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Canto del Ramingo

Cammino e spiritualità sui sentieri di Giandil

Category: Cammini (Page 1 of 3)

Val Borbera, come nasce un cammino sociale #4

Stiamo continuando i sopralluoghi sul tracciato del futuro Cammino Sociale che attraverserà la Val Borbera in 7 tappe. In questi giorni abbiamo camminato dal paese di Teo, poco sopra Cabella, luogo natale della nonna di papa Francesco, fino a Cosola in alta valle, passando per Piuzzo ed i suoi campi dorati dal sole.
Si ritrovano boschi silenziosi, versanti immacolati, argentati dall’inverno, dove si aprono splendidi scorci del crinale innevato sullo sfondo. I daini restano sorpresi dall’incedere di insoliti viandanti fuori stagione. Sulla via del ritorno, all’imbrunire, l’orizzonte velato di rosso regala inconfondibile l’icona del Monviso.
Il giorno seguente mi sono rimesso in marcia, questa volta dal Ponte di Pertuso dove combatterono i partigiani, cercando un passaggio leggero nel greto del torrente Borbera grazie al quale costeggiare Cantalupo e tirare su fino a Rocchetta Ligure. Il mattino era una coltre di gelo che immortalava il paesaggio. Le pozze sopravvissute alla siccità erano specchi di vetro soffiato.
E noi, un pezzo per volta, ricuciamo tra loro vecchie mulattiere, sentieri e paesi, accorgendoci con meraviglia di come questo cammino possa davvero nascere, per raccontare le sue storie di ieri e di oggi.

Val Borbera, come nasce un cammino sociale #3

Ieri sopralluogo sulla sesta tappa del futuro Cammino Sociale della Val Borbera, tra Dova e Borassi passando per Gordena, Canarie, monte Bossola, Vergagni, Montemanno. Quasi 20 km di dolce saliscendi con i colori che il sole di questa stagione sa regalare.
Grazie a Irene e Roberto compagni di cammino.
A piccoli passi tracciamo un semplice e ambizioso progetto collettivo per ricucire e riproporre una valle sorprendente.

Il progetto è quello di sviluppare e promuovere un cammino sociale in Val Borbera, ovvero un itinerario da percorrere a piedi in 7 giorni, studiato per fare incontrare al camminatore non solo le bellezze paesaggistiche e storiche, ma anche le realtà virtuose che abitano (ancora o di nuovo) la valle: cascine, associazioni, realtà culturali, singole persone che valorizzano un rapporto sostenibile con l’ambiente ed un amore per le storie che la valle sa raccontare. Quelle realtà che resistono e rilanciano aprendo prospettive di un futuro possibile, e migliore.
Il cammino sfrutterà sentieri esistenti e vecchi sentieri recuperati, incontrerà paesi e borghi, si appoggerà alle strutture ricettive ma consentirà anche la sosta in tenda. Sarà accessibile e non solo per esperti del trekking, percorribile in tutte le stagioni dell’anno. Racconterà storie del mondo contadino, delle battaglie partigiane, dei castelli feudali, delle ere geologiche. Sarà un incontro con la purezza sacra del torrente Borbera. E infine, sarà presentato e promosso attraverso una narrazione precisa, unitaria, tematica, per intrigare e attrarre non solo chi cammina per camminare, ma tutti coloro (e in Europa sono sempre di più) che riscoprono i cammini come strumento di conoscenza profonda, vitale, esistenziale dei territori a passo lento, immersione in un altro modo di vivere, esperienza di piacere e di impegno che segna e arricchisce la propria vita.

Le parole di Irene Zembo: “Da uno studio di Giacomo D’Alessandro è nato un nuovo progetto: un “Cammino Sociale” in Val Borbera. Oggi, con Giacomo e Roberto, genovesi con “base a Persi”, abbiamo esplorato una delle zone meno battute dagli escursionisti delle nostre valli: i crinali tra le valli Gordenella e Sisola, al fine di valutare e mappare una delle possibili tappe del Cammino Sociale. Giacomo cammina, scrive, comunica, suona e […] questo splendido progetto si inserisce perfettamente nel fermento sociale, culturale, sportivo, agricolo e spirituale che sta vivendo il nostro territorio.

Val Borbera, come nasce un cammino sociale #2

Da Cosola a Carrega passando per Daglio e il Mulino del Pio. Sopralluogo su parte della quarta tappa del Cammino Sociale del Borbera. Queste case furono sede del commando partigiano dell’alta valle. Una signora mi riporta i racconti di suo padre, quando di giorno si era costretti agli ordini dei nazisti e di notte si aiutavano i partigiani. Un’altra mi spiega come raggiungere un borgo abbandonato nel folto della foresta, dove nacque sua nonna. A Daglio una coppia mi invita a pranzo, mentre mi racconta che il vecchio mulino negli anni cinquanta produceva energia elettrica per tutti. Tre uomini su un carro ripongono la legna per un nuovo inverno. Una signora rumena aggiusta la recinzione dell’orto, mi saluta con un sorriso. Dice che è bello qui, è contenta di aver trovato casa. Cadono poche gocce da un cielo che abbaia ma non morde. E come sempre il vento fa il suo giro.

venerdì 15 settembre 2017

Val Borbera, come nasce un cammino sociale #1

Oggi sopralluogo sulla terza tappa del Cammino Sociale del Borbera. Sei ore di trekking da Albera Ligure a Cosola. Nel paesino di Teo in Val Borbera è nata la nonna materna di Jorge Mario Bergoglio. Qui un’anziana coppia mi invita in casa a prendere il caffè e mi racconta come si viveva quando non c’erano strade, macchine e neanche denaro. Mi spiegano dove imboccare le vecchie mulattiere oggi in disuso. Loro una volta le facevano anche di notte, per andare nei paesi dove si ballava. Oggi qualche giovane torna alla terra, ma la via del ritorno alla natura è ancora lunga e audace. Forse un cammino sociale può riportare a scoprire questa vita, questa pace, e incoraggiare chi è rimasto o ritornato, ad andare avanti, ad aprire prospettive condivisibili. Questa è la speranza di ogni mio passo.

