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Canto del Ramingo

Cammino e spiritualità sui sentieri di Giandil

Canto del Ramingo

Autore: Giandil (Page 1 of 11)

Val Borbera, donne radici e memorie

Come nasce un cammino sociale #13

“Una volta qui era come un giardino” mi dice la signora Maria, 86 anni, nata e vissuta nel minuscolo borgo di Centrassi. “Ora è triste vedere tutto abbandonato. Ho dedicato la vita a tenere questi campi, i boschi, i sentieri…”. E’ tenera e minuta, una memoria vivente dei mutamenti del mondo. “Qui campavamo con quello che produceva la terra. Dovevamo comprare soltanto olio e sale, il resto lo facevamo noi. Grano, patate, ortaggi, latte, uova, formaggio. Ho provato anche io ad andare per l’inverno a servizio presso i signori di Genova, come si usava per le donne di qui. Ma non mi trovavo. Il mio posto era qui con la terra.” Mi racconta mentre con le mani sottili pulisce i fiori nei vasi sulla scala di casa.

La signora Cicci è un po’ più giovane, ma ha visto la guerra. Lei e il marito mi offrono un bicchiere d’acqua e di fermarmi a pranzo con loro. Racconto che sto recuperando vecchi sentieri, vecchie memorie, per aprire un cammino sociale e ricreare una trasmissione tra generazioni. Tra chi vive qui e chi arriva da fuori. E chissà, suscitare qualche voglia di ritorno all’essenzialità e alla bellezza di questi luoghi.

Ha visto la guerra la signora Cicci, aveva 8-9 anni. “Noi siamo di Genova ma eravamo sfollati qui, dai parenti”. E anche qui arrivò la guerra, con i partigiani che cercavano di scongiurare l’occupazione nazista. “Quando passava una banda partigiana mia madre metteva sulla stufa un pentolone di acqua bollente per lavargli i vestiti, a quei ragazzi, tutti pieni di pidocchi a causa della vita all’aperto. Ma quando ci furono le retate dei nazifascisti, ho visto in due occasioni mia mamma essere messa al muro. Poteva morire da un momento all’altro, davanti ai miei occhi. Io non credo che voi giovani possiate capire. Ma quando oggi vedo al telegiornale quelli di Casapound che fanno il saluto fascista, mi si torcono le budella dalla paura. Perché io ho visto. Io ricordo cos’è stato”.


[foto di Luca D’Alessandro]

Il giovane ricco – commento biblico

Testo riveduto dell’intervento di Giacomo D’Alessandro al convegno della Fondazione Missio (CEI) ad Assisi, 28 agosto 2018.

Brano Mt 19, 16-22

Oggi vi propongo di riflettere sulla radicalità. Un aspetto delicato, che facilmente diventa pericoloso, e ne abbiamo infiniti esempi. Ma credo che il ruolo delle generazioni più giovani sia proprio quello di osare la radicalità, e in questo costruire con gli adulti un rapporto di confronto, di correzione reciproca, di incoraggiamento, a volte di rottura (è sano anche questo). Ho scelto senza dubbio il brano del giovane ricco non perché mi senta di poterne dire grandi verità, ma perché questo brano sento di starlo vivendo, io e tanti altri della mia generazione, in questi anni della storia.

Vangelo di Matteo. Matteo scrive agli ebrei, ricordiamolo sempre. Se non si fa attenzione a ricostruire le intenzioni e il contesto di chi scrive, si rischia quella deriva che in gergo si chiama “violenza epistemica” sul testo: gli si fanno le domande sbagliate, gli si fa giustificare quello che fa comodo a noi. Ed è quello che è avvenuto per secoli e che spesso avviene ancora oggi nelle comunità cristiane, per cui concedetemi questa parentesi visto che siamo qui per riscoprire il senso della Parola nella nostra vita: abbiamo tutti bisogno di un sostanzioso aggiornamento biblico sull’interpretazione di tantissimi brani. Perché la disciplina dell’ermeneutica biblica si è evoluta perlopiù negli ultimi 80-100 anni, e ha ridato un senso più preciso ai testi. A volte c’è da rimanere scandalizzati, da quanto è cambiato il senso di brani o di frasi che consideriamo dei capisaldi. Chiusa parentesi.

