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Canto del Ramingo

Cammino e spiritualità sui sentieri di Giandil

Category: Cammini (Page 1 of 2)

Cammino di Pasqua in Val Borbera

“L’uomo che cammina è quel pazzo che pensa si possa assaporare una vita talmente abbondante da inghiottire perfino la morte.” (C. Bobin)

Quest’anno per vivere i giorni di Pasqua abbiamo scelto un cammino che ancora non esiste, ma che molti segnali indicano in incubazione per venire alla luce. Il cammino della Val Borbera, nel basso alessandrino. Una valle che non c’è più, una valle che sotto la coltre dell’abbandono c’è eccome, e ritrova piccoli semi di rinascita e attrattive straordinarie.

Abbiamo percorso un piccolo anello, che non esaurisce il cammino integrale, dormendo in tenda e ricevendo ospitalità. Le tappe sono state:

Persi-Rivarossa-Albera Ligure ;

Albera Ligure-Cremonte-Sisola-Borassi-Piazzo ;

Piazzo-Roccaforte Ligure-Lemmi-Monteggio-Persi ;

Grazie a Maurizio e a Cascina Barbàn per averci accolti la prima sera, in un luogo magico che testimonia una scelta di vita e uno scorcio di rinascita possibile, diversa, antica e nuova.

Grazie a Paola e Daniele di casa La Grattaia per averci accolti la seconda sera, in un luogo sperduto tra boschi crinali e cime rocciose, rifocillandoci oltre ogni aspettativa.

Grazie ad Anna e Roberto di Casa dei Cedri per averci accolti la terza sera, nel momento sfinito dell’arrivo, offrendoci alloggio e il necessario per condurre la veglia di Pasqua.

Grazie a Gigi, Daria, Luca, Elena, Lorenzo, Alessia, Erica per aver camminato con me su sentieri e strade spesso inesplorate, tra cinghiali, daini, ramarri, per boschi, monti, crinali, ruscelli, attraverso borghi disabitati, chiesette sospese, antichi villaggi abbandonati e luoghi della memoria partigiana.

A scoprire ciò che siamo e ciò che vogliamo.

A meditare i temi della Pasqua: la liberazione da ogni schiavitù d’Egitto, la lavanda dei piedi come più alta forma di libertà amorevole, la risurrezione come speranza vivifica che offre una marcia in più per agire la vita, sapendo di fallire, ma che il fallimento non è l’ultima parola per chi confida.

A riveder le stelle di una valle che ha ancora molto da dire, e da rinascere.

[foto di Luca D’Alessandro]

 

Tutte le foto di Luca D’Alessandro

Luca Gianotti e la Liguria dei cammini (LiguriTutti)

pubblicato su LiguriTutti

Sul monte di Portofino si è svolta a novembre 2016 la quinta edizione di Compagni di Cammino, camminata-evento promossa ogni anno in una regione diversa dalla Compagnia dei Cammini, di cui Luca Gianotti è coordinatore e cofondatore. Un appuntamento dalla tripla valenza: consente alle guide sparse in tutta Italia di ritrovarsi per condividere punti di forza e di debolezza dei viaggi a piedi che la Compagnia organizza durante tutto l’anno, in Italia e all’estero; consente di riflettere sui temi sociali e valoriali legati al camminare nella società odierna; è un’occasione (aperta anche ai camminatori che hanno partecipato a viaggi della Compagnia) per riscoprire un territorio nelle sue realtà virtuose, bellezze storiche e naturali, problematiche sociali e ambientali.
Come funziona? Si cammina incontrando ogni giorno una persona, una associazione, un’impresa virtuosa che consentono di ascoltare il cuore pulsante, l’essenza di quel territorio. Muovendosi lentamente è possibile accorgersi di tante piccole meraviglie, necessità, speranze, che il nostro frenetico viaggiare consueto rende invisibili. Ma è proprio lì che stanno le energie migliori di un mondo che sta già cambiando, sta già fiorendo.
La Liguria ha tre ingredienti su cui puntare: il recupero della micro-agricoltura sostenibile, il lavoro delle associazioni affezionate al territorio, agli antichi mestieri, al recupero ambientale, e attrarre camminatori che vivano lentamente le bellezze di questa terra, alimentando relazioni positive e una micro-economia vitale di solida sussistenza.