giovedì 14 settembre 2017

Mani e piedi nella terra in Val Borbera

Qualche giorno fa si è svolta in Val Borbera la quinta edizione di Boscadrà, una festa rurale suggestiva, intima ed essenziale. La organizza da alcuni anni il collettivo di Cascina Barbàn, due coppie giovani tornate alla terra con idee creative e visione del mondo, insieme ai ragazzi del Borberock Summer Festival. Sul pianoro della cascina, poco sopra Albera Ligure, oltre 400 persone si sono ritrovate in allegria, sedute sui prati o sotto qualche tendone, ad assaggiare piatti tipici e ad ascoltare musica dal vivo, cimentandosi con le danze popolari tradizionali al suono di piffero e fisarmonica. Arrivando da lontano, all’imbrunire, sembrava di scorgere un antico borgo come in una palla di cristallo: in un panorama scuro, di colli e boschi notturni, senza alcuna luce artificiale, spiccava al centro questo angolo di mondo allegro, gioviale, illuminato da file di lampadine appese tra una tenda e l’altra.

Le persone si sono portate una tazza per prendere da bere. Nulla di superfluo, nulla di stupidamente inquinante al Boscadrà. Il bagno è stato creato sopra una fossa biologica per trasformare tutto in concime per la terra. La notte un folto gruppo si è ritrovato alle 3.30 per una camminata notturna e silenziosa a vedere l’alba sul monte Giarolo, dove era previsto un concerto acustico. La mattina all’alba il sole ha ricoperto quasi 100 tende disseminate tra i frutteti della cascina. E la giornata è ripresa con una tavola rotonda sul camminare in Val Borbera, come prospettiva e realtà, come via di rilancio lento, naturale, sociale di una valle dimenticata…

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Camminata sociale a Rocchetta Ligure

Sabato 29 luglio ci sarà il Mercato Contadino “Terra e gente del Giarolo” nel borgo di Rocchetta Ligure, appennino piemontese. Nell’occasione si svolgerà una camminata sociale aperta a tutti, da Rocchetta a Celio, guidata da Giandil/Giacomo D’Alessandro e Irene Zembo. Per conoscere una valle dimenticata, antico ritrovo delle tribù nomadi di Liguri, le sue bellezze naturalistiche e le sue storie ancora viventi. Appuntamento ore 8.30 piazza centrale di Rocchetta (provincia di Novi Ligure).

Maggiori informazioni sulla giornata

 

Nel presente di ora

Il cammino è lento

forte come la vita

silenzioso come l’aria

trascinante gravità.

E’ ascolto del corpo

di piedi, gambe, spalle

è accogliere il sole

che arrossa la pelle.

Ma il cammino è lento

non ha pericoli

non ha sviste

non ha contrattempi

il cammino è imprevisto

è tutto imprevisti

va pensato al minuto.

Partenza e arrivo lo devono scandire

ma a cosa giova una serata vuota

dove non mastichi ciò che hai mangiato?

Il cammino è rileggere

luce e oscurità

è uscire da sè

staccare la spina

è ritrovare se stessi

svuotarsi di superfluo.

Non angoscia il cammino

ma fa faticare

incide il corpo

prova lo spirito

semplicemente crede

lucidamente sopporta

eternamente spera

nel presente di ora.

(Piazzo, Val Borbera, 15 aprile 2017)

(foto di Luca D’Alessandro)

Cammino di Pasqua in Val Borbera

“L’uomo che cammina è quel pazzo che pensa si possa assaporare una vita talmente abbondante da inghiottire perfino la morte.” (C. Bobin)

Quest’anno per vivere i giorni di Pasqua abbiamo scelto un cammino che ancora non esiste, ma che molti segnali indicano in incubazione per venire alla luce. Il cammino della Val Borbera, nel basso alessandrino. Una valle che non c’è più, una valle che sotto la coltre dell’abbandono c’è eccome, e ritrova piccoli semi di rinascita e attrattive straordinarie.

Abbiamo percorso un piccolo anello, che non esaurisce il cammino integrale, dormendo in tenda e ricevendo ospitalità. Le tappe sono state:

Persi-Rivarossa-Albera Ligure ;

Albera Ligure-Cremonte-Sisola-Borassi-Piazzo ;

Piazzo-Roccaforte Ligure-Lemmi-Monteggio-Persi ;

Grazie a Maurizio e Martina di Cascina Barbàn per averci accolti la prima sera, in un luogo magico che testimonia una scelta di vita e uno scorcio di rinascita possibile, diversa, antica e nuova.

Grazie a Paola e Daniele di casa La Grattaia per averci accolti la seconda sera, in un luogo sperduto tra boschi crinali e cime rocciose, rifocillandoci oltre ogni aspettativa.

Grazie ad Anna e Roberto di Casa dei Cedri per averci accolti la terza sera, nel momento sfinito dell’arrivo, offrendoci alloggio e il necessario per condurre la veglia di Pasqua.

Grazie a Gigi, Daria, Luca, Elena, Lorenzo, Alessia, Erica per aver camminato con me su sentieri e strade spesso inesplorate, tra cinghiali, daini, ramarri, per boschi, monti, crinali, ruscelli, attraverso borghi disabitati, chiesette sospese, antichi villaggi abbandonati e luoghi della memoria partigiana.

A scoprire ciò che siamo e ciò che vogliamo.

A meditare i temi della Pasqua: la liberazione da ogni schiavitù d’Egitto, la lavanda dei piedi come più alta forma di libertà amorevole, la risurrezione come speranza vivifica che offre una marcia in più per agire la vita, sapendo di fallire, ma che il fallimento non è l’ultima parola per chi confida.

