Come nasce un Cammino Sociale #8 – La rete che nasce dal basso

Il 21 marzo sono stato invitato a presentare il nascente Cammino Sociale della Val Borbera agli Stati Generali del Turismo, nella sua tappa a Novi Ligure. L’iniziativa seminariale dedicata ad amministratori locali, enti, associazioni e professionisti del territorio è stata promossa dalla Regione Piemonte.

Illustrando brevemente questa singolare avventura – iniziata con una tesi di laurea e che continua prendendo vita tra i luoghi e le persone della Val Borbera – mi sono soffermato su un concetto: i cammini sociali sono uno strumento per indurre dal basso la creazione di una rete su un ampio territorio. Suona forse banale, ma in fondo oggi si sente molto parlare dell’esigenza di “fare rete“, lamentando la scarsità risorse (dall’alto) e di cultura/mentalità (nei soggetti locali). Si dà spesso per scontato che una rete si costruisca dall’alto, a tavolino, e che in quanto proposta conveniente per tutti debba in qualche modo aspettarsi la partecipazione e la reattività dei soggetti coinvolti. Per poi lamentarsi pubblicamente del fatto che questo non funzioni, o non dia continuità.

La scommessa di un Cammino Sociale è innanzitutto aprire una via; quindi offrire una narrazione che la renda appetibile ai camminatori di ogni provenienza (nazionale ed europea in primis); e poi facilitare che la via sia percorsa da tutti coloro che esprimono la curiosità di farne esperienza. Nel tempo dovrebbero essere i camminatori stessi a suscitare la nascita di una o più reti sul territorio: di fronte alla realtà che lo stesso cammino passa fuori dalla porta di realtà diverse, lontane anche geograficamente; di fronte alla realtà che gli stessi camminatori con la stessa domanda di esperienza transitano per il proprio luogo di vita o di lavoro; di fronte ai bisogni comuni di coordinamento, domanda ed offerta, che l’esperienza di un cammino sociale comincerà ad esprimere sempre più incalzante, con la promessa concreta di costituire un sostegno anche economico al tessuto territoriale. In queste condizioni, sarà il territorio ad essere risvegliato da chi cammina, laddove non abbia la capacità, la visione o l’interesse a risvegliarsi da sé.

Non si tratta quindi di “calare” dall’alto un progetto di rete, con il consueto risultato che le singole realtà non riescono ad accollarsi un impegno in più. Si tratta di creare (e coltivare) le condizioni perché la rete si generi come risposta ad un richiamo dal basso, concreto ed evidente. E che si possa costituire nel tempo con la cura degli spazi dedicati al confronto collettivo, alla condivisione delle opportunità, delle esperienze, dei bisogni, dei desideri e delle difficoltà.

Questa è la nostra sfida, una sfida inclusiva che non ha bisogno di portare o chiedere ad un territorio qualcosa di più, ma che intende valorizzare in una narrazione nuova e positiva ciò che già è presente, valido, potenziale. Il Cammino Sociale è una pratica più promettente di altre, in funzione di ciò, perché si basa sulla lentezza, sullo spostamento lento di corpi, menti e cuori con la fame di scoperta profonda dell’essenza di un itinerario, di un habitat, di un caleidoscopio di memorie e futuri.