Sotto la prima neve in Val Maira

neve-pratorotondo

Impresa raminga d’autunno: nei giorni da meteo più brutti di ottobre, io e Derek Bacci abbiamo pensato bene di salire in Val Maira, e ci siamo ritrovati sotto la prima abbondante neve. Che fosse una nevicata fuori stagione lo dimostrano le immagini di mucche ancora ai pascoli aperti, in lenta transumanza verso valle. Strade bloccate, tanto che da Gheit ci siamo caricati gli zaini in spalla e abbiamo raggiunto a piedi, affondando nella neve fresca per un’ora e mezza, un silenzioso, bianco e disabitato paese di Pratorotondo, a 1600 metri, dove abbiamo passato la notte nella casa diocesana, al calore della stufa. Ma il paesaggio bellissimo e inaspettato, il silenzio, l’assenza di vento e bufera, ci hanno spinti a salire in gita fino alle così chiamate Capanne di Heidi, verso il colle Soleglio Bue. Un bosco magico, fatato, sotto una coltre sempre più spessa e farinosa. Due giorni in un mondo solitario, unici esseri viventi oltre ad uno sventurato gatto. La mattina dopo abbiamo desistito sul sentiero per Prato Ciorliero, trovandoci in una situazione pericolosa: tuoni e lampi durante la nevicata. “Mai visto in 70 anni da queste parti”, parola di pastori.

Sul Cammino dei Briganti/4 – C’è vita oltre…

21 agosto 2016 – Tagliacozzo

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Come usciamo da questo cammino? Con ammirazione per chi lo ha creato – intenti di fondo, sensibilità, logistica e strumenti – e compartecipazione con chi lo sta provando a sostenere, aprendo spazi di accoglienza ad ogni livello. Un cammino mette in gioco una comunità nel suo insieme, stimolandola a riconcepirsi come tale.

L’anziano racconta, riprende ricordi e documenti di famiglia.

Il giovane riflette e talvolta pensa ciò che mai avrebbe immaginato: di far qualcosa sulla sua terra, di non andare via, di costruire qui con un respiro però ampio, di mondo.

Il bambino scopre strani soggetti che passano carichi di zaini, tende, a volte un asino, e si fa l’idea che dev’essere bello, appena potrà, farlo anche lui.

Le famiglie ancora resistenti offrono accoglienza, un letto, un terreno per la tenda, un caffè o una cena.

Le istituzioni, forse, cominciano a capire che ha senso sostenere, favorire tutto questo.

Sul Cammino dei Briganti/3 – Molti incontri

19 agosto 2016 – San Donato

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E’ un Cammino pieno di incontri spontanei e di tappe “guidate”.

La signora Tina che a 87 anni ci ha portati nella chiesetta gioiello di Santa Maria in Valle Porclaneta, ci ha fatto pregare, ci ha trasmesso saggezza di vita e passione…

I ragazzi incontrati lungo il cammino, Matteo e Toffì l’asina con cui abbiamo condiviso due tappe.

Anna e Marco giovani resistenti con l’avventura del loro agriturismo, e la schitarrata fatta insieme “sopra” Raoul Bova [che cenava al piano di sotto]…

Il pastore rumeno Relo, al Lago della Duchessa, che ho ringraziato nella sua lingua natia.

Ogni signore che ci ferma nei paesi per raccontare il suo pezzetto di storia dei briganti…

Molti incontri. Oggi con Luca e Fabiana, camminatori e guide di professione, fautori di questa bellezza “mirata”. A loro si deve la guida così ben fatta del Cammino e la sua invenzione.

Ringrazio per questo tesoro che continuo a ricevere dalle mani del mondo. Provo pochi slanci di malinconia, poche ansie da “altrove”, poca necessità di fare e progettare; non ne sono invaso come spesso nella quotidianità, ma il giusto, forse perché la dimensione del cammino è già “piena” e completa di per sé, senza bisogni che si aggiungono dall’esterno. E il mio cuore percepisce ciò.