A riveder le stelle di una valle che ha ancora molto da dire, e da rinascere.

[foto di Luca D’Alessandro]

 

Tutte le foto di Luca D’Alessandro

Luca Gianotti e la Liguria dei cammini (LiguriTutti)

pubblicato su LiguriTutti

Sul monte di Portofino si è svolta a novembre 2016 la quinta edizione di Compagni di Cammino, camminata-evento promossa ogni anno in una regione diversa dalla Compagnia dei Cammini, di cui Luca Gianotti è coordinatore e cofondatore. Un appuntamento dalla tripla valenza: consente alle guide sparse in tutta Italia di ritrovarsi per condividere punti di forza e di debolezza dei viaggi a piedi che la Compagnia organizza durante tutto l’anno, in Italia e all’estero; consente di riflettere sui temi sociali e valoriali legati al camminare nella società odierna; è un’occasione (aperta anche ai camminatori che hanno partecipato a viaggi della Compagnia) per riscoprire un territorio nelle sue realtà virtuose, bellezze storiche e naturali, problematiche sociali e ambientali.
Come funziona? Si cammina incontrando ogni giorno una persona, una associazione, un’impresa virtuosa che consentono di ascoltare il cuore pulsante, l’essenza di quel territorio. Muovendosi lentamente è possibile accorgersi di tante piccole meraviglie, necessità, speranze, che il nostro frenetico viaggiare consueto rende invisibili. Ma è proprio lì che stanno le energie migliori di un mondo che sta già cambiando, sta già fiorendo.
La Liguria ha tre ingredienti su cui puntare: il recupero della micro-agricoltura sostenibile, il lavoro delle associazioni affezionate al territorio, agli antichi mestieri, al recupero ambientale, e attrarre camminatori che vivano lentamente le bellezze di questa terra, alimentando relazioni positive e una micro-economia vitale di solida sussistenza.

Sotto la prima neve in Val Maira

neve-pratorotondo

Impresa raminga d’autunno: nei giorni da meteo più brutti di ottobre, io e Derek Bacci abbiamo pensato bene di salire in Val Maira, e ci siamo ritrovati sotto la prima abbondante neve. Che fosse una nevicata fuori stagione lo dimostrano le immagini di mucche ancora ai pascoli aperti, in lenta transumanza verso valle. Strade bloccate, tanto che da Gheit ci siamo caricati gli zaini in spalla e abbiamo raggiunto a piedi, affondando nella neve fresca per un’ora e mezza, un silenzioso, bianco e disabitato paese di Pratorotondo, a 1600 metri, dove abbiamo passato la notte nella casa diocesana, al calore della stufa. Ma il paesaggio bellissimo e inaspettato, il silenzio, l’assenza di vento e bufera, ci hanno spinti a salire in gita fino alle così chiamate Capanne di Heidi, verso il colle Soleglio Bue. Un bosco magico, fatato, sotto una coltre sempre più spessa e farinosa. Due giorni in un mondo solitario, unici esseri viventi oltre ad uno sventurato gatto. La mattina dopo abbiamo desistito sul sentiero per Prato Ciorliero, trovandoci in una situazione pericolosa: tuoni e lampi durante la nevicata. “Mai visto in 70 anni da queste parti”, parola di pastori.

Sul Cammino dei Briganti/4 – C’è vita oltre…

21 agosto 2016 – Tagliacozzo

giorno6b

Come usciamo da questo cammino? Con ammirazione per chi lo ha creato – intenti di fondo, sensibilità, logistica e strumenti – e compartecipazione con chi lo sta provando a sostenere, aprendo spazi di accoglienza ad ogni livello. Un cammino mette in gioco una comunità nel suo insieme, stimolandola a riconcepirsi come tale.

L’anziano racconta, riprende ricordi e documenti di famiglia.

Il giovane riflette e talvolta pensa ciò che mai avrebbe immaginato: di far qualcosa sulla sua terra, di non andare via, di costruire qui con un respiro però ampio, di mondo.

Il bambino scopre strani soggetti che passano carichi di zaini, tende, a volte un asino, e si fa l’idea che dev’essere bello, appena potrà, farlo anche lui.

Le famiglie ancora resistenti offrono accoglienza, un letto, un terreno per la tenda, un caffè o una cena.

Le istituzioni, forse, cominciano a capire che ha senso sostenere, favorire tutto questo.

Sul Cammino dei Briganti/3 – Molti incontri

19 agosto 2016 – San Donato

giorno6

E’ un Cammino pieno di incontri spontanei e di tappe “guidate”.

La signora Tina che a 87 anni ci ha portati nella chiesetta gioiello di Santa Maria in Valle Porclaneta, ci ha fatto pregare, ci ha trasmesso saggezza di vita e passione…

I ragazzi incontrati lungo il cammino, Matteo e Toffì l’asina con cui abbiamo condiviso due tappe.

Anna e Marco giovani resistenti con l’avventura del loro agriturismo, e la schitarrata fatta insieme “sopra” Raoul Bova [che cenava al piano di sotto]…

Il pastore rumeno Relo, al Lago della Duchessa, che ho ringraziato nella sua lingua natia.

Ogni signore che ci ferma nei paesi per raccontare il suo pezzetto di storia dei briganti…

Molti incontri. Oggi con Luca e Fabiana, camminatori e guide di professione, fautori di questa bellezza “mirata”. A loro si deve la guida così ben fatta del Cammino e la sua invenzione.

Ringrazio per questo tesoro che continuo a ricevere dalle mani del mondo. Provo pochi slanci di malinconia, poche ansie da “altrove”, poca necessità di fare e progettare; non ne sono invaso come spesso nella quotidianità, ma il giusto, forse perché la dimensione del cammino è già “piena” e completa di per sé, senza bisogni che si aggiungono dall’esterno. E il mio cuore percepisce ciò.