Altra premessa per accostarci al brano. Avere, come dice Carlo Maria Martini, la percezione che “le pagine bibliche parlano di me”, cioè mi svelano, sono uno specchio. (…) Dice qualcosa che io vivo, anzi mi spiega cosa mi sta succedendo. Perché molti giovani sono confusi, non sanno chi sono, hanno mille tensioni e pulsioni, non sanno ordinarle. Mentre le pagine della Scrittura con la loro ricchezza di umanità e anche con le figure che presentano chiariscono. “Riconosco qualcosa di me nel giovane ricco, in Pietro, in Davide”.

Dov’è in me il giovane ricco? Mettiamoci sul brano con questa domanda. Non siamo monoliti, i bravi e i giovani ricchi, i credenti e i non credenti. La grande intuizione di Martini è che ci sia un po’ dell’uno e dell’altro in ognuno di noi; lì acquista valore il discernimento, “distinguere” per poter scegliere bene…

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Il cammino sociale su Giornale7

di Debora Bergaglio

Sta per nascere il cammino sociale della Val Borbera: 130 km da percorrere in 7 giorni per rilanciare un turismo lento e vincere lo spopolamento. Non se ne conosce ancora il nome, ma il progetto è in via di definizione e ogni giorno prende forma. Il cammino sociale della Val Borbera è un’iniziativa di stampo turistico – ambientale che si attendeva da tempo. Un cammino sociale potrebbe, infatti, essere lo strumento per portare un turismo lento, ma costante, destagionalizzato e rispettoso di questa parte di Appennino. D’altronde il trend del turismo in cammino, in bici, a piedi e a cavallo sta crescendo in ogni parte del mondo portando, quando ben gestito e sviluppato, a ottimi risultati in termini di sviluppo e crescita del territorio, della sua popolazione e delle sue attività. In pratica un antidoto allo spopolamento.

Trek in Scampia: un cammino urbano

Cari amici, a settembre io parto per Scampia, e stavolta mi porto dietro volentieri chi avesse voglia di conoscere da dentro una realtà piena di disagi e contraddizioni, ma con un gran fermento di associazioni, gruppi e gente bella che si sbatte tutti i giorni per una rinascita.

Cammineremo per le strade, mangeremo metri di pizza e bufala, vedremo tanto con i nostri occhi (forse persino il carcere), e aiuteremo anche “loro” a sviluppare nuove idee per una comunicazione quotidiana del bene che germoglia, e che rischia di non emergere mai.

Per il momento raccolgo i nomi degli interessati, a cui saranno spiegati i dettagli, sarà chiesta una breve presentazione e i motivi di interesse. Al massimo 15 persone, per vivere bene il tutto. Preferibilmente under 35, ma si fanno eccezioni motivate… Scrivetemi a dalejack [at] hotmail.it

Un abbraccio 

News dalla Val Borbera #2

L’itinerario è pronto: 130 km di sentieri e incontri

Seconda newsletter per aggiornarti e coinvolgerti nei passi avanti del Cammino Sociale della Val Borbera. E’ pronto dopo lunghi sopralluoghi e consultazioni l’itinerario che costituirà il cammino. Si tratta di 130 km tra sentieri CAI, vecchie mulattiere e strade non trafficate, che descrivono un inedito anello all’interno della valle. Le 7 giornate di cammino prevedono le seguenti tappe:

1. Arquata – Persi
2. Persi – Cantalupo – Rocchetta – Albera
3. Albera – Cabella – Cosola
4. Cosola – Carrega – Vegni
5. Vegni – Reneusi – Dova
variante. Vegni – Antola – Dova
6. Dova – Sisola – Borassi
7. Borassi – Roccaforte – Grondona – Arquata

A breve sarà inaugurato un periodo di sperimentazione in cui sarà possibile scaricare le tracce GPS di ogni tappa e andare a provarle di persona, così da inviare segnalazioni, suggerimenti, informazioni e fotografie, ma anche collaborare di propria iniziativa alla pulizia dei sentieri dove necessario. Nel frattempo continua il confronto con Sindaci e Unioni per arrivare ad una segnaletica stabile sul percorso, e con albergatori e abitanti per concordare un’ospitalità efficace e diversificatadurante tutto l’anno. E’ in corso anche la stesura di una breve guida al cammino che sarà pubblicata in versione digitale e cartacea, e che oltre alle indicazioni logistiche e turistiche conterrà anche le indicazioni per incontrare le realtà virtuose della valle.

