TOLKIEN, I LUOGHI DEL FATO 

dal capitolo 5 

Il Signore degli Anelli ha una costruzione letteraria scenografica enorme. Essendo l’opera così vasta e muovendosi sui temi cardini del viaggio e dell’incontro, si può assolutamente analizzare proprio attraverso i luoghi, e di conseguenza le creature che li abitano, dei quali è cosparsa la “via” che “prosegue senza fine” –  ben oltre la prima e l’ultima pagina del libro ma, in questo caso, ad esse limitata.

Il primo luogo come premessa a tutti gli altri è ovviamente la Via. La strada, il sentiero, il ponte, le scale intagliate nella roccia; la via è continua, è ovunque, è sempre, in ogni situazione, anche statica. Nello spirito dell’opera infatti il cammino è persistente, anche quando tutto è fermo, come ad esempio durante il Consiglio di Elrond: un cammino è presente lo stesso, ed è quello dell’incontro fra le opinioni, le informazioni, le conoscenze di ogni presente, delle diverse stirpi; è il cammino della decisione per il futuro dell’Anello, della Terra e dei viventi. Un cammino c’è sempre, porta sempre a qualcosa di nuovo, anche nel riprendere qualcosa di vecchio. Per il popolo Hobbit la Via è quella dolce e trotterellante della Contea, che passa lungo campi e ruscelletti, lungo boschi ben puliti e verdeggianti, s’insinua tra le collinette nelle quali sono costruite le case dalle tonde finestre, sale leggera e lunga e arrotondata da un paese all’altro, sicura e ben segnata. Ma già per un avventuriero come Bilbo, da cui molto han preso Frodo e i suoi compagni, la Via diventa ben più vaga e rischiosa:

La Via prosegue senza fine / lungi dall’uscio dal quale parte.

Ora la via è fuggita avanti, / devo inseguirla ad ogni costo

rincorrendola con piedi alati / sin all’incrocio con una più larga

dove si uniscono piste e sentieri. / E poi dove andrò? Nessuno lo sa.

– Sembrano versi del vecchio Bilbo –, disse Pipino. – Oppure è una tua imitazione? Non molto incoraggiante, comunque -.

– Non lo so –, rispose Frodo. – Mi sono venuti alla mente così, ad un tratto, come se li avessi sentiti tanto tempo fa. Certo mi ricordano molto il Bilbo degli ultimi anni prima della partenza. Diceva spesso che la Via è unica, ed è come un grande fiume: le sue sorgenti si trovano davanti ad ogni soglia, ed ogni sentiero ne é l’affluente. “E’ pericoloso ed impegnativo uscire di casa, Frodo” mi ripeteva sempre. Cammini per la strada e, se non fai attenzione, chissà fin dove sei trascinato. Ti rendi conto che questo è il sentiero che attraversa il Bosco Atro, e che, se non glielo impedisci, ti potrebbe portare fino alla Montagna Solitaria, o ancor più in là, in chissà quali posti terribili?”. Me lo diceva stando in piedi in mezzo al sentiero che parte da Casa Baggins, specialmente al ritorno da qualche passeggiata.

“Ebbene, la strada non mi trascinerà in nessun posto, almeno per un’ora” sentenziò Pipino, liberandosi dal peso del suo fagotto. Gli altri lo imitarono, posando i loro sulla banchina, e sedettero con le gambe allungate in mezzo alla strada. Dopo essersi riposati, fecero un’abbondante colazione, e quindi si riposarono un altro po’.

Le molteplici sfaccettature della Via emergono ed aumentano col procedere della storia, mentre la Via interiore spirituale, la Via della missione e la Via materiale sono sempre più sovrapposte.

Dopo un bel po’ di strada, quando il Colle Brea alto e marrone era ormai lontano, si trovarono a uno stretto sentiero che conduceva verso nord. “Qui abbandoniamo la Via per proseguire al coperto”, disse Grampasso.