Sul Cammino dei Briganti/2 – Come degli eroi

16 agosto 2016 – Poggiovalle

giorno3b

Stiamo percorrendo il Cammino dei Briganti in un clima completamente inaspettato. La gente ci accoglie come degli eroi, stiamo ripopolando paesi e sentieri ma soprattutto ridando la speranza (speriamo non l’illusione) che una nuova vita sia possibile per questi villaggi sperduti e spopolati, dove le famiglie inurbate tornano giusto a Ferragosto. Paradossalmente è stato giusto essere qui nel periodo “pieno” di villeggianti: tanti ragazzi che vivono a Roma ci guardano con ammirazione e curiosità, qualcuno è talmente entusiasta del boom del Cammino che pensa già a tornare qui per aprire un ristoro, almeno d’estate. Brillano gli occhi a molti di loro.

A molti anziani viene voglia di parlare, raccontare, dare indicazioni. Molti ci offrono cibo, giardini per mettere la tenda, acqua, e tanto incoraggiamento. Non credono ai loro occhi nel vedere 30-40-50 giovani passare tutti i giorni sul Cammino, visitare i paesi, riscoprire le tracce e le storie. Si apre un nuovo varco, una nuova prospettiva per luoghi dati per morti, senza attrattive e senza vita. E noi stiamo contribuendo a questo proprio nel momento giusto, nel momento chiave. Che si venga fin qui dal Nord Italia per fare un cammino stupisce. La fatica, il caldo, gli zaini pesanti, l’attrezzatura, la gentilezza e la cortesia, stupiscono molti che delle nostre generazioni hanno un’immagine spompata, derelitta, senza speranza.

Accanto a noi da ieri camminano due ragazzi di Latina, uno fa il barista, l’altro il metalmeccanico, non si dicono assidui del trekking, ma si sono lasciati ispirati dall’avventura dietro casa. Sono le loro ferie. Cercano un vivere primordiale nella natura, uno stare liberante. Sono segni di speranza, di consapevolezze indefinite ma comuni a una nuova generazione dalle più svariate provenienze. Così si riparte per cambiare se stessi e quindi aprire varchi sociali alternativi. “Il vento fa il suo giro, e ogni cosa prima o poi ritorna”, diceva un bel film. Io sento che, di questo passo, noi ritorniamo al futuro.

Scorci dal Cammino dei Briganti/1

logobriganti

Itinerario ad anello di 8 giorni, tra Sante Marie e il Monte Velino

Diario di viaggio (social) | 14-21 agosto 2016


Prima del Cammino.

Tra poche settimane ci aspetta un nuovo cammino, riscoperto da poco, sull’appennino d’Abruzzo. Un nuovo pretesto per fare vita semplice in natura, per vivere a un ritmo piú umano, per godersi le bellezze italiche, per aprirsi a convivenza coi compagni e ad incontri imprevisti. Per ascoltarsi a fondo.
La via prosegue senza fine, lungi dall’uscio dal quale parte,

ora la via é fuggita avanti, devo inseguirla contro ogni sorte…


Cammino dei Briganti, Abruzzo, giorno 2.

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Cammino dei Briganti, Abruzzo, giorno 2.
Mai visto tanta ospitalità da parte dei paesani lungo un cammino… Un’umanità che si riscopre in un altro modo di stare al mondo. Per chi cammina e per chi accoglie.
Ritorniamo al futuro.

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Cammino dei Briganti, giorno 3.
Una signora del paese viene verso la tua tenda alle 7.30 del mattino: “Tieni, vi ho fatto il caffè”.
Un signore ti raggiunge che hai giá lo zaino in spalla: “Io sono uno dei Briganti!” e racconta le storie di suo nonno, uno dei piú famosi capi banda della zona durante l’unità d’Italia.
Un altro modo di abitare e camminare.
Ritorniamo al futuro.

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Cammino dei Briganti, giorno 5.
Tra pastori transumanti, faggete, storie e incontri. Tanta condivisione imprevista con chi si conosce sui sentieri…un popolo camminante per un nuovo modo di vivere.

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Cammino dei Briganti, Abruzzo, giorno 6.
A spasso con Toffì, alle pendici del Velino.

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Cammino dei Briganti, giorno 6.
Scopriamo un gioiello della spiritualità benedettina, Santa Maria in Valle Porclaneta. E la signora Costanza, 87 anni, angelo custode di questo luogo dal 1948. Con lei conosciamo l’arte e la storia, sostiamo, preghiamo, scherziamo. Una di quelle rare persone che sono il nome che portano, e che senza titoli, accademie o latinorum. in poche umili parole insegnano il senso della vita, la passione, l’allegria.

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Alla fine del Cammino.

Cammino dei Briganti, 7 giorni, 100 km, decine di incontri e di ospitalitá, tanti borghi medievali, boschi valli monti e fonti, pastori, asini, indigeni, villeggianti, tende sotto le stelle, letture sotto la luna, 17 kg di zaini, passi e sorpassi, soste ad ammirare la vita, in un mondo antico che é nuovo e puó cambiarci in meglio.

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Foto da smartphone Giacomo D’Alessandro.

Info su https://camminobriganti.wordpress.com/

Sulla Francigena, tra cammino e passione

24-28 marzo 2016 | 24 piedi da Siena a Orvieto

E’ la seconda volta che cerco di vivere i giorni di Pasqua in una maniera più semplice, originale e significativa. L’anno scorso insieme a 3 compagni avevamo camminato da Gubbio ad Assisi, sulla via di Francesco. Quest’anno abbiamo pensato al tratto di Francigena che unisce Siena ad Orvieto, e i compagni sono stati 11. Tende, fornelletti, provviste e qualche maglia pesante (la stagione è ancora imprevedibile). Un sole generoso ci ha accompagnati dalle stradine senesi ai colli coltivati a ulivi e viti, fino alle rocche medievali in Val d’Arbia e Val d’Orcia, passando per i bagni termali del Monte Amiata e per le statali mezze deserte.