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Val Borbera, il mestiere delle castagne

Come nasce un cammino sociale #12

La settima tappa del Cammino Sociale comprende il giro degli essiccatoi e il borgo di Grondona. Con Maurizio e Giorgia l’abbiamo esplorata verso la fine di giugno partendo da Arquata e immergendoci nei folti boschi soleggiati che ricoprono i crinali di bassa valle. E’ un mondo suggestivo, così vicino alla “civiltà” e alle arterie stradali quanto selvaggio e misterioso, poco battuto, quasi dimenticato. A tratti in cima ad inattese radure si scoprono cascine fuori dal tempo, piccoli santuari o capanne di caccia.

Gli essiccatoi rappresentano qui nella veste meglio conservata (grazie a recenti restauri ed ai pannelli didattici) il cuore di una civiltà contadina che sembra scomparsa, ma non è perduta. Quintali di castagne di cui questi boschi erano letteralmente coltivati venivano qui ammassate ed essiccate con il fumo, per purificarle da vermi e insetti e poterle poi conservare a lungo, in attesa di farne soprattutto farina, olio ed altro sostentamento per le famiglie contadine.

Un contatto importante con i tesori che il bosco contiene, e che non troppo tempo fa chi conduceva una dura vita da queste parti sapeva con saggezza valorizzare in ogni loro aspetto. La natura madre, come ci insegnano gli indigeni di ogni latitudine, e non quel mostro inospitale e ostacolante che ci ha additato una idea dominante di “progresso”.

[Maggiori informazioni sul sito del CAI di Novi Ligure]

Cerca la gioia. Le parole di Emilio Raimondo

Mi specchio nel ghiaccio

Entrare nudo nel lago di un ghiacciaio a 2900 metri.

Specchiare i miei anni nel cielo liquido che riluce di correnti ed evoca visioni.

Un giorno di vera catarsi.

3 agosto 2018 – Lago Golettaz – Val di Rhemes

Questa fame di cammino sociale – Italia Che Cambia

di Giacomo D’Alessandro

Da ormai qualche anno sta prendendo piede in Italia una nuova idea di cammino. È un’idea che non nasce dalla teoria, ma dai piedi, dai passi e soprattutto dagli incontri. Molte persone, a volte interi gruppi e movimenti, si dedicano a camminare in luoghi anche non turistici, per incontrare a passo lento le realtà virtuose che abitano determinati territori. È un camminare che riscopre e sogna una realtà diversa dal soffocante racconto mediatico, un’Italia dei borghi e delle comunità, delle avventure sociali e culturali che come “lucine” presidiano territori spesso abbandonati e spopolati.

È un camminare che scommette sul ricucire una realtà individualista, frammentaria e rassegnata, non tanto con grandi discorsi quanto con i corpi e le menti. Ed è infine un camminare che nasce dal desiderio di chi, fuori dalle metropoli, va in cerca di altri stili di vita possibili. Questo modo antico e nuovo ha come risultato di incoraggiare (moralmente ma anche economicamente) le persone che una scelta diversa l’hanno compiuta, ma spesso arrancano in territori dove far ripartire economie circolari e sostenibili non è affatto scontato.

Per tratteggiare le caratteristiche del “camminare sociale” e dei movimenti che lo hanno sviluppato, mi sono rivolto ad alcuni significativi personaggi che ho avuto modo di conoscere. Primo fra tutti il camminatore e fotografo Riccardo Carnovalini, che ha condotto alcuni dei più intriganti percorsi a piedi e reportage in 40 anni di attività (CamminAmare, CamminaItalia, GeMiTo, Appia Antica…). L’ultima avventura, PassParTout, è stata un cammino di 9 mesi per l’Italia in cui chiedeva ad ogni persona ospitante di trovargli l’ospitalità del giorno dopo. Un patrimonio inedito e imprevedibile di incontri vissuto e raccontato insieme ad Anna Rastello, camminatrice molto attenta al tema delle disabilità e dell’inclusione, promotrice di cammini sociali urbani di 24 ore e del Cammino di Marcella.

Dal 2011 si è lentamente coagulato Repubblica Nomade, un movimento unico nel suo genere, promotore di cammini dal forte impatto civile, in Italia e in Europa. I suoi ispiratori, lo scrittore Antonio Moresco e la redazione de Il Primo Amore, insieme a decine di volontari da tutto il Paese, hanno contribuito molto a sintetizzare i principi di una nuova, profetica funzione del “camminare” come atto politico, sovversivo e prefigurante nuovi orizzonti di specie. Tra le imprese più significative l’esordio Milano-Napoli sulla via Francigena e il cammino Stella d’Italia per convergere su L’Aquila, “da terremotati a terremotanti”. Ma anche inediti itinerari in Sicilia e in Sardegna, pionieri di una socialità tutta da scoprire…