“Spero non si tratti di una scorciatoia”, disse Pipino. “La nostra ultima scorciatoia attraverso i boschi stava per concludersi con un disastro”.

“Ah, ma non c’ero io quella volta”, disse ridendo Grampasso. “Le mie scorciatoie, lunghe o corte che siano, non sgarrano mai”. Diede uno sguardo alla Via che continuava a perdita d’occhio; non c’era anima viva. Li condusse allora speditamente verso la valle boscosa.

“Infatti la Via è sorvegliata, e noi dovremmo attraversarla, se cercassimo di rifugiarci nei piccoli boschi a sud. Sul lato nord della Via, al di là dei colli, la campagna è nuda e piatta per miglia e miglia”, dice ancora Aragorn nelle Terre Selvagge. E dalle grandi strade, per le scorciatoie, “Via” diventa per i viandanti qualunque sentiero o stretto passaggio che dia la possibilità di proseguire il cammino, se non verso un punto preciso, perlomeno in sicurezza: “C’è un sentiero qui”, esclamò. Quando furono accanto a lui, si accorsero che non si era sbagliato: da quel punto partiva un viottolo che si inerpicava con molte giravolte nei boschi sottostanti e scompariva alle loro spalle sulla cima del colle. […] Era un sentiero fatto da braccia possenti e da piedi pesanti; qua e là erano stati tagliati vecchi alberi, e grandi massi erano stati spaccati o spostati per fargli posto”.

Le scelte su quale Via prendere, l’obbligo di prenderne invece una complicata, restano il centro della storia, specie quando le strade dei personaggi sono sempre più individuali, ed è tutta una lotta tra capire qual è la propria strada, cercare di non deludere né abbandonare i compagni, e accompagnare a propria volta chi percorre una via da solo.

“Aragorn”, disse, “perché vuoi prendere quel sentiero micidiale?”

“Perché devo”, fu la risposta. “Solo così potrò eseguire il compito che mi è assegnato nella guerra contro Sauron. Non sono stato io a scegliere sentieri pericolosi, Eowyn. Se seguissi la voce del mio cuore, in questo momento starei passeggiando su nel lontano Nord nella bella valle di Gran Burrone”.

Ed è infine sempre lei, la strada, la Via, del cammino, a chiudere tutta la storia, dopo aver trasportato di nuovo ogni personaggio alla sua “casa” per ognuno vecchia ma in realtà nuova (Aragorn Re di Gondor, Eomer Re di Rohan, gli Hobbit a metter su famiglia nella Contea, ecc.). A depositare dolcemente tutti coloro che hanno avuto l’ardire di percorrere la loro via fino in fondo, a depositarli nella loro vita di ieri e di domani. Così, partiti per il mare, con l’ultima nave, anche coloro che non nella Terra di Mezzo avrebbero trovato pace, per Sam, Merry e Pipino è davvero tempo di RITORNARE definitivamente, sulla via di casa, sulla Via della vita.

“Infine, i tre compagni si allontanarono e partirono, tornando lentamente verso casa senza mai voltarsi; e non dissero una parola, ma ognuno traeva molto conforto dalla presenza degli amici sulla lunga strada grigia. Passarono infine i poggi e presero la Via Orientale, e Pipino e Merry cavalcarono verso la Terra di Buck; e già ricominciavano a cantare. Ma Sam prese la Via per Lungacque, e tornò al Colle e di nuovo il giorno stava finendo. Egli vide una luce gialla e del fuoco acceso: il pasto serale era pronto, e lo stavano aspettando. Rosa lo accolse e lo fece accomodare, e gli mise la piccola Elanor sulle ginocchia. Egli trasse un profondo respiro. “Sono tornato”, disse.”

 

Sulla struttura universale della Via, ne Il Signore degli Anelli compaiono ambienti fissi, costruiti volta per volta in modo da avere una particolarità e una funzione, un qualcosa in comune, un qualcosa di unico.

