Il cappello di Pizzuti, la sciarpa di Zanotelli

Domenico Pizzuti e Alex Zanotelli.

Il primo gesuita, sociologo, già professore universitario e autore di vari saggi. Il secondo comboniano, missionario, impegnato per anni nelle baraccopoli di Korogocho, in Africa, uno dei maggiori attivisti italiani sui diritti civili e i beni comuni.

Pizzuti ho avuto il privilegio di averlo “in casa”, visto che nonostante i suoi 83 anni continua ad abitare nell’appartamento al nono piano del Parco Lara di Scampia, con gli altri gesuiti. Semplice tra la gente, fino alla fine.

Lo vedi inforcare il cappello bianco e uscire solo per le strade di Scampia, qua e là tra i suoi impegni, la messa mattutina nella parrocchia, un incontro, una commissione, una visita ad amici o collaboratori. In casa passa il tempo a leggere, a smanettare sul suo vecchio computer scrivendo articoli o mail, a riposare dietro le persiane chiuse per il caldo soffocante. Le sue prediche al mattino scuotono tutti, dalle devote signore dei palazzi accanto ai gruppi Scout venuti da chissà dove.

Poche parole per lanciare il messaggio rivoluzionario del Vangelo, stimolare la coscienza civile, alimentare la speranza del cambiamento che comincia da noi. Lui, vecchio e gracile, il più radicale ed entusiasta.

Abbiamo passato più di un pomeriggio insieme a confrontarci sulla metodologia della mia ricerca, sui criteri sociologici e le idee pratiche, sulle fonti e le impressioni generali. La sera è andato a riposare presto: l’indomani di buon’ora avrebbe preso la metropolitana per andare con il suo amico Zanotelli in prefettura. “Con il caldo che c’è – mi dice – bisogna che portino dell’acqua ai campi Rom. Non possono lasciare così dei bambini”.

 

Zanotelli sono andato a trovarlo direttamente a casa sua, nel Rione Sanità in centro Napoli. Una casa minuscola e povera, straripante di libri, riviste, ricordi delle missioni. Lui è sempre uguale, il volto scuro incorniciato di barba e capelli bianchi, la sciarpa colorata attorno al collo, maglietta a mezze maniche e occhiali a ingrandire lo sguardo dolce.

Lui che quasi dieci anni fa, in un tempo oltre ogni sospetto, decise di “venire in missione” a Napoli, dall’Africa, e iniziò ad alzare la voce sul tema dei rifiuti e dell’acqua pubblica. Quattro anni dopo sarebbe scoppiata l’emergenza su entrambi i fronti. E’ questa la sua profezia, confermata da un impegno costante, resa credibile dal suo vivere povero tra chi ha bisogno e dalla sua vitalità sempre a servizio dei problemi degli “ultimi”.

Parliamo a lungo della situazione attuale e della difficoltà di comunicare, di convogliare energie e impegno sulle questioni lasciate sempre nell’ombra. Nel tempo dei nostro incontro siamo interrotti almeno tre volte. Ora sono dei ragazzi con cui porta avanti la battaglia acqua pubblica; ora è una persona che gli comunica l’emergenza di un ragazzo straniero a rischio espulsione; ora un amico che passa a salutare e a ricordare un impegno del giorno dopo.

E’ anche così che sperimento quanto le persone che incontro siano reali, non figure mediatiche, non ciarlatani, non intellettualisti. Gente che vive appieno, gente in prima linea. Basta entrare nella loro vita per un’ora, e lo si tocca con mano.

Quando ci salutiamo, prende un suo libretto su Paolo di Tarso appena pubblicato; scrive a mo’ di dedica queste parole: “A Giacomo, non ci si incontra mai per caso. Datti da fare!” Come non provarci?