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Val Borbera, vecchie vie di boschi in alta valle

Come nasce un cammino sociale #11

La tappa che abbiamo costruito in alta valle con i preziosi consigli di due veterani del CAI di Novi Ligure, Silvio e Guido, recupera alcune vecchie strade di grande fascino, parte di quella viabilità antica (e perduta) che racconta un’altra epoca precedente alla nostra. Ho esplorato questa tappa in solitaria, un giorno di maggio, partendo dal borgo di Daglio. Imboccando la vecchia strada che conduce al paese incastonato di Cartasegna, sembra di perdersi. Eppure il sentiero è lì, non risulta su cartine e mappe escursionistiche ma è intatto, aperto e soleggiato. Cartasegna sembra scolpito sul fondo di una valle nascosta, invisibile, ed è un paese in ripida salita, con molte case in pietra.

Scendo al fiume che rumoreggia gonfio delle piogge primaverili, e trovo un ponticello romanico affollato di mamme e bambini che scorrazzano nell’acqua. Il ponte mi immette su un’altra vecchia strada, a tratti più selvaggia, che scavalca la collina boscosa raggiungendo gli ultimi tornanti prima di Carrega, il più grande comune dell’alta valle. Connio, borgo famoso per il “giro” con piffero e fisarmonica tradizionali delle 4 province, è una lingua di casette chiare sdraiate sul costone come farebbe una frana nel tempo. Subito dopo sono a Carrega, con le sue sedi partigiane, il Comune impegnato nella realizzazione del Parco dell’Alta Val Borbera, e la grande chiesa isolata poco sotto il castello, o quel che ne rimane.

Mangio qualcosa in silenzio, poi proseguo, affiancando il passo ad una coppia di origini calabresi che vive qui da decenni. Mi accompagno chiacchierando con loro di sentieri, scorciatoie e animali, fino all’ultimo paese in fondo alla vallata, dove la strada si fa sterrato ed entra nel bosco profondo. Solo così si raggiunge il borgo abbandonato di Chiapparo, uno dei meno conosciuti e devo dire dei più integri. Un’altra mezzora di cammino e sbuco dal bosco sulla strada che raggiunge Vegni, a 1000 metri di quota, con il paese vecchio costruito nella zona più umida per lasciare le terrazze esposte al sole alla produzione agricola di sussistenza. Mi raccontano che qui si coltivasse il riso, oltre alle consuete patate e castagne. La vista dal paese nuovo è spettacolare. In basso, di fianco al cimitero sospeso sul rio dei Campassi, pascolano liberi cavalli lucenti. Che bello sarebbe proseguire il viaggio insieme a loro, portati tra i segreti delle valli perdute mentre cala la notte, e si alza la luna.

Val Borbera, i suoi perduti villaggi di pietra

Come nasce un cammino sociale #10

Il Cammino Sociale della Val Borbera passerà sotto il simbolico Monte Antola, ma su uno dei suoi versanti meno conosciuti: la splendida valle dei Campassi. Qui si possono ammirare tre borghi abbandonati in un ambiente naturale soleggiato e selvaggio. Sono i vecchi paesi di Casoni, Ferrazza e Reneusi, noti per alcune architetture ancora integre come l’oratorio di Reneusi, e per le vicende che ne segnarono l’abbandono negli anni Sessanta, o il parziale recupero oggi nel caso di Ferrazza.

Siamo a circa 1000 metri di altitudine, su un sentiero che circonda a mezza costa la valle e che immerge il viandante nella brezza di ampi faggi, querce e castagni. Di fronte, sull’altro versante, il Monte Buio dal nome più che azzeccato. Da Vegni, tappa di provenienza, si opera davvero un viaggio a ritroso nel tempo, con la panoramica sella dei Campassi a fare da spartiacque tra un mondo perduto ed il nostro. E’ un cammino di soste, di silenzi, di storie. Racconta senza bisogno di tante parole la civiltà contadina e pastorale di un tempo non troppo lontano, le fatiche di una vita sospesa tra i crinali, le prodezze della perseveranza di un popolo. Ma è anche un percorso che invita al rispetto per le testimonianze del passato, allo studio e alla memoria, finanche a interrogarsi su chi siamo oggi, e a cosa ci chiamano questi luoghi da riscoprire.

