WP_20140403_019

Giuro che avrei voluto scappare. Non sarei rimasto in quell’appartamento lurido un attimo di più, e non ho intenzione di descriverne i dettagli. Che esistano queste situazioni è risaputo, trovarcisi in mezzo d’improvviso è ammutolente. Come succede che una vita umana venga ridotta a quella di una bestia? Che la solitudine espropri e invada ogni centimetro di un’esistenza? Che ogni orizzonte vitale si estingua, si oscuri? Non lo so. Non so che dire. Non so che fare.

Quelle tre donne con la schiena dritta e gli occhi profondi, che tanti con spregio chiamano “suore” come fossero sagome di cartone inutili e incartapecorite, quelle donne passano tutti i giorni in mezzo a situazioni come queste. Non sono persone spente, buoniste, eroiche, ciniche. Sono vive, serene, affaticate, indaffarate, serie, normali, preoccupate, umane. A cena era squillato il cellulare. Una vicina chiedeva alla sorella di andare a tranquillizzare il ragazzo del piano di sopra… Lei mi dice di venire anch’io, mi spiazza perché mi conosce appena. Se per una volta può non andare sola, male non fa, comprendo. Quello è un bravissimo ragazzo, ma è anche gigantesco, e psichiatrico, e tante altre cose. Una vita devastata.

Me lo ha detto Fabrizio ieri sera, e ora lo sento sotto la mia pelle: chi si permette di giudicare, non ha mai avvicinato la sofferenza. Al rientro, tra i corridoi di questa palazzina di Scampia con 140 appartamenti, la sorella mi racconta come lo hanno trovato, quel ragazzo e suo fratello. La prima volta che sono entrate in casa loro, sono rimaste scioccate. Mai visto niente del genere. Dormivano in terra, sui sedili divelti di una macchina, dopo aver insozzato i materassi al punto da renderli inutilizzabili. Anni di bestialità, droga, solitudine, abbandono, malattia… “Come si vive per anni accanto a cose del genere?” le chiedo. “Non si impazzisce?”. Sorride, le rughe si chiudono attorno agli occhi infossati. “No… Ognuna di noi fa il possibile. E poi cerchiamo di non essere sole. Ci leghiamo agli assistenti sociali, ai condomini, agli amici…” Non tutto quel ch’è oro brilla, dice Tolkien, nè gli erranti son perduti. Sotto la coltre c’è anche la vita.

A Napoli passo dal Centro Direzionale, un complesso futuristico di torri di 16 piani con ascensori stile Star Wars, attraverso mirabolanti nuove stazioni della metropolitana con colori psichedelici o mosaici artistici, fino alla zona dell’università con i suoi vicoli antichi e unti, le botteghe, i giardini nascosti. Lucia mi mostra la mensa occupata, ricavata da collettivi antifascisti nei locali pronti per una nuova mensa del diritto allo studio, e mai aperti per inadempienze politiche. Prezzi popolari tre giorni a settimana e studenti volontari come personale. Lo stesso movimento studentesco festeggia un anno di attività della Palestra Popolare Vincenzo Leone, con tantissimi corsi a 10 euro al mese, molto frequentata. Sono queste le luci di novità e speranza in un mondo dove nulla sembra trasformabile.

Salgo a piedi da solo lungo la via Pedamentina, una scala di oltre 700 anni che collega i Quartieri Spagnoli a Castel Sant’Elmo e alla Certosa, sulla collina da cui si domina il golfo e la città di Napoli, fronteggiando all’orizzonte il possente Vesuvio addormentato. La via è disseminata di cocci e ghiaia, i muretti si sfanno, le piante invadono, fresche di primavera. C’è silenzio e si sta in pace. Un comitato ha affisso cartelli per lamentare il degrado di questo percorso patrimonio dell’umanità. “I ragazzetti dicono che questa via è morta, una discarica, non porta da nessuna parte”, c’è scritto. Forse lo dicono anche delle sorelle e dei fratelli che passano le giornate nei meandri di Scampia, e di chiunque in ogni altro luogo dove si cammina sull’orlo dell’abisso. So che è su questo che gioco la mia fede. E decido di credere che quella strada ha senso: porta tutti in un posto migliore.

3 aprile 2014, Giandil

WP_20140403_022