4 in braccio a Francesco

1. Il nostro viaggio: 1-5 aprile 2015

Siamo partiti in quattro (io, Luca, Gigi e Ulde) dall’anfiteatro di Gubbio, la città dove Francesco fu costretto a scappare cacciato da Assisi, e dove secondo la leggenda ammansì un lupo che da tempo dava problemi agli abitanti, solo perché affamato dall’inverno.

Da Gubbio ci si immette sulla via Francigena, l’antica via dei pellegrini che da tutta Europa e in particolare da Canterbury partivano per Roma. Questo tratto di Francigena è nominata la Via di Francesco, perchè ripercorre i viaggi a piedi di Francesco d’Assisi. Si attraversa la vallata diretti alle colline e ci si inerpica verso l’eremo di San Pietro, che però non abbiamo incontrato. Poco prima delle case di Biscina, a circa 20 km di cammino dalla partenza, ci siamo accampati per la notte nei pressi di un rudere. Era la sera del giovedì prima di Pasqua, in cui si fa memoria dell’Ultima Cena di Gesù con i suoi discepoli, e della lavanda dei piedi come modello di vita umana in pienezza. Abbiamo cenato con pane, verdure e agnello arrostito sul fornelletto, ripetendo la cena degli ebrei raccontata nell’Esodo, alla vigilia della liberazione dalla schiavitù d’Egitto. Abbiamo letto i brani antichi sotto le stelle, e ognuno di noi ha risuonato con ciò che della sua vita aveva nel cuore in quel momento.

La mattina dopo abbiamo raggiunto un’abbazia in pietra e ci siamo rinfrescati nel ruscello, al sole. Su e giù per i colli abbiamo raggiunto Biscina, visitato il grande Castello (lasciato a metà da recenti restauri e completamente abbandonato alle intemperie) e proseguito tutto il giorno verso Valfabbrica, a quasi 35 km da Gubbio.

Superato il paese non senza una sosta-gelato, ci siamo addentrati in una valle piccola e nascosta che sale nella boscaglia dolcemente e poi ripida accanto ad un torrente, fino a raggiungere un crinale dal quale si vede, in lontananza, l’ultimo sole brillare sulla bianca basilica di San Francesco. Assisi.

Ci siamo accampati nel cortile riparato di una pieve romanica, all’ombra dei cipressi, e – era venerdì – abbiamo fatto memoria della Passione e della Croce di Gesù di Nazareth, condividendo la lettura, il silenzio, alcuni commenti sulla sofferenza innocente e la speranza di giustizia nel mondo di oggi.

La terza mattina di cammino, ci siamo diretti ad Assisi seguendo la strada tra casupole, ruderi, uliveti e campi coltivati, in un clima campagnolo silenzioso e raccolto, sotto un cielo nuvoloso. In fondo, sempre di fronte a noi, il grande Subasio con le case di Assisi che spuntavano alle estremità. Siamo saliti per il Bosco di San Francesco fino alla porta cittadina che dà sulla Basilica.

Ad Assisi ci hanno raggiunto le famiglie con Alessia, e dopo una sosta per goderci la cittadella, e una notte accampati nei pressi della fortezza e delle imponenti mura di cinta, la quarta mattina (Pasqua) abbiamo sfidato il Subasio in una fangosa salita fino all’Eremo delle Carceri. Il tempo volgeva al peggio fino a che non ha addirittura iniziato a nevischiare, ed è piombato su di noi un freddo invernale difficile a credersi dopo i giorni quasi estivi precedenti.

La quinta mattina abbiamo percorso la placida e silenziosa strada che costeggiando le pendici del Subasio collega Assisi al paese di Spello con le sue mura, le sue pietre chiare e i suoi eremi. Sotto di noi la piana e i suoi rumori velati, lontani rispetto alla quiete degli uliveti soleggiati, dei fiori e del ronzio delle api tra le cascine.

Su per la collina zaini

2. Di ritorno

Non ho scritto una parola di questi giorni tra i colli e i boschi francescani, e ne ho vissute molte. Mi sono ritrovato in cammino, nient’altro che pochi compagni, la tenda e poco cibo, i testi della Pasqua e di Francesco «il poverello».

Sui sentieri, ancora una volta.