Val Borbera, il tempo di intessere un cammino accogliente

Come nasce un cammino sociale #9

Nelle ultime settimane ho vissuto giorni densi di incontri e colloqui in Val Borbera, con tanti passi avanti nella costruzione del Cammino Sociale. Si parla con i Sindaci e gli Assessori, si parla con gli albergatori, si parla con le realtà virtuose e associative conoscendole poco a poco. Gli ultimi giri mi son costati circa 100 km in bicicletta, senza contare quelli a piedi, ma percorrere gambe in spalla questi luoghi è il solo modo che mi pare valido di conoscerli e sentirli a fondo. Me l’hanno insegnato i veterani del Parco d’Abruzzo, che solo così ci si prende cura di un territorio naturale.

Proprio un anno fa portavo in valle questa idea del Cammino Sociale, di riscoperta lenta del territorio e delle sue affascinanti storie, non immaginando di trovare tante relazioni, affinitá e collaborazione. Tanto fermento in varie forme che dà speranza, “per chi viaggia in direzione ostinata e contraria”. C’è ancora un po’ di lavoro da fare prima che il cammino sia “lanciato” online, percorribile e attrezzato. Ma i pezzi si stanno componendo, e il tempo speso nel tessere relazioni, complicità, e nel vivere sulla pelle i boschi, le strade, i paesi e i torrenti, non è tempo sprecato: sta anzi rendendo sempre più realistico e accogliente questo progetto di trekking sociale. Lo sta cucendo nelle vite e nelle prospettive di tante persone che in Val Borbera e nelle valli contigue si “sbattono” tutti i giorni per fare cose belle. Se i camminatori troveranno un territorio accogliente sarà anche grazie a come i suoi abitanti vivranno e sentiranno l’intento di questo cammino.

A maggio è partita la newsletter che con cadenza mensile terrà informate sui progressi tutte le persone che ne hanno piacere. E quanto prima il cammino avrà un nome, un simbolo, un sito, una guida cartacea e una segnaletica su tutti i 120 chilometri della sua estensione. Il suo valore è rimarrà sempre quello di far emergere le storie significative e appassionanti – passate e presenti – della Val Borbera, così da incoraggiare chi la abita ad andare avanti in direzioni positive, umane, essenziali. Ma anche di farla conoscere in tutte le sue altre iniziative e opportunità, anche quelle che il cammino non tocca direttamente, per suscitare nuovi desideri di venire a vivere questo luogo particolare.

[foto copertina di Luca D’Alessandro]

Il cammino greco di Repubblica Nomade

Dal 4 al 11 giugno ho preso parte alla carovana di 40 camminanti che stanno ricucendo la Grecia da Delfi ad Atene, in un cammino civile e sociale dal titolo “Il mito dell’Europa”. E’ il nono evento annuale promosso dal movimento Repubblica Nomade con lo scrittore Antonio Moresco. Di seguito il racconto Instagram del mio diario greco. Scopri di più sull’iniziativa

Uomini d’altri templi. #Atene #Akropolis #agorà #radici #Mediterraneo

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Allucinazioni da caldo. Oppure no? #RepubblicaNomade #ilMitodellEuropa #Parnaso

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Una carovana ogni anno diversa dal 2011 decide di percorrere luoghi insoliti con un forte intento politico, ideale e pratico. Una reazione pacificamente folle al clima di impotenza, retorica e frustrazione del nostro tempo. Il cammino è palestra di comunitá, vita essenziale e incontro tra diversi, elaborazione di alternative e manifestazione corporea del fatto che esiste un mondo diverso, di realtá virtuose sui territori, fuori dal racconto mediatico, piccole luci contro corrente. Così #RepubblicaNomade movimento aperto di cittadini semplici ha inventato i cammini Milano-Napoli, Stella d’Italia, Mantova-Strasburgo, Parigi-Berlino, Trieste-Sarajevo. Per cambiare lo sguardo sul mondo, iniziare a cambiare noi, e incontrare chi cambia quotidianamente. #ilMitodellEuropa #Grecia

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Lingalad a Genova, Teatro Altrove

Giovani in cammino seguendo i passi dei migranti (Città Nuova)

di Silvano Gianti, su Città Nuova

Sedici amici liguri e piemontesi hanno trascorso le festività pasquali percorrendo l’Alta Via dei Monti della Liguria, meditando e distribuendo pasti agli stranieri, affrontando le intemperie e ascoltando le storie di chi ha lasciato tutto per trovare difficoltà e rifiuti, ma anche mani capaci di dare solidarietà e di accogliere il dolore.

