Si coglie quasi sempre discorrendo su Tolkien un accenno o un riferimento alla cultura di destra, al neonazismo e via di seguito, come se fosse così evidente e comprovato che Il Signore degli Anelli sia un’opera politica e ideologica e non piuttosto che tanti hanno approfittato del suo spessore culturale e letterario per farne un metaforico fondamento del proprio movimento. […] Sappiamo per bocca del suo autore che Il Signore degli Anelli non è un’opera allegorica, e che Tolkien stesso arrivò a definirne il successo nel mondo un “deplorevole culto”: “E’ l’arte che li muove, ma loro non sanno da cosa sono stati spinti e se ne stanno rapidamente ubriacando”. Da quel momento – disse – Il Signore degli Anelli intraprendeva un suo cammino indipendente, senza più tirare in ballo l’autore. […]

I primi a fare della trilogia la loro bandiera furono gli hippies americani, con le loro magliette piene di hobbit ed elfi; negli anni ’60 delle contestazioni e delle alternative, il mondo di Tolkien era una vera e propria bibbia di “stile di vita” alternativo e comunitario. Dice Tolkien in una lettera:  “Molti giovani americani sono coinvolti nelle vicende dei miei libri in un modo completamente diverso dal mio”. Fu proprio questo primo grande movimento, specie coi giovani dei campus universitari, ad avvalersi della trilogia di Tolkien facendo emergere una serie di percorsi e di richiami come l’ecologismo, l’egualitarismo, il pacifismo, valori che avevano costituito un ottimo canale di avvicinamento alla Terra di Mezzo.

In Italia, a partire dalla prima edizione Rusconi del 1970, i movimenti legati alla destra hanno fatto de Il Signore degli Anelli un pilastro culturale, di Tolkien un guru e un riferimento; i movimenti di sinistra hanno accusato la destra di “appropriazione indebita”, Tolkien di “neofascismo” e la sua opera di “escapismo”. Questo inutile conflitto è andato avanti fino agli anni Novanta con tanto di manifestazioni, associazioni, eventi, raduni etichettati in un senso e nell’altro. La domanda è: perché? Negli anni Settanta, alla prima uscita italiana dell’opera, la prefazione di Tolkien fu sostituita da una ben diversa prefazione di Elemire Zolla: da una in cui l’autore stesso specificava di aver scritto senza nessuna allegoria desiderata, a un’altra in cui si diceva praticamente il contrario, alimentando letture dell’opera sia su eventi storici recenti sia su ideologie morali e politiche.

La critica di sinistra mantenne un voluto silenzio nei confronti di un testo che non rientrava in canoni precisi e che era più facile “sottovalutare” che “indagare pericolosamente” nella sua essenza. Si trattava inoltre di un autore conservatore e di un momento storico di forte divisione ideologica del mercato editoriale. La risonanza data a Tolkien dalle uniche recensioni su riviste e quotidiani di area un’unica politica attirarono invece i giovani di destra. Questo fu dunque l’unico canale aperto in Italia per arrivare a Tolkien, sebbene non sia mai mancata la buona parte di lettori indipendenti perché curiosi o amanti del genere. In questi primi anni dunque hobbit ed elfi divennero archetipi per movimenti di estrema destra come Ordine Nuovo e il Fronte della Gioventù, ma andarono oltre al fenomeno letterario; ne sono un esempio i “campi hobbit” organizzati dal Movimento Sociale Italiano col leader di allora Marco Tarchi, raduni estivi di cultura politica basati sul modello estetico/scenografico tolkieniano, ma che rispondevano anche all’esigenza di trovare unità e compattezza e nuovi slanci al di là dell’isolazionismo e della ghettizzazione subita dal movimento.

Di interpretazioni critiche di irrazionalismo, cripto-fascismo, arido estetismo, contestazione rivoluzionaria o addirittura neopaganesimo e gnosticismo, affibbiate a Tolkien in giro per l’Europa, ve ne sono state diverse, in nessun caso paragonabili per intensità e diffusione all’Italia. Nell’impostazione del filosofo e leader della Nuova Destra francese, Alain de Benoist, con il suo manuale “Comment peute-on-etre paien?” del 1981, si può trovare Tolkien indicato come modello di preteso neopaganesimo. Verso il 1983 Alessandro Portelli, notando che il “mondo di Tolkien” richiamava ed esercitava un fascino anche verso giovani legati al mondo culturale di sinistra, si preoccupò di rendere Tolkien presentabile anche a tale “mondo culturale”. Nel corso di un convegno all’Istituto della Resistenza di Cuneo e Provincia, illustrò Tolkien nella nuova e più plausibile chiave di lettura metaforica di quegli stessi valori (ambientalismo, pacifismo, comunità,…) propagandati vent’anni prima dagli hippies. Ma le condizioni storiche italiane non diedero favore a questa rilettura, lasciando Tolkien sottovalutato nella sua etichetta indesiderata, fino al 1992, anno del centenario dalla nascita: da allora la sinistra accolse la rilettura di Portelli senza più problemi. Nello stesso anno parlò di Tolkien anche la Chiesa, col cardinal Biffi, sottolineando il valore anche religioso cattolico dell’autore e dell’opera. Non mancarono da quel momento curiosi paralleli teologici con la trilogia e le sue componenti, e la diffusione di Tolkien ne guadagnò.