Lontano da tutto, da tutti, come mi serviva con urgenza. Senza un passato, senza un futuro, esistendo soltanto in tutto me stesso, nel presente del camminare e celebrare. Stare in silenzio e parlare. Ho detto molto, e anche taciuto molto, di me e dentro di me. Ho provato serenità, ho provato il mio corpo, ho vissuto emozione, delusione, ardore, speranza, passione, attenzione, attesa, ma con purezza, senza sovraffollamento né ansie particolari. Ho creato un luogo, un tempo e una combinazione per niente scontata e facile… Non ho fatto poi molto, ho giovato della buona adesione e presa d’iniziativa di tutti i miei compagni di viaggio.

Ho celebrato la Pasqua.

Ho celebrato e fatto memoriale della Passione, della Morte, della Speranza di Risurrezione.

Ho ascoltato Francesco, viandante primo di questi sentieri, di questa natura, di questo vangelo.

Molte immagini come portate dal vento mi compaiono vive nella mente.

La luce della luna, la sera del giovedì santo, e noi accampati sulla Via. Le pietre rosa sbriciolate sul sentiero che porta ad Assisi. Il vento tra gli alberi e la neve all’Eremo delle Carceri. Le letture da «Io, Francesco», sulla scelta estrema di povertà, del suo cammino in semplicità, compagnia, rivoluzione. Gli asini che vengono ad annusarci, il signore in Mercedes che ci offre l’acqua, la foto di partenza a Gubbio a cavallo del lupo, la pizzeria con il doppio pavimento di pietra antica. Le signore pazze che raccolgono tartufi e germogli d’ulivo nel bosco. L’infinita tappa verso Valfabbrica, e i cavalli in gita, e il gelato liberatorio. Il sentiero che s’infiltra tra i colli salendo dolcemente lungo il fiume, le primule che fanno da cornice dorata al sentiero. I segnavia sempre con noi…

La foto da finti grassi alla partenza. I momenti di silenzio da solo, sulla via, restando indietro o andando avanti. Consultare la guida senza neanche una cartina. Riflettere insieme su come doveva essere quel luogo, quella strada, quel camminare nel Medioevo. L’attualità straordinaria di giungere in questi posti, toccando con i piedi e il sudore della fronte la terra, i boschi, le pietre.

Qui dove in tempi convulsi un piccolo gruppo di «figli» dell’era precedente ha deciso di vivere secondo altre regole, altri parametri, altra libertà; armonia con la natura, povertà, sussistenza, itineranza, uguaglianza, ricostruzione e aggiustamento dell’esistente, dialogo, incontro, accoglienza, spiritualità, essenza, ricerca, vangelo.

Fuoritempio

3. L’arrivo

Assisi è una rocca bianca e rosata, che abbraccia il Subasio. Arriviamo alle sue spalle, lentamente, gustandone il silenzio, mirandola sospesa sulla piana fosca che si spalanca oltre.

E tu, Francesco, come l’hai vista? Come la vedi, questa terra boscosa dove i passi non cambiano nei secoli, dove il viandante giunge ora in altri modi, per altre fonti, in cerca delle tue orme…?

Francesco è un ricco giovane figlio di un mercante, un perdigiorno, uno che quando decide che è ora di farsi valere, lo fa andando in guerra, e si prende una facciata clamorosa. La prigione lo ferma, gli dà un tempo morto, lo obbliga a pensare, a guardarsi dentro.

Cosa ci fai lì, Francesco? Dove vuoi andare? Che vita è?

Da lì parte il tumulto, la trasformazione, l’interrogarsi della coscienza che di fronte allo splendido crocifisso di legno dipinto, nella chiesetta di San Damiano, ti farà risuonare in testa queste parole: “Va’, ripara la mia casa, che è tutta in rovina…”

Per diventare gente che ripara case in rovina bisogna avere le competenze, i fondi, i progetti, gli operai, le attrezzature… Niente. Tu, Francesco, non hai che te stesso, e la tua vita fino ad ora.

Assisi rosata

4. Il gatto di Spello

Spello è sole sulle pietre piccole e chiare, che si aprono e si chiudono sul viandante. Porte, voltini, vicoletti, scale. Un gatto immobile fa la guarda ad un vecchio portale di legno, mentre il silenzio si spalanca ad ogni balconata, e a tratti arriva il vociare di gente che lenta sale di piazza in piazza.