La Via Francigena

E’ l’antico cammino che da Canterbury conduceva i pellegrini a Roma, e ancora più in giù agli imbarchi per la Terrasanta. Oggi in gran parte ripreso, segnato e mappato, consente un’immersione privilegiata nel cuore dell’Italia, dei suoi luoghi famosi e di quelli più ignoti. Aiuta anche a rendersi conto degli effetti dell’urbanizzazione, dello spopolamento e della riscoperta autentica, portando il viaggiatore su statali trafficate o lungo ruscelletti isolati dal mondo, nella tenuta di secolari contadini e all’ombra delle più belle rocche e chiese medievali. Ogni posto tappa ha un luogo di accoglienza per i pellegrini, spesso parrocchie o foresterie comunali. A seconda della stagione e del tratto di percorso, di gente se ne incontra, spesso stranieri.

Un cammino di Pasqua

Pasqua significa letteralmente “Passaggio”. Il Cardinale Martini suggeriva nelle sue meditazioni pubbliche di intenderlo come il passaggio da una vita non autentica ad una vita pienamente autentica, come accade a Mosé nell’Esodo. E’ il tempo buono per meditare quella straordinaria vicenda umana che è la passione e morte di Gesù di Nazareth. Sempre meno sono coloro che celebrano la Pasqua nelle funzioni in chiesa. Sempre più coloro che, abbandonata ogni pratica, smettono anche di interrogarsi sul modello umano di vita di Gesù e sulla possibilità di un percorso serio di fede a favore della giustizia. In mezzo, stanno poche opportunità, pochi tentativi. Il mio, il nostro, è un tentativo attraverso il cammino vero e vivo, di meditare la vita e la morte di Gesù; un punto di partenza per interrogarsi sulla propria vita e sull’ingiustizia e la sofferenza che avviene oggi nel mondo. Cosa possiamo noi? Cosa dà significato a una vita piena, e anche a una morte ingiusta, che non diventa così l’ultima parola? Uscendo insieme dalle maglie della quotidianità, vivendo qualche giorno come “comunità che cammina”, senza nulla di superfluo tranne l’essenziale della sopravvivenza quotidiana, un piccolo gruppo si è ritrovato a “celebrare” la sua Pasqua, condividendo silenzi, dubbi, desideri, meditazioni esistenziali. Ecco la traccia introduttiva

Tre tappe

Siamo partiti da Genova col pullman Baltour per Pisa alle ore 6. Da Pisa col treno abbiamo raggiunto Siena alle 10.15.

  • Tappa 1 SIENA – MONTERONI D’ARBIA (circa 22 km) – tratto in bus fino a S.Quirico d’Orcia
  • Tappa 2 SAN QUIRICO D’ORCIA – BAGNI S. FILIPPO (circa 20 km)
  • Tappa 3 (autostop fino ad Acquapendente) ACQUAPENDENTE – ORVIETO (circa 25 km)

Ogni sera ci siamo accampati con la tenda chiedendo il permesso o utilizzando terreni abbandonati fuori dall’abitato.

Tre meditazioni

La sera del giovedì abbiamo cenato con agnello e pane non lievitato, ripetendo una sorta di “cena ebraica” e rileggendo il lungo racconto dell’Esodo, della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù d’Egitto. La riflessione ha riguardato anche l’Ultima Cena di Gesù con la lavanda dei piedi ai suoi discepoli.

La sera del venerdì abbiamo meditato il lungo e profondo racconto della condanna a morte di Gesù, ad opera dei poteri forti civili e religiosi dell’epoca. La riflessione ha riguardato gli innumerevoli crocifissi della storia e di oggi.

La sera del sabato abbiamo ricevuto l’accoglienza dei frati cappuccini e di un gruppo druidico locale, e abbiamo assistito alla veglia di Pasqua.

Un luogo nomade di armonia

Questo modo di camminare ci ha restituito passione e armonia. Ci ha spinti ad essere solidali gli uni verso gli altri, in tutte le faccende quotidiane; ad essere ben disposti verso i compagni di viaggio, spesso poco conosciuti e tutti da approfondire; a non temere l’improvvisazione, l’adattamento come nella giornata di autostop, a due a due, affidandoci a tanti passaggi di perfetti sconosciuti. Il cammino ci ha rastrellato via le mille distrazioni, ansie e sensi di dovere personali, e ha messo al centro il desiderio di gustare e vivere appieno ogni momento, in un divertimento sano, esprimendosi, ascoltando. Ci siamo ritrovati in un luogo nomade, diverso ogni momento, di armonia, di semplicità, di bellezza. Non è servito chissà cosa, per dare vitaa questo luogo: solo la voglia, la disponibilità, e qualche ingrediente ben scelto. Ci siamo fatti parte di un mondo naturale che sa dare all’uomo respiro e rilassamento. Ci siamo proposti comunità camminante, pensante, discutente, esultante. Un’oasi non certo oziosa a fronte di un mondo complesso, che richiede scelte consapevoli, coraggio comunitario, passione rigenerata, e che ci ha permesso di far buon uso della Pasqua e dei suoi millenari spunti interiori, per agire sempre più nella nostra vita secondo un senso ben scelto, alto, che genera speranza.

