo “altro”, rispetto a tutto il daffare con cui ci riempiamo l’esistenza. La pazzia di saper liberare tempo, spazio, interiore e pratico, per poter cogliere qualche esperienza diversa. Di viaggiare, di sostare, di “perdere tempo” per i propri amici, di esplorare il mondo, di mettersi a servizio di un pezzettino di bene… Portami una parolina “folle” che in fondo alla coscienza mi sappia smuovere, mi faccia cercare la bellezza inattesa, lo sguardo mai sperimentato, l’accoglienza dell’occasione imprevista. Senza l’ansia e l’esigenza di controllare tutto, di irreggimentare tutto.
Qualche sera fa, grazie ad amici artisti mi sono immerso in quel racconto, “L’uomo che cammina” di Christian Bobin, che in poche parole restituisce l’esistenza umana di Gesù di Nazareth. La poesia e la profondità possono ancora accendere la sete interiore di diventare più veri… “L’uomo che cammina è quel folle che pensa che si possa assaporare una vita così abbondante da inghiottire perfino la morte”. Allora, Babbo Natale, portami altri sentieri da intraprendere, alcuni verso mondi sconfinati, altri verso le cose di ogni giorno, da riscoprire continuamente, altri ancora verso le mie sorgenti esistenziali, cui tornare ogni volta ad attingere fiducia e speranza. Un amico mi ha augurato di vivere Natale con un tempo per l’interiorità e un tempo per i poveri. Chi sono oggi i poveri? Quanto sono io oggi di umanità povero? Portami la follia quotidiana di vivere all’interno di queste domande aperte. Domande che siano “sale” della mia vita. Del resto, come dice Bobin, “forse non abbiamo mai avuto altra scelta che tra una parola folle e una parola vana”.
Buoni sentieri di neve e stellate
Giandil
Genova, 24 dicembre 2016

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