Spello è luogo d’infanzia, quando mamma e papà venivano qui in ritiro, e mi lasciavano a giocare negli eremi, con altri bambini. Ricordo la sabbia, di quel tempo. La raccolta delle pannocchie nei campi di mais, sotto il sole cocente. La luce soffusa di una veglia nel chiostro, la lampadina spoglia in una povera cella di un convento, la nostra stanza.Gatto di Spello

Spello negli anni è diventato per me luogo fascinoso dei racconti degli adulti, ma anche luogo di origine di persone che, nei loro libri, mi hanno parlato a lungo. Carlo Carretto e la sua “autobiografia” di Francesco d’Assisi. Giuseppe Florio e la sua bibbia rispiegata nell’essenza, i suoi annunci, i ritiri a Collevecchio.

Sulla via alta che da Spello porta ad Assisi toccando la cima del monte Subasio, si trova la stretta rientranza dell’Eremo delle Carceri. E’ un bosco scosceso, ombroso, di terra che si sgretola e rocce che affiorano pallide, in cui si aprono a tratta dei buchi neri, le grotte.

Qui sei venuto a ritirarti, Francesco. Qui tu e i primi compagni avete tirato su, pietra su pietra, un piccolo eremo. Nel cortile, tra la cappellina e le celle dei frati c’è un vecchio pozzo, su cui oggi fioriscono i gerani. Affacciandomi dal balcone sospeso nel vuoto, sul bosco scuro e il letto pietroso del ruscello, respiro la pace. A perdita d’occhio la foschia vela la piana umbra. Minuscoli fiocchi di neve iniziano a cadere, il mondo si ferma.

Questi sono luoghi d’Italia tutt’oggi difficili da raggiungere, fuori dalle arterie principali, il cui nome è piccolo anche sulle mappe digitali, nonostante per la spiritualità millenaria dei cristiani siano praticamente un centro del mondo, al pari di Gerusalemme o Nazareth, o Roma…

E tu, Francesco, come ti senti oggi qui all’eremo? Come preghi, cosa vieni qui a cercare? Quali parole, quali domande degli uomini contemporanei ti smuovono di più nel profondo? Che parole e che gesti hai tu da offrirmi?

Qui regna il silenzio, che è sempre sotteso ai versi degli uccelli d’ogni specie, e del vento tra le fronde. Questo è il silenzio del Dio che ti ha parlato: l’armonia del mondo che non conosce ferite.

Ponte di pietra

5. La strada dura

Quanto è stata dura la tua radicalità, Francesco?

Oggi Assisi vive sul tuo ricordo, sulle tue pietre, sulle orme calcate dai tuoi compagni, di generazione in generazione. Ma quanta della gente che qui arriva è simile agli assisani del tuo tempo? Siamo così, c’è poco da dire. Piccoli pezzi di un sistema più grosso di noi, che quasi nessuno sa comprendere, affrontare, scalzare con un modo diverso di stare al mondo. Siamo mercanti, banchieri, ingranaggi di meccanismi produttivi, gente da appartamento. Devoti per folklore o per consolazione, per abitudine o per illusione di sapere di che parliamo. Siamo chi siamo, e stiamo alle regole e agli obiettivi che altri ci hanno dato: guadagnare, acquistare, potere, avere…e lavorare per guadagnare ancora.

Siamo gente piccola, che può far qualcosa per sé, qualcosa di meno per gli altri, e non si pone in un percorso di liberazione, di trasformazione. Come invece tu hai fatto. Ti sei liberato le mani. Hai scontentato la famiglia, i vecchi amici, la patria e l’esercito, i mercanti, i tutori dell’ordine…

Liberarsi costa, ma non poi così tanto. O meglio, non è così tanto ciò che si perde rispetto a quel che si può guadagnare. O forse è quello che pensa chi come me condivide la tua idea, Francesco, ma in un modo o nell’altro ha il “sedere” al coperto. Perché la tua è stata una radicalità totale, di rottura, povera, che non ti ha reso impedito ma vicino e incredibilmente capace di “dare” ai poveri. Tu eri povero “in spirito”, quindi beato. Loro, spesso solo poveri e basta, dunque “bisognosi”. Tu, affidato. E chi si affida, promette Gesù, vince. Non ha “bisogno”, perché facendo le cose importanti, “eterne”, merita già dal mondo l’essenziale per vivere.

4 all'arrivo

Uliveto di fiori gialli

Due sulla strada

Prato ondulato