 

 

La Liguria sotto i piedi – Camminate

Un album raccoglie scorci delle mie camminate sopra e sotto i monti liguri, in una terra tutta da scoprire, tra bellezze selvagge e cementificazione scriteriata. Guarda l’album completo sul mio profilo

 

Alcuni itinerari davvero meritevoli:

  • Alta Via dei Monti Liguri (tratto monte Galero e monte Carmo, sopra Albenga)
  • Parco del Beigua (Monti Rama, Reixa, Argentea)
  • Monte Antola
  • Parco delle Mura di Genova (Forti Tenaglie, Begato, Diamante, Ratti)
  • Parco Nazionale delle Cinque Terre (tratto Levanto Soviore Vernazza)
  • Via della Costa (tratto Chiavari Sestri Levante Rivatrigoso Moneglia)

Giulia e Alberto in Alta Via dei Monti Liguri


A settembre due amici hanno deciso di percorrere a piedi la Liguria, 440 km su quel gioiello del camminare che è l’Alta Via dei Monti Liguri. Li ho accompagnati per due tappe nella provincia di Imperia tra i monti Galero e Carmo. Colori, profumi, stagioni, altezze, foreste di faggi, creste d’erba sospese sul cielo, mare che si confonde nelle foschie…

Mentre salivo lungo la statale ad un colle di accesso all’Alta Via, un signore del posto si ferma a darmi un passaggio, e chiacchieriamo. Parla degli arrivi massicci di migranti, delle difficoltà che il suo paese ha vissuto già al tempo della migrazione dall’ex Jugoslavia.

“Prima eravamo spaventati – mi dice – poi col tempo abbiamo visto le famiglie ricomparire nei nostri paesi spopolati, i bambini che non c’erano più stati, la buona volontà di molta di questa gente”.

Torniamo a parlare dei sentieri, concordiamo sul fatto che siano sempre più abbandonati e mal segnati. Vie che scompaiono dalla cultura, ma anche turismo che si perde… “Ieri ho sentito che al Parco Regionale sono arrivati 20 ragazzi del Mali come volontari. Aiuteranno a sistemare i sentieri” mi dice ancora, con una certa soddisfazione. “Vede – gli dico prima di lasciarci – bisogna sperare e premere perché da una situazione di emergenza come questa, sappiamo trarre risorse che sembravano impensate, e così ripartire insieme”.

E ancora una volta il cammino non è fuga. Solo uno sguardo più alto in cerca di orizzonti più limpidi.

Le avventure di Giulia e Alberto nei 18 giorni di cammino da Ventimiglia  Ceparana sono state raccolte e raccontate in diretta nella pagina Facebook dedicata, oltre che da un servizio video di Repubblica e da un’intervista di Primocanale.

Sulla Francigena da Roma verso sud

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Qualche giorno fa ero sulla via Francigena, la seconda tappa a sud di Roma, 20 km di sentiero da Castel Gandolfo a Velletri. I luoghi del silenzio e del respiro, di un altro vivere possibile, di un’Italia essenziale che dimentichiamo troppo spesso, e raggiungiamo quasi mai…

Avendo un solo giorno, ho scelto una tappa che all’andata e al ritorno mi permette di prendere facilmente il treno da e per Roma. Si parte dal soleggiato centro storico di Castel Gandolfo, con lo svettante palazzo residenza estiva dei Papi, e si prosegue in cresta su strada uscendo dal paese fino ad imboccare un fresco sentiero nel bosco, sospeso sul lago di Albano, al quale si apre con scorci mozzafiato. Il blu intenso del lago raccolto in questa conca verde tra i colli trasmette pace, nient’altro che pace e silenzio vivifico.

La tappa è divisa in due dal borgo medievale di Nemi, arroccato e fortificato, dove numerose botteghe propongono le tipiche tortine con crema e fragoline di bosco. A Nemi si arriva attraversando un bosco scuro, fitto e a tratti selvaggio, dove sono evidenti i segni di cinghiali in quantità. Si comincia a uscire dal bosco quando si incontra una placida fonte di pietra che dà la sensazione di essere viandanti medievali.

I colli boscosi che separano Nemi da Velletri si rivelano pieni di sentieri e vecchie strade boscaiole, che confondono e portano più volte a smarrire il sentiero, non così ben segnato in questo tratto poco battuto.

La via Francigena merita sempre, va scoperta tratto per tratto, senza mai smettere. Ricucire con i piedi luoghi con una storia così lunga, riscoprendo il ritmo lento del viaggio, senza scorciatoie, porta una conoscenza fisica dei luoghi, una ricerca di senso e un’osservazione di vite piccole, nascoste, importanti.

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Il cammino di Francesco tra Gubbio e Assisi

4 in braccio a Francesco

1. Il nostro viaggio: 1-5 aprile 2015

Siamo partiti in quattro (io, Luca, Gigi e Ulde) dall’anfiteatro di Gubbio, la città dove Francesco fu costretto a scappare cacciato da Assisi, e dove secondo la leggenda ammansì un lupo che da tempo dava problemi agli abitanti, solo perché affamato dall’inverno.

Da Gubbio ci si immette sulla via Francigena, l’antica via dei pellegrini che da tutta Europa e in particolare da Canterbury partivano per Roma. Questo tratto di Francigena è nominata la Via di Francesco, perchè ripercorre i viaggi a piedi di Francesco d’Assisi. Si attraversa la vallata diretti alle colline e ci si inerpica verso l’eremo di San Pietro, che però non abbiamo incontrato. Poco prima delle case di Biscina, a circa 20 km di cammino dalla partenza, ci siamo accampati per la notte nei pressi di un rudere. Era la sera del giovedì prima di Pasqua, in cui si fa memoria dell’Ultima Cena di Gesù con i suoi discepoli, e della lavanda dei piedi come modello di vita umana in pienezza. Abbiamo cenato con pane, verdure e agnello arrostito sul fornelletto, ripetendo la cena degli ebrei raccontata nell’Esodo, alla vigilia della liberazione dalla schiavitù d’Egitto. Abbiamo letto i brani antichi sotto le stelle, e ognuno di noi ha risuonato con ciò che della sua vita aveva nel cuore in quel momento.

La mattina dopo abbiamo raggiunto un’abbazia in pietra e ci siamo rinfrescati nel ruscello, al sole. Su e giù per i colli abbiamo raggiunto Biscina, visitato il grande Castello (lasciato a metà da recenti restauri e completamente abbandonato alle intemperie) e proseguito tutto il giorno verso Valfabbrica, a quasi 35 km da Gubbio.