A percorrere l’Alta Via dei Monti liguri, il lunghissimo itinerario di crinale che attraversa tutto l’arco montuoso della Liguria e collega la riviera ligure da Ventimiglia a La Spezia, sono in tantissimi. Spina dorsale di una vasta rete di sentieri che abbracciano l’intera regione, collegando i centri costieri con i paesi dell’entroterra e con le cime dei monti, l’alta via è, infatti, percorsa annualmente da migliaia di appassionati. Tra questi, durante il triduo pasquale, vi erano 16 giovani liguri e piemontesi, tra i venti e i trent’anni. Sono partiti da Pigna, in provincia di Imperia, il giovedì santoe hanno raggiunto Ventimiglia la sera del sabato per la veglia pasquale.

L’idea è nata tre anni fa a Giacomo e Gigi, due amici che hanno cercato di unire la passione per i cammini al bisogno di un ritiro spirituale nel tempo di Pasqua. «Si cammina di giorno, la sera dopo aver montato le tende e cenato si meditano i testi biblici della Passione – racconta Giacomo –. Nella sosta per il pranzo ci ha accompagnato la lettura de “L’uomo che cammina” di Christian Bobin. Un’esperienza molto bella di condivisione e di approfondimento interiore, per cercare di capire cosa dicono a me quelle parole oggi: come posso cambiare, come posso convertire il mio modo di vivere per essere più aderente al modo che è stato di Gesù e di tanti nel suo nome. Non tutti erano abituati alle fatiche e all’essenzialità del camminare. È stata una grande lezione di vita tra noi, compresa la notte di venerdì quando un temporale ha scaricato sulle tende trenta centimetri di grandine. Con calma abbiamo rimosso freddo e paura, disagio e imprevisti, grazie alla forza della convivialità».

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(foto di Luca D’Alessandro)

Pasqua in Alta Via, un cammino di confine

E’ con un sorriso emozionato che voglio dire il mio grazie ai viandanti di questo quarto Cammino di Pasqua, che ci ha portati sull’Alta Via dei Monti Liguri da Pigna a Ventimiglia. Al nostro capoGigi che sta già preparando la 5a edizione. A Luca che li ha raccontati tutti con i suoi scatti. A chi oggi ci sostiene a distanza come Alessia e Ulderico. A chi si è cimentato per la prima volta in questa esperienza strana che si pone fuori dalle strutture. A chi ci ha raggiunto da Torino e da Chiavari. A Mattia che ha preparato le meditazioni. A Davide che ha curato i reading da Bobin. A don Rito che ci ha ospitati all’arrivo. Al Bar Hobbit che ci ha rifocillati. A chi si è camallato le tende, il cibo e l’acqua di riserva. A chi ha saputo mescolarsi con i migranti accampati sul fiume per portare una presenza amichevole, un sorriso, due tiri a pallone. Uno sguardo umano in tempi disumani.
Abbiamo incontrato il vento, la grandine, il temporale, la neve, il sole, la pioggia, il buio, la luce. Come accade al profeta Elia, il divino si incontra dove non lo si aspetta: nel mormorio di una brezza leggera, più che nella potenza degli eventi traumatici.
Possiate trovare sempre in quella brezza il coraggio di schierarvi, di muovere un passo in direzione ostinata e contraria, di continuare a cercare, cercare e cercare. Imperniando la vita su una parola radicale, folle, una Speranza che passa attraverso ogni Passione, ogni fallimento, ogni morte. D’altronde, dice Bobin, “forse non abbiamo mai avuto altra scelta che tra una parola folle e una parola vana”.


(foto Luca D’Alessandro)

La Pasqua sulla strada dei migranti (laRepubblica Genova)

di Rosangela Urso, la Repubblica Genova del 30 marzo 2018

Sulla strada dei migranti verso la frontiera di Ventimiglia. Un gruppo di ragazzi tra i 20 e i 30 anni hanno deciso di trascorrere così, in cammino, i tre giorni che precedono la Pasqua. Sono partiti da Genova giovedì 29 marzo e arrivano a Ventimiglia sabato 31, proprio lì dove i migranti sognano e sperano la propria resurrezione.
L’idea è nata tre anni fa a Giacomo D’Alessandro, 27 anni, e Gigi Magnozzi, 32 anni, due amici, genovesi entrambi, che hanno cercato di unire la passione per i cammini al bisogno di un ritiro spirituale nel periodo di Pasqua. Quest’anno per la prima volta, questa iniziativa informale, prima ristretta solo a un piccolo gruppo di amici, si è aperta a persone nuove e giovedì erano 17 i giovani partiti alla volta di Ventimiglia. Un cammino che ha ottenuto anche il plauso dei Gesuiti che l’hanno divulgato tra le proprie proposte.
La scelta di Ventimiglia non è stata casuale: «Abbiamo pensato di andare verso la frontiera per percorrere la stessa strada dei migranti ed essere vicini a loro anche fisicamente, vedere gli accampamenti e permettere, a chi non c’è mai stato, di toccare con mano la situazione che c’è la giù», racconta Giacomo D’Alessandro spiegando le ragioni di questa scelta…