La lunga vicenda della strumentalizzazione di Tolkien è stata raccolta nel libro “L’anello che non tiene” di Paolo Pecere e Lucio Del Corso, citando Montale nel titolo con lo stesso significato della poesia “I limoni”. Di quello che possiamo ormai definire un classico, testo sempre attuale e sempre sottoposto a riletture secondo i bisogni storici e sociali, ma anche disponibile a personalissime interpretazioni del lettore indipendente da ideologie politiche, abbiamo quindi individuato un canale conservatore e tradizionale sviluppato dalla destra, un canale rivoluzionario contro i totalitarismi, le guerre, l’industria sfrenata, sviluppato (non solo in Italia) dalla sinistra, e un canale meta-politico della lettura cattolica o comunque spirituale dell’opera.

In Italia sono stati di grande importanza, per ricucire l’ingiusto strappo ideologico che ha relegato Tolkien nelle etichette o nel silenzio, tre elementi:

– la Società Tolkieniana Italiana, che con le sue attività e percorsi indipendenti di “cultura tolkieniana” ha costruito un canale “originario” di lettura delle opere, un canale indipendente, vicino ai contenuti e al valore artistico e letterario più che a interpretazioni e metafore.

– la Bompiani, la Casa editrice che oggi pubblica Tolkien avendo ereditato il catalogo delle sue opere dalla Rusconi: anche sull’onda della riscoperta dei capolavori stimolata dai film, la Bompiani ha messo in moto una lunga riedizione di tutta la bibliografia tolkieniana, con traduzioni, grafica, rilegatura di qualità e finezza mai viste prima, dedicandosi anche ai volumi meno conosciuti o addirittura mai editati in Italia.

– l’uscita stessa dei film di Peter Jackson, che hanno portato anche in Italia Tolkien al pubblico “di massa”, svilendone sempre più, anzi rendendo quasi sacrileghe, interpretazioni politiche, donando invece il gusto della creazione tolkieniana e della passione personale per una storia sempre attuale e stupefacente.

Una delle interpretazioni più condivisa ed anche meno ideologica sebbene molto forte, è sempre stata quella di vedere ne Il Signore degli Anelli l’allegoria della Seconda Guerra Mondiale. La parola fine alle interpretazioni di cui abbiamo visto un excursus, alla politica degli elfi, degli hobbit, degli orchetti, ma anche a quest’ultima, Tolkien l’aveva messa già all’inizio; la si può trovare, non tanto in interviste, quanto nelle lettere che Tolkien mandava ai suoi figli e ai suoi amici, nonché nella prefazione alla trilogia stessa, e in un saggio del 1931, Un vizio segreto. In essi egli spiega molto sulla nascita de Il Signore degli Anelli e sul peso metaforico di esso nell’intenzione dell’autore. Nelle prime righe della prefazione alla seconda edizione inglese, Tolkien afferma che l’ispirazione della sua opera è stata “primariamente linguistica”; “solo per fornire un retroterra di storia alle lingue elfiche” che si era inventato da giovane. “Al piacere fonetico su unisce la gioia sottile dello stabilire relazioni nuove e insolite fra simbolo e significato”. Si tratta, dice, di mitologia, non di allegorie del presente, tantomeno della Seconda Guerra Mondiale, anche perché “le guerre non sono mai propizie al perseguimento del piacere dello spirito”.

“Devo dire che tutto questo è un mito, e non una nuova specie di religione o di visione”

“Io pretenderei, se non pensassi che fosse presuntuoso da parte di una persona così mal istruita, di avere come obiettivo di dimostrare la verità e di incoraggiare i buoni principi morali in questo nostro mondo, attraverso l’antico espediente di esemplificarli attraverso personificazioni diverse, che alla fine tendono a farli capire”

(tratto da La Via prosegue senza fine di Giacomo D’Alessandro, Genova 2009)