Alberi infranti e alberi bianchi – gennaio 2018

Due sopralluoghi in solitaria mi hanno portato il primo giorno sui sentieri tra Vignole, Stazzano e Borghetto, in bassa valle, e il secondo giorno sui sentieri tra Daglio, Cartasegna e il monte Carmo, in alta valle. E’ una stagione particolare per camminare da soli. I boschi e le cime sono pervasi di una calma irreale, la natura stessa è viva ma sopita, come imbalsamata in attesa di un’altra primavera. Si ha l’impressione di aggirarsi in un mondo senza tempo e senza intrusi, invisibile ai grandi dilemmi del mondo, così sperduto da poter accogliere, forse, nuovi inattesi germogli di creatività e di umanità, segni di futuri diversamente possibili. Ma si affronta anche il crinale interiore della propria desolazione.

Il primo giorno, in bassa valle, ho dovuto rinunciare ad effettuare la tappa Vignole-Borassi. I sentieri, compreso l’Anello Borbera Spinti n.200, sono devastati dagli alberi caduti a causa del cosiddetto gelicidio. Questo fenomeno meteorologico ha colpito a dicembre tutta una determinata fascia altimetrica, causando il violento spezzarsi a metà di tantissimi alberi. In certi boschi sembra non ce ne sia uno salvo. Anche i sentieri più battuti e puliti, li ho trovati impraticabili. Servirà un enorme lavoro di taglio e rimozione per consentire il passaggio. Ho rinunciato, allibito, dopo una lunga salita da Vignole Borbera a Bocca del Lupo, dove si incrocia il sentiero 200, che ho percorso per un tratto in compagnia di due veterani, Silvio del CAI di Novi e Giovanni della Provincia di Alessandria. Ho faticato persino a tornare indietro per la mia stessa strada, dovendo strisciare decine di volte sotto i tronchi accatastati per metri e metri sulla traccia, facendo attenzione a non perdermi, dovendo aggirare spesso fuori sentiero i passaggi più impenetrabili. Il bosco era una ragnatela di artigli spezzati, di giganti frantumati a metà, contro ogni estetica naturale e ogni speranza di redenzione. Un vero devasto…

Il secondo giorno sono partito dal paese di Daglio, sopra il Ponte delle Bocche dove nasce il Borbera, con l’obiettivo di ritrovare un’antica strada che portasse a Cartasegna e poi su al crinale 200, in zona Poggio Rondino, pendici del monte Carmo. Due anziani taglialegna, uniche anime vive che ho incrociato arrivando al paese arroccato di Cartasegna, hanno saputo darmi quelle poche fondamentali indicazioni di massima perché potessi orientarmi nella lunga salita verso i crinali, unica zona rimasta innevata perché sopra i 1200 metri. L’estrema solitudine e il senso ancestrale di questi luoghi mi ha avvolto facendomi sentire a mio agio, in una natura dominante, capace di regalare ad ogni passo scorci e dettagli fascinosi. Alberi dalle forme viventi, sassi muschiati da tempo immemore, ruscelli vocianti e fragorosi, orizzonti alti di chiome imbiancate. Ho sostato pochi minuti presso un’antica stalla abbandonata, un vero balcone sulle vallate, dove ancora si potevano indovinare qualche fascia coltivata e i canali di raccolta dell’acqua.

Raggiungere il crinale è stato come addentrarsi in una dimensione superiore, più vicina al cielo che al mondo terrestre. Innumerevoli alberi spogliati dall’inverno, interamente rivestiti di galaverna e nevischio ghiacciato, come bianchi capelli protesi al cielo azzurro e luccicanti di sole riflesso. La brezza silenziosa sollevava piccoli turbini di polvere visibili solo contro luce. Non una creatura. Non un essere umano. Nessuna impronta sul manto indurito che gracchiava al mio passare vagabondo. Nell’atmosfera unica e irripetibile di quella solitudine ho avvertito ancora una volta come una presenza più vasta, il cui respiro si manifesta come vuoto di ogni altra cosa disturbante. Ho superato un bosco oscuro, un ruscello rosso sangue che feriva il manto albino, e raggiunto un grande abbeveratoio per le greggi estive. Lì, alle pendici del monte Carmo, mi sono fermato a mangiare qualcosa prima di cominciare la lunga discesa, su strade non segnate, verso il paese di Carrega. Non ho concluso granché ai fini della tappa che sto tracciando. Ma non è importante, a volte è necessario esporsi, vulnerabili, all’essenza più remota e inesplorata di un luogo, per ascoltarne lo spirito. Viverlo sulla pelle, e con tutti gli altri sensi, senza filtri, senza fini, senza regole. Questo incontro è stato tutto tranne che vano.