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Val Borbera, il Cammino Sociale agli Stati Generali del Turismo

Come nasce un Cammino Sociale #8 – La rete che nasce dal basso

Il 21 marzo sono stato invitato a presentare il nascente Cammino Sociale della Val Borbera agli Stati Generali del Turismo, nella sua tappa a Novi Ligure. L’iniziativa seminariale dedicata ad amministratori locali, enti, associazioni e professionisti del territorio è stata promossa dalla Regione Piemonte.

Illustrando brevemente questa singolare avventura – iniziata con una tesi di laurea e che continua prendendo vita tra i luoghi e le persone della Val Borbera – mi sono soffermato su un concetto: i cammini sociali sono uno strumento per indurre dal basso la creazione di una rete su un ampio territorio. Suona forse banale, ma in fondo oggi si sente molto parlare dell’esigenza di “fare rete“, lamentando la scarsità risorse (dall’alto) e di cultura/mentalità (nei soggetti locali). Si dà spesso per scontato che una rete si costruisca dall’alto, a tavolino, e che in quanto proposta conveniente per tutti debba in qualche modo aspettarsi la partecipazione e la reattività dei soggetti coinvolti. Per poi lamentarsi pubblicamente del fatto che questo non funzioni, o non dia continuità.

La scommessa di un Cammino Sociale è innanzitutto aprire una via; quindi offrire una narrazione che la renda appetibile ai camminatori di ogni provenienza (nazionale ed europea in primis); e poi facilitare che la via sia percorsa da tutti coloro che esprimono la curiosità di farne esperienza. Nel tempo dovrebbero essere i camminatori stessi a suscitare la nascita di una o più reti sul territorio: di fronte alla realtà che lo stesso cammino passa fuori dalla porta di realtà diverse, lontane anche geograficamente; di fronte alla realtà che gli stessi camminatori con la stessa domanda di esperienza transitano per il proprio luogo di vita o di lavoro; di fronte ai bisogni comuni di coordinamento, domanda ed offerta, che l’esperienza di un cammino sociale comincerà ad esprimere sempre più incalzante, con la promessa concreta di costituire un sostegno anche economico al tessuto territoriale. In queste condizioni, sarà il territorio ad essere risvegliato da chi cammina, laddove non abbia la capacità, la visione o l’interesse a risvegliarsi da sé.

Non si tratta quindi di “calare” dall’alto un progetto di rete, con il consueto risultato che le singole realtà non riescono ad accollarsi un impegno in più. Si tratta di creare (e coltivare) le condizioni perché la rete si generi come risposta ad un richiamo dal basso, concreto ed evidente. E che si possa costituire nel tempo con la cura degli spazi dedicati al confronto collettivo, alla condivisione delle opportunità, delle esperienze, dei bisogni, dei desideri e delle difficoltà.

Questa è la nostra sfida, una sfida inclusiva che non ha bisogno di portare o chiedere ad un territorio qualcosa di più, ma che intende valorizzare in una narrazione nuova e positiva ciò che già è presente, valido, potenziale. Il Cammino Sociale è una pratica più promettente di altre, in funzione di ciò, perché si basa sulla lentezza, sullo spostamento lento di corpi, menti e cuori con la fame di scoperta profonda dell’essenza di un itinerario, di un habitat, di un caleidoscopio di memorie e futuri.

Il valore della letteratura

Eh signori, un romanzo è uno specchio che viene portato su una strada maestra. Ora riflette ai vostri occhi l’azzurro del cielo, ora il fango dei pantani. E voi accuserete d’immoralità l’uomo che porta lo specchio nella sua gerla? Il suo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! Accusate piuttosto la strada dov’è il pantano, e più ancora l’ispettore stradale che lascia imputridire l’acqua e formarsi i pantani.