L’elemento del bosco, per esempio, o della foresta man mano che lo sguardo narratore si fa più “ampio”. Dai teneri e pacifici boschi della Contea, ai boschi di confine già frequentati, di quando in quando, da Elfi e dalla Gente Alta. Alla Vecchia Foresta oltre il confine, nelle cui grinfie spaventose e soffocanti, anzi stregate, si ritrovano i quattro hobbit all’inizio della loro avventura.  Di qui il luogo della foresta ritorna in maniera altrettanto incisiva solo all’uscita della Compagnia dalle Miniere di Moria, perduto Gandalf, quando Aragorn guida i suoi compagni al rifugio di Lothlorien: il Bosco d’Oro degli Elfi di Dama Galadriel e Sire Celeborn si rivela il più stupefacente di tutti, poiché è mantenuto eternamente nel suo fascino originario dei millenni addietro grazie al potere della Dama. Da esso tutti partiranno con nostalgia, perfino Gimli il Nano avvezzo alla roccia e poco alle piante. Quindi, dopo i boschetti di Rauros, dove la Compagnia si scioglie, i nostri devono fare i conti con la più antica delle foreste della Terra di Mezzo, Fangorn, e i suoi misteri: il ritorno di Gandalf, i furtivi passaggi di Saruman, il risveglio degli Ent, l’antico popolo dei Pastori degli Alberi. Tutti, eccetto naturalmente Frodo e Sam, per i quali l’unico territorio boscoso fino a Mordor sarà solo l’Ithilien, nel viaggio tra i Cancelli di Mordor e il passo segreto di Cirith Ungol. Altro fondamentale luogo di foreste nominato più volte nella storia (vi passò Bilbo nell’avventura de Lo Hobbit, vi si ritirò Sauron dopo la sconfitta primordiale, ne proviene Legolas) è il Bosco Atro, nel Nord-Est della Terra di Mezzo, misterioso e malvagio, sterminato e avvolto in un’aurea di storie e leggende alquanto discutibili e inquietanti.

Vi è poi l’elemento della caverna, sviluppato in modi assai differenti: il primo di tutti è quello delle “caverne Hobbit” di cui è bucherellata la Contea; la seconda frase de Lo Hobbit è proprio “Ma non era una caverna umida, sporca, puzzolente,… . Era una caverna Hobbit, cioè, comodissima”. La caverna quindi come rifugio caldo e accogliente, tranquillo e contenente il proprio passato: cianfrusaglie e tesori provenienti dai suoi viaggi, i libri e le mappe delle sue conoscenze di una vita, le scorte di cibo (questione di vita, per un hobbit!), e i propri scritti, racconti e memorie. La caverna diventa poi terribile agonia e fine di vita quando gli Hobbit si ritrovano catturati in quella dello Spettro del Tumulo, prima di arrivare a Brea. Qui la caverna è morte e buio, terrore e ignoto, fredda pietra e ghiaccio nel cuore. Il culmine è certo rappresentato dalle Miniere di Moria, dove per quattro giorni avanza la Compagnia, guidata da Gandalf, nel buio più nero e sconosciuto, nel silenzio più immoto e spettrale, per strade, bivi, scale a salire e a scendere, sale enormi e cunicoli soffocanti. La grandezza delle caverne di Moria tocca l’abisso infernale dal nero del quale esce il Balrog, fatale per Gandalf, e tocca l’altezza immacolata delle Montagne Nebbiose, innevate e spazzate da venti e nubi d’alta quota. Di altro genere sono invece le caverne presso il Fosso di Helm, dove Gimli rimane estasiato per la bellezza creata dalla natura, dove anche Legolas, condotto da Gimli, rimane affascinato, lui, un Elfo dei Boschi e dell’aria aperta. Dall’altra parte, Frodo e Sam con Gollum affrontano la caverna degli Uomini di Gondor, guidati da Faramir, dove vengono portati in segreto mentre costeggiano Mordor verso Cirith Ungol; la tana di Shelob, la caverna di Cirith Ungol stesso, dove Gollum li attira in trappola per prendere l’Anello; e infine, ultima e fatale, la Voragine del Fato, nella quale Frodo dovrebbe gettare l’Anello per distruggerlo ma viene irretito al Male.