Superato il paese non senza una sosta-gelato, ci siamo addentrati in una valle piccola e nascosta che sale nella boscaglia dolcemente e poi ripida accanto ad un torrente, fino a raggiungere un crinale dal quale si vede, in lontananza, l’ultimo sole brillare sulla bianca basilica di San Francesco. Assisi.

Ci siamo accampati nel cortile riparato di una pieve romanica, all’ombra dei cipressi, e – era venerdì – abbiamo fatto memoria della Passione e della Croce di Gesù di Nazareth, condividendo la lettura, il silenzio, alcuni commenti sulla sofferenza innocente e la speranza di giustizia nel mondo di oggi.

La terza mattina di cammino, ci siamo diretti ad Assisi seguendo la strada tra casupole, ruderi, uliveti e campi coltivati, in un clima campagnolo silenzioso e raccolto, sotto un cielo nuvoloso. In fondo, sempre di fronte a noi, il grande Subasio con le case di Assisi che spuntavano alle estremità. Siamo saliti per il Bosco di San Francesco fino alla porta cittadina che dà sulla Basilica.

Ad Assisi ci hanno raggiunto le famiglie con Alessia, e dopo una sosta per goderci la cittadella, e una notte accampati nei pressi della fortezza e delle imponenti mura di cinta, la quarta mattina (Pasqua) abbiamo sfidato il Subasio in una fangosa salita fino all’Eremo delle Carceri. Il tempo volgeva al peggio fino a che non ha addirittura iniziato a nevischiare, ed è piombato su di noi un freddo invernale difficile a credersi dopo i giorni quasi estivi precedenti.

La quinta mattina abbiamo percorso la placida e silenziosa strada che costeggiando le pendici del Subasio collega Assisi al paese di Spello con le sue mura, le sue pietre chiare e i suoi eremi. Sotto di noi la piana e i suoi rumori velati, lontani rispetto alla quiete degli uliveti soleggiati, dei fiori e del ronzio delle api tra le cascine.

Su per la collina zaini

2. Di ritorno

Non ho scritto una parola di questi giorni tra i colli e i boschi francescani, e ne ho vissute molte. Mi sono ritrovato in cammino, nient’altro che pochi compagni, la tenda e poco cibo, i testi della Pasqua e di Francesco «il poverello».

Sui sentieri, ancora una volta.

Lontano da tutto, da tutti, come mi serviva con urgenza. Senza un passato, senza un futuro, esistendo soltanto in tutto me stesso, nel presente del camminare e celebrare. Stare in silenzio e parlare. Ho detto molto, e anche taciuto molto, di me e dentro di me. Ho provato serenità, ho provato il mio corpo, ho vissuto emozione, delusione, ardore, speranza, passione, attenzione, attesa, ma con purezza, senza sovraffollamento né ansie particolari. Ho creato un luogo, un tempo e una combinazione per niente scontata e facile… Non ho fatto poi molto, ho giovato della buona adesione e presa d’iniziativa di tutti i miei compagni di viaggio.

Ho celebrato la Pasqua.

Ho celebrato e fatto memoriale della Passione, della Morte, della Speranza di Risurrezione.

Ho ascoltato Francesco, viandante primo di questi sentieri, di questa natura, di questo vangelo.

Molte immagini come portate dal vento mi compaiono vive nella mente.

La luce della luna, la sera del giovedì santo, e noi accampati sulla Via. Le pietre rosa sbriciolate sul sentiero che porta ad Assisi. Il vento tra gli alberi e la neve all’Eremo delle Carceri. Le letture da «Io, Francesco», sulla scelta estrema di povertà, del suo cammino in semplicità, compagnia, rivoluzione. Gli asini che vengono ad annusarci, il signore in Mercedes che ci offre l’acqua, la foto di partenza a Gubbio a cavallo del lupo, la pizzeria con il doppio pavimento di pietra antica. Le signore pazze che raccolgono tartufi e germogli d’ulivo nel bosco. L’infinita tappa verso Valfabbrica, e i cavalli in gita, e il gelato liberatorio. Il sentiero che s’infiltra tra i colli salendo dolcemente lungo il fiume, le primule che fanno da cornice dorata al sentiero. I segnavia sempre con noi…

La foto da finti grassi alla partenza. I momenti di silenzio da solo, sulla via, restando indietro o andando avanti. Consultare la guida senza neanche una cartina. Riflettere insieme su come doveva essere quel luogo, quella strada, quel camminare nel Medioevo. L’attualità straordinaria di giungere in questi posti, toccando con i piedi e il sudore della fronte la terra, i boschi, le pietre.

Qui dove in tempi convulsi un piccolo gruppo di «figli» dell’era precedente ha deciso di vivere secondo altre regole, altri parametri, altra libertà; armonia con la natura, povertà, sussistenza, itineranza, uguaglianza, ricostruzione e aggiustamento dell’esistente, dialogo, incontro, accoglienza, spiritualità, essenza, ricerca, vangelo.

Fuoritempio

3. L’arrivo

Assisi è una rocca bianca e rosata, che abbraccia il Subasio. Arriviamo alle sue spalle, lentamente, gustandone il silenzio, mirandola sospesa sulla piana fosca che si spalanca oltre.

E tu, Francesco, come l’hai vista? Come la vedi, questa terra boscosa dove i passi non cambiano nei secoli, dove il viandante giunge ora in altri modi, per altre fonti, in cerca delle tue orme…?

Francesco è un ricco giovane figlio di un mercante, un perdigiorno, uno che quando decide che è ora di farsi valere, lo fa andando in guerra, e si prende una facciata clamorosa. La prigione lo ferma, gli dà un tempo morto, lo obbliga a pensare, a guardarsi dentro.

