Enrico nella Casa Arcobaleno, l’energia di Serena, i murales di Mirella

Più difficile è stato trovare la Casa Arcobaleno. Muovendomi a piedi attraverso grandi incroci, percorro vie interminabili per circumnavigare palazzi interminabili, schivo detriti, macchie di percolato e qualche cumulo di monnezza, il tutto con un sole famelico sulla nuca.

La prima cosa che imparo, arrivato a destinazione, sono i colori. Tutto è colorato, come da mani di bambino. E di bambini se ne trova sempre uno sciame nel cortile. La seconda cosa che imparo è che dove c’è Enrico ci sono bambini. “Fratel” Enrico, per la precisione, un uomo brizzolato sui 40, corpulento, voce tranquilla.

Mi accoglie in un grande salone arredato come una classe elementare, ci procuriamo una brocca d’acqua fresca e tentiamo di chiacchierare tra un assedio dei ragazzi, le domande di un volontario e un saluto di chi passa. Più volte durante questo viaggio mi sono chiesto cosa possa pensare la gente che mi incontra. Questa volta sono arrivato totalmente di sorpresa. E nuovamente vengo accolto in un’atmosfera da “amici di vecchia data”.

Enrico racconta come si è trovato qui. Parla delle difficoltà di questa scelta, senza nascondimenti. “Qui siamo una comunità di due Lasalliani, e viviamo a stretto contatto con le Suore della Provvidenza, con cui teniamo in piedi questo centro e tutte le attività connesse” spiega. “Non tutti hanno visto di buon occhio questa nostra scelta, siamo un pò isolati anche all’interno della congregazione”.

I ragazzi, neanche loro sono facili. Spesso arriva qui alla Casa Arcobaleno chi non ha alcun posto dove andare. Spesso sono figli di gente invischiata con la Camorra, e hanno tanti problemi a relazionarsi, a convivere e crescere insieme. Ma offrire loro una presenza e uno spazio per esprimersi è fondamentale. Mi mostra tutti i dipinti, i murales e gli schizzi artistici dei loro laboratori.

A un certo punto i ragazzi del cortile decidono di fare i dispettosi, e prendono a entrare dentro facendo caos, nascondendosi per non farsi mandare fuori. Enrico si alza, quieto, non alza la voce ma li invita a uscire. Una, due, tre…almeno cinque volte. E loro, impenitenti, continuano a non lasciargli tregua. Osservo il tutto un pò imbarazzato, senza sapere se dare una mano o stare al mio posto. Osservo lui che non perde la pazienza mai, nemmeno per un momento. Non grida, non minaccia, non impreca, non dice male dell’irrispettoso di turno. Continua, volta per volta, col suo metodo tranquillo e paterno, ma deciso, fino a che loro non si stancano. Una pazienza che non si fa disintegrare, perchè piena di qualcosa di grande. Lo vedo coi miei occhi.

Dopo molto tempo mi accompagna al cancello. “Il panettiere là di fronte – mi dice – so che compra il 30 per cento del suo pane dalla Camorra, tutti i giorni. E io cosa dovrei fare? Togliergli il mio euro e ottanta giornaliero facendo perdere quel poco di guadagno alla sua famiglia? Qui è tutto così…”

 

In qualche modo sono stati incontri preziosi anche momenti apparentemente più marginali, di questi miei giorni nelle vastità di Scampia. L’amica Serena Gaudino, camminatrice, pensatrice, promotrice culturale e volontaria importante del Centro Hurtado. E’ maestra elementare, da qualche anno su a Torino. Con Serena si ha la sensazione di poter pensare e realizzare qualsiasi iniziativa. E si incontra una limpidezza, una competenza di ragionamenti tale da aprire davvero gli occhi sulla realtà più concreta.

Anche quello di Mirella Pignataro del GRIDAS (Gruppo di Risveglio Dal Sonno) è un volto che in pochi minuti si è impresso nella mia mente. Lei e il suo compianto artista di strada, Felice Pignataro, con i loro murales, i carnevali e altre pazzie anno dopo anno, per colorare il grigio delle periferie.