Un elemento meno evidente ma altrettanto presente è quello dell’acqua, particolarmente i fiumi. Di ruscelli e corsi d’acqua è infatti piena la Contea, e sebbene gli Hobbit detestino abbastanza nuotare  i fiumi costituiscono un trasporto, un rifugio, un confine, una barriera, oltre che una fonte di vita. Il Brandivino, confine della Contea, costituisce rifugio e trasporto per gli Hobbit, in fuga dai Cavalieri Neri, mentre il fiume Sinuosalice li conduce all’incanto terribile del Vecchio Uomo Salice, dal quale solo Tom Bombadil li salva. Il Bruinen mette Frodo al sicuro entro i confini di Gran Burrone, e spazza via grazie alla magia elfica i Nove Cavalieri Neri. L’Anduin poi, il Grande Fiume che attraversa tutta la Terra di Mezzo dal remoto Nord alla Baia di Belfalas, a Sud di Minas Tirith, accompagna e trasporta la Compagnia da Lothlorien fino alle cascate di Rauros, nelle quali viene gettato il corpo di Boromir eroe caduto; lo stesso cadavere viene docilmente trasportato sul fiume oltre Minas Tirith, fino al grande Mare. Stessa sorte sceglieranno Legolas e Gimli, molti anni dopo la Guerra dell’Anello, i quali dall’Ithilien loro dimora si fabbricheranno una barca per giungere al Mare. E il Mare stesso, elemento d’acqua così lontano ne Il Signore degli Anelli, come troppo grande e sacro per utilizzarlo regolarmente, è simbolo di quella parola “fine” come a dire “oltre qui non si può sapere, non è lecito andare, non si può raccontare”. Così sul Mare dei Porti Grigi, a Nord della Contea, si svolge l’addio finale tra molti dei protagonisti della Terra di Mezzo. Importanza fondamentale ha il fiume Anduin anche nelle vicende di Gondor, nelle battaglie di Osgiliath e del Pelennor, e dei porti di Cair Andros, liberati da Aragorn con l’esercito dei Morti. Infine, il fiume Isen, tra Rohan ed Isengard, si fa latore del sangue degli Uomini caduti contro gli Orchi di Saruman, e, contaminato dalla guerra, viene poi liberato dagli Ent inondando Isengard e le sue caverne-industrie, spegnendo i fuochi e dissetando la terra deturpata. Una vera e propria “contaminatio” cui segue la giusta “catarsi”.

Ruolo importante hanno a loro volta i monti, da Colle Vento al Passo di Caradhras, dalle alture di Dunclivo, dove si svolge l’adunata di Rohan, alle rocce nere del Morannon, la catena montuosa che cinge Mordor. I monti visti più come ostacolo, in tutta la storia, che come rifugio, avvolti da maestosità e potenza della natura. Valore altissimo ha il monte Mindolluin, appoggiata al quale sorge Minas Tirith con le sue sette cerchie di mura; sulle sue vette, Aragorn e Gandalf saliti di buon mattino trovano un germoglio dell’Albero Bianco, simbolo della stirpe dei Re di Numenor, che grazie ad Aragorn ritorna nel Palazzo Bianco della città. Il monte continua dunque ad essere un luogo innalzato e staccato dal mondo, vicino alle divinità e alle correnti del cielo, dal quale provengono (più volte nella storia) le Grandi Aquile, non per niente definite i Messaggeri di Manwe, Re dei Valar delle Terre Immortali.

