renne
Caro Babbo Natale,
lo so che è tardi per una lettera, ma non ti devi preoccupare: non sono qui a chiederti “cose”. Per quanto spero che i tuoi amici folletti abbiano avuto il loro bel daffare nel confezionare regali per i bambini di tutto il mondo. Sai, dalle nostre parti si sta perdendo la bellezza della manualità, di ciò che è semplice e che lascia spazio alla creatività del gioco… Scusa anche se continuo a scriverti ben oltre la maggiore età, ma proprio non capisco quelli tanto ansiosi di lasciar tramontare la tua leggenda reale, la magia del mistero, la speranza della meraviglia. Come se non fosse vero che il mondo conserva ancora un po’ di magica meraviglia grazie a tutti i Babbo Natale come te che si prendono la briga di omaggiarlo, sorprendendo e dedicando un’attenzione a tutte le creature più tristi e bisognose.
Tu che rappresenti una storia di culture lontane che si incontrano, che fondi in te l’impacciata aura sacrale delle divinità nordiche e la bonaria solerzia di un pastore orientale, sai bene cosa intendo. Sai che qui da noi, anche per questioni climatiche, il Natale si rappresenta con le finzioni: finti abeti, luci plasticose, neve di polistirolo, canzoni importate per fare atmosfera. Sai anche che il protagonista della “natività” celebrata passa sempre più inosservato, quasi inutile ai fini di una generica festicciola annuale in cui farsi auguri e regali. E allora la fiaba, così vera umanamente, si fa sempre più finto sfondo, dal momento che non abbiamo alcuna intenzione di realizzarla: con le fiabe è così, ci dicono tanto di vero sulla nostra esistenza, e così preferiamo lasciarle fiabe, ché prendersi l’impegno a realizzarle sarebbe decisamente scomodo per ciascuno di noi. Non sarebbe invece bellissimo vivere circondati da alberi veri da addobbare, in villaggi veri da decorare insieme, con Babbo Natale veri a muoversi di soppiatto nella notte santa per portare dolci e regali ai più piccoli e dimenticati? Pare di no. O forse sì, ma inconciliabile con i nostri obiettivi di “gente in carriera” e “civiltà di progresso”.
Caro Babbo Natale, aiutami innanzitutto a saper vedere e apprezzare le cose buone che questo tempo natalizio sa suscitare nelle persone di cuore aperto. Aiutami a sentire gratitudine per queste persone, che hanno tanto da insegnarmi. Portami quel tuo spirito capace di viaggiare per incontrare. Portami quella tua umiltà capace di donare senza farsi vedere. Portami quella tua sensibilità capace di interpretare e ascoltare i desideri più profondi di ciascuna persona che incontro. Rendi più visibili gli alberi fatti con cuore puro, i presepi che raccontano essenzialità e attesa vigile, i canti che ricreano comunità, le veglie silenziose di perdono e presenza viva, i regali suscitati da sincera dedizione per l’altro.
E ora il regalo che vorrei chiederti quest’anno: non solo per me, perché non è un regalo che stia in piedi con una persona sola. Donaci un po’ di pazzia: il desiderio, la volontà di fare sempre qualcosa di insolito, di nuovo, di intentato, di creativo. Di uscita da noi stessi e dalle nostre cosucce personali. Provo tristezza nell’assistere alla facilità con cui tante persone che amo e stimo si lasciano catturare dalle ansie e dai vincoli della quotidianità, diventando insensibili a qualsiasi slancio nuovo, a qualsiasi deviazione dall’ordinario. Vorrei essere sempre in crescita, in apertura, in maturazione, e non da solo. Donami un po’ di pazzia, e sarebbe proprio bello se mi donassi di volta in volta dei compagni di viaggio con cui metterla in atto, questa piccola pazzia per assaporare un po’ più a fondo gli orizzonti del vivere.
Donaci la pazzia di saper sempre ritagliare un tempo “altro”, rispetto a tutto il daffare con cui ci riempiamo l’esistenza. La pazzia di saper liberare tempo, spazio, interiore e pratico, per poter cogliere qualche esperienza diversa. Di viaggiare, di sostare, di “perdere tempo” per i propri amici, di esplorare il mondo, di mettersi a servizio di un pezzettino di bene… Portami una parolina “folle” che in fondo alla coscienza mi sappia smuovere, mi faccia cercare la bellezza inattesa, lo sguardo mai sperimentato, l’accoglienza dell’occasione imprevista. Senza l’ansia e l’esigenza di controllare tutto, di irreggimentare tutto.
Qualche sera fa, grazie ad amici artisti mi sono immerso in quel racconto, “L’uomo che cammina” di Christian Bobin, che in poche parole restituisce l’esistenza umana di Gesù di Nazareth. La poesia e la profondità possono ancora accendere la sete interiore di diventare più veri… “L’uomo che cammina è quel folle che pensa che si possa assaporare una vita così abbondante da inghiottire perfino la morte”. Allora, Babbo Natale, portami altri sentieri da intraprendere, alcuni verso mondi sconfinati, altri verso le cose di ogni giorno, da riscoprire continuamente, altri ancora verso le mie sorgenti esistenziali, cui tornare ogni volta ad attingere fiducia e speranza. Un amico mi ha augurato di vivere Natale con un tempo per l’interiorità e un tempo per i poveri. Chi sono oggi i poveri? Quanto sono io oggi di umanità povero? Portami la follia quotidiana di vivere all’interno di queste domande aperte. Domande che siano “sale” della mia vita. Del resto, come dice Bobin, “forse non abbiamo mai avuto altra scelta che tra una parola folle e una parola vana”.
Buoni sentieri di neve e stellate
Giandil
Genova, 24 dicembre 2016