Stendhal – Il Rosso e il Nero

Val Borbera, alberi infranti e alberi bianchi #7

Alberi infranti e alberi bianchi – gennaio 2018

Due sopralluoghi in solitaria mi hanno portato il primo giorno sui sentieri tra Vignole, Stazzano e Borghetto, in bassa valle, e il secondo giorno sui sentieri tra Daglio, Cartasegna e il monte Carmo, in alta valle. E’ una stagione particolare per camminare da soli. I boschi e le cime sono pervasi di una calma irreale, la natura stessa è viva ma sopita, come imbalsamata in attesa di un’altra primavera. Si ha l’impressione di aggirarsi in un mondo senza tempo e senza intrusi, invisibile ai grandi dilemmi del mondo, così sperduto da poter accogliere, forse, nuovi inattesi germogli di creatività e di umanità, segni di futuri diversamente possibili. Ma si affronta anche il crinale interiore della propria desolazione.

Il primo giorno, in bassa valle, ho dovuto rinunciare ad effettuare la tappa Vignole-Borassi. I sentieri, compreso l’Anello Borbera Spinti n.200, sono devastati dagli alberi caduti a causa del cosiddetto gelicidio. Questo fenomeno meteorologico ha colpito a dicembre tutta una determinata fascia altimetrica, causando il violento spezzarsi a metà di tantissimi alberi. In certi boschi sembra non ce ne sia uno salvo. Anche i sentieri più battuti e puliti, li ho trovati impraticabili. Servirà un enorme lavoro di taglio e rimozione per consentire il passaggio. Ho rinunciato, allibito, dopo una lunga salita da Vignole Borbera a Bocca del Lupo, dove si incrocia il sentiero 200, che ho percorso per un tratto in compagnia di due veterani, Silvio del CAI di Novi e Giovanni della Provincia di Alessandria. Ho faticato persino a tornare indietro per la mia stessa strada, dovendo strisciare decine di volte sotto i tronchi accatastati per metri e metri sulla traccia, facendo attenzione a non perdermi, dovendo aggirare spesso fuori sentiero i passaggi più impenetrabili. Il bosco era una ragnatela di artigli spezzati, di giganti frantumati a metà, contro ogni estetica naturale e ogni speranza di redenzione. Un vero devasto…

Il secondo giorno sono partito dal paese di Daglio, sopra il Ponte delle Bocche dove nasce il Borbera, con l’obiettivo di ritrovare un’antica strada che portasse a Cartasegna e poi su al crinale 200, in zona Poggio Rondino, pendici del monte Carmo. Due anziani taglialegna, uniche anime vive che ho incrociato arrivando al paese arroccato di Cartasegna, hanno saputo darmi quelle poche fondamentali indicazioni di massima perché potessi orientarmi nella lunga salita verso i crinali, unica zona rimasta innevata perché sopra i 1200 metri. L’estrema solitudine e il senso ancestrale di questi luoghi mi ha avvolto facendomi sentire a mio agio, in una natura dominante, capace di regalare ad ogni passo scorci e dettagli fascinosi. Alberi dalle forme viventi, sassi muschiati da tempo immemore, ruscelli vocianti e fragorosi, orizzonti alti di chiome imbiancate. Ho sostato pochi minuti presso un’antica stalla abbandonata, un vero balcone sulle vallate, dove ancora si potevano indovinare qualche fascia coltivata e i canali di raccolta dell’acqua.

Raggiungere il crinale è stato come addentrarsi in una dimensione superiore, più vicina al cielo che al mondo terrestre. Innumerevoli alberi spogliati dall’inverno, interamente rivestiti di galaverna e nevischio ghiacciato, come bianchi capelli protesi al cielo azzurro e luccicanti di sole riflesso. La brezza silenziosa sollevava piccoli turbini di polvere visibili solo contro luce. Non una creatura. Non un essere umano. Nessuna impronta sul manto indurito che gracchiava al mio passare vagabondo. Nell’atmosfera unica e irripetibile di quella solitudine ho avvertito ancora una volta come una presenza più vasta, il cui respiro si manifesta come vuoto di ogni altra cosa disturbante. Ho superato un bosco oscuro, un ruscello rosso sangue che feriva il manto albino, e raggiunto un grande abbeveratoio per le greggi estive. Lì, alle pendici del monte Carmo, mi sono fermato a mangiare qualcosa prima di cominciare la lunga discesa, su strade non segnate, verso il paese di Carrega. Non ho concluso granché ai fini della tappa che sto tracciando. Ma non è importante, a volte è necessario esporsi, vulnerabili, all’essenza più remota e inesplorata di un luogo, per ascoltarne lo spirito. Viverlo sulla pelle, e con tutti gli altri sensi, senza filtri, senza fini, senza regole. Questo incontro è stato tutto tranne che vano.

 

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