Un ultima considerazione va data all’elemento dei luoghi “oasi” di cui il viaggio è costellato. Si tratta di quei luoghi in cui il tempo sembra fermarsi e la pace destinata a essere eterna, dove nulla è turbato dagli avvicendamenti esterni e dove tutte le angosce hanno un attimo di tregua per essere soppesate con animo riposato e sereno. Dalla Contea, che perde la sua “immacolata tranquillità” verso l’inizio della storia, e la riacquista con il definitivo ritorno dei protagonisti, a Imladris, Gran Burrone, regno degli Elfi di Elrond, nascosto e segreto protetto in una valle straordinariamente florida. A viaggio inoltrato scopriamo l’oasi antica e dorata di Lorien, dove al cospetto di Dama Galadriel la Compagnia ha un momento di calma per riflettere sulla sua situazione e sulle sue speranze; in seguito Merry e Pipino trovano una breve piccola oasi nella casa di Barbalbero, nel cuore della Foresta di Fangorn, allietati dalle sue lente storie e canzoni sui tempi che furono per gli alberi. L’ultima piccola oasi si trova nel bel mezzo della guerra spietata tra Uomini ed eserciti di Mordor: sono le Case di Guarigione, nella città di Minas Tirith. Qui fiorisce nuovamente la speranza, i corpi e gli spiriti riacquistano vigore, Aragorn viene riconosciuto come vero Re e Faramir ed Eowyn coltivano il loro amore.

Un elemento solitamente trascurato ma interessante e importantissimo per tutta la vicenda è quello del vulcano. Monte Fato, Orodruin, Voragine di Fuoco, molti sono i suoi nomi per le lande della Terra di Mezzo; il Monte Fato, nel Nord di Mordor, è ciò che più rappresenta il Male che abita la Terra Nera; accanto ad esso sorge Barad Dur, la Torre Oscura, la fortezza dalle mille torri di Sauron, nella quale innumerevoli avversari e Gollum stesso furono torturati lungo gli anni. Proprio sulla torre più grande ed alta è posto l’Occhio di Sauron, enorme e infuocato, senza palpebra, che brucia attorno alla sua fessura nera come il Male, e scruta ogni cosa dall’alto. Gli occorre l’Anello per riassumere anche forma corporea: nel piccolo gingillo dorato, che Sauron stesso forgiò, dopo averne rubato l’arte con l’inganno ai fabbri elfici, tra le fiamme del Monte Fato, egli riversò gran parte del suo potere per costituire un’arma invincibile capace di dominare tutte le forme di vita, di incatenarle a sé, di precipitarle nel buio. Il Monte Fato allora si configura come inizio di tutto e, quando il Consiglio di Elrond stabilisce, grazie al parere dei saggi, che solo lì l’Anello può essere distrutto, diventa anche obiettivo e fine di ogni lotta contro i malvagi.

“A sud-est, lontana come una cupa ombra verticale, si ergeva la Montagna. Fumi abbondanti si sprigionavano da essa, mentre quelli che s’innalzavano in cielo venivano sospinti verso est, e grandi nubi scivolavano lungo i suoi pendii spargendosi nel paese.”

“In quell’istante Sam sentì vibrare la terra sotto di sé, e udì o immaginò un profondo brontolio, come tuono imprigionato sotto terra. Una fiamma rossa balenò sotto le nuvole. Anche la Montagna dormiva, inquieta.”

“La Montagna si avvicinava sempre di più, e ad un tratto, quando levarono lo sguardo, la videro giganteggiare di fronte a loro: un’immensa massa di cenere, detriti e pietre bruciate, in mezzo alla quale si ergeva un ripido cono. Prima che la crepuscolare luce del giorno svanisse erano riusciti a raggiungerne le falde.”

Il vulcano è alla fine il vincitore, colui che può porre termine a tutto e a nulla, che accoglie nelle sue fauci l’uomo per poi “sputarlo fuori” senza pietà. Sfida estrema della natura, entità maligna, ultima parola, inizio e fine -brusco e violento- del corso delle cose. Nessun nome è più adatto di “Monte Fato”.

 

 

(tratto da La Via prosegue senza fine di Giacomo D’Alessandro, Genova 2009)