Cosa ci fai lì, Francesco? Dove vuoi andare? Che vita è?

Da lì parte il tumulto, la trasformazione, l’interrogarsi della coscienza che di fronte allo splendido crocifisso di legno dipinto, nella chiesetta di San Damiano, ti farà risuonare in testa queste parole: “Va’, ripara la mia casa, che è tutta in rovina…”

Per diventare gente che ripara case in rovina bisogna avere le competenze, i fondi, i progetti, gli operai, le attrezzature… Niente. Tu, Francesco, non hai che te stesso, e la tua vita fino ad ora.

Assisi rosata

4. Il gatto di Spello

Spello è sole sulle pietre piccole e chiare, che si aprono e si chiudono sul viandante. Porte, voltini, vicoletti, scale. Un gatto immobile fa la guarda ad un vecchio portale di legno, mentre il silenzio si spalanca ad ogni balconata, e a tratti arriva il vociare di gente che lenta sale di piazza in piazza.

Spello è luogo d’infanzia, quando mamma e papà venivano qui in ritiro, e mi lasciavano a giocare negli eremi, con altri bambini. Ricordo la sabbia, di quel tempo. La raccolta delle pannocchie nei campi di mais, sotto il sole cocente. La luce soffusa di una veglia nel chiostro, la lampadina spoglia in una povera cella di un convento, la nostra stanza.Gatto di Spello

Spello negli anni è diventato per me luogo fascinoso dei racconti degli adulti, ma anche luogo di origine di persone che, nei loro libri, mi hanno parlato a lungo. Carlo Carretto e la sua “autobiografia” di Francesco d’Assisi. Giuseppe Florio e la sua bibbia rispiegata nell’essenza, i suoi annunci, i ritiri a Collevecchio.

Sulla via alta che da Spello porta ad Assisi toccando la cima del monte Subasio, si trova la stretta rientranza dell’Eremo delle Carceri. E’ un bosco scosceso, ombroso, di terra che si sgretola e rocce che affiorano pallide, in cui si aprono a tratta dei buchi neri, le grotte.

Qui sei venuto a ritirarti, Francesco. Qui tu e i primi compagni avete tirato su, pietra su pietra, un piccolo eremo. Nel cortile, tra la cappellina e le celle dei frati c’è un vecchio pozzo, su cui oggi fioriscono i gerani. Affacciandomi dal balcone sospeso nel vuoto, sul bosco scuro e il letto pietroso del ruscello, respiro la pace. A perdita d’occhio la foschia vela la piana umbra. Minuscoli fiocchi di neve iniziano a cadere, il mondo si ferma.

Questi sono luoghi d’Italia tutt’oggi difficili da raggiungere, fuori dalle arterie principali, il cui nome è piccolo anche sulle mappe digitali, nonostante per la spiritualità millenaria dei cristiani siano praticamente un centro del mondo, al pari di Gerusalemme o Nazareth, o Roma…

E tu, Francesco, come ti senti oggi qui all’eremo? Come preghi, cosa vieni qui a cercare? Quali parole, quali domande degli uomini contemporanei ti smuovono di più nel profondo? Che parole e che gesti hai tu da offrirmi?

Qui regna il silenzio, che è sempre sotteso ai versi degli uccelli d’ogni specie, e del vento tra le fronde. Questo è il silenzio del Dio che ti ha parlato: l’armonia del mondo che non conosce ferite.

Ponte di pietra

5. La strada dura

Quanto è stata dura la tua radicalità, Francesco?

Oggi Assisi vive sul tuo ricordo, sulle tue pietre, sulle orme calcate dai tuoi compagni, di generazione in generazione. Ma quanta della gente che qui arriva è simile agli assisani del tuo tempo? Siamo così, c’è poco da dire. Piccoli pezzi di un sistema più grosso di noi, che quasi nessuno sa comprendere, affrontare, scalzare con un modo diverso di stare al mondo. Siamo mercanti, banchieri, ingranaggi di meccanismi produttivi, gente da appartamento. Devoti per folklore o per consolazione, per abitudine o per illusione di sapere di che parliamo. Siamo chi siamo, e stiamo alle regole e agli obiettivi che altri ci hanno dato: guadagnare, acquistare, potere, avere…e lavorare per guadagnare ancora.

Siamo gente piccola, che può far qualcosa per sé, qualcosa di meno per gli altri, e non si pone in un percorso di liberazione, di trasformazione. Come invece tu hai fatto. Ti sei liberato le mani. Hai scontentato la famiglia, i vecchi amici, la patria e l’esercito, i mercanti, i tutori dell’ordine…

Liberarsi costa, ma non poi così tanto. O meglio, non è così tanto ciò che si perde rispetto a quel che si può guadagnare. O forse è quello che pensa chi come me condivide la tua idea, Francesco, ma in un modo o nell’altro ha il “sedere” al coperto. Perché la tua è stata una radicalità totale, di rottura, povera, che non ti ha reso impedito ma vicino e incredibilmente capace di “dare” ai poveri. Tu eri povero “in spirito”, quindi beato. Loro, spesso solo poveri e basta, dunque “bisognosi”. Tu, affidato. E chi si affida, promette Gesù, vince. Non ha “bisogno”, perché facendo le cose importanti, “eterne”, merita già dal mondo l’essenziale per vivere.

4 all'arrivo

Uliveto di fiori gialli

Due sulla strada

Prato ondulato

I GRANDI CARNIVORI E NOI. INTERVISTA A GIORGIO BOSCAGLI

pubblicato su Gaianews.it il 28/10/2014

Si parla ormai per il nostro paese di ritorno dei grandi predatori, cosa significa?

I grandi Carnivori – lupo, orso, lince – rispetto a 50-60 anni fa stanno sicuramente “riutilizzando” pezzi di territorio dai quali erano stati cacciati, sterminati o erano comunque scomparsi…

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