Sul Cammino dei Briganti/2 – Come degli eroi

16 agosto 2016 – Poggiovalle

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Stiamo percorrendo il Cammino dei Briganti in un clima completamente inaspettato. La gente ci accoglie come degli eroi, stiamo ripopolando paesi e sentieri ma soprattutto ridando la speranza (speriamo non l’illusione) che una nuova vita sia possibile per questi villaggi sperduti e spopolati, dove le famiglie inurbate tornano giusto a Ferragosto. Paradossalmente è stato giusto essere qui nel periodo “pieno” di villeggianti: tanti ragazzi che vivono a Roma ci guardano con ammirazione e curiosità, qualcuno è talmente entusiasta del boom del Cammino che pensa già a tornare qui per aprire un ristoro, almeno d’estate. Brillano gli occhi a molti di loro.

A molti anziani viene voglia di parlare, raccontare, dare indicazioni. Molti ci offrono cibo, giardini per mettere la tenda, acqua, e tanto incoraggiamento. Non credono ai loro occhi nel vedere 30-40-50 giovani passare tutti i giorni sul Cammino, visitare i paesi, riscoprire le tracce e le storie. Si apre un nuovo varco, una nuova prospettiva per luoghi dati per morti, senza attrattive e senza vita. E noi stiamo contribuendo a questo proprio nel momento giusto, nel momento chiave. Che si venga fin qui dal Nord Italia per fare un cammino stupisce. La fatica, il caldo, gli zaini pesanti, l’attrezzatura, la gentilezza e la cortesia, stupiscono molti che delle nostre generazioni hanno un’immagine spompata, derelitta, senza speranza.

Accanto a noi da ieri camminano due ragazzi di Latina, uno fa il barista, l’altro il metalmeccanico, non si dicono assidui del trekking, ma si sono lasciati ispirati dall’avventura dietro casa. Sono le loro ferie. Cercano un vivere primordiale nella natura, uno stare liberante. Sono segni di speranza, di consapevolezze indefinite ma comuni a una nuova generazione dalle più svariate provenienze. Così si riparte per cambiare se stessi e quindi aprire varchi sociali alternativi. “Il vento fa il suo giro, e ogni cosa prima o poi ritorna”, diceva un bel film. Io sento che, di questo passo, noi ritorniamo al futuro.

Scorci dal Cammino dei Briganti/1

logobriganti

Itinerario ad anello di 8 giorni, tra Sante Marie e il Monte Velino

Diario di viaggio (social) | 14-21 agosto 2016


Prima del Cammino.

Tra poche settimane ci aspetta un nuovo cammino, riscoperto da poco, sull’appennino d’Abruzzo. Un nuovo pretesto per fare vita semplice in natura, per vivere a un ritmo piú umano, per godersi le bellezze italiche, per aprirsi a convivenza coi compagni e ad incontri imprevisti. Per ascoltarsi a fondo.
La via prosegue senza fine, lungi dall’uscio dal quale parte,

ora la via é fuggita avanti, devo inseguirla contro ogni sorte…


Cammino dei Briganti, Abruzzo, giorno 2.

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Cammino dei Briganti, Abruzzo, giorno 2.
Mai visto tanta ospitalità da parte dei paesani lungo un cammino… Un’umanità che si riscopre in un altro modo di stare al mondo. Per chi cammina e per chi accoglie.
Ritorniamo al futuro.

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Cammino dei Briganti, giorno 3.
Una signora del paese viene verso la tua tenda alle 7.30 del mattino: “Tieni, vi ho fatto il caffè”.
Un signore ti raggiunge che hai giá lo zaino in spalla: “Io sono uno dei Briganti!” e racconta le storie di suo nonno, uno dei piú famosi capi banda della zona durante l’unità d’Italia.
Un altro modo di abitare e camminare.
Ritorniamo al futuro.

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Cammino dei Briganti, giorno 5.
Tra pastori transumanti, faggete, storie e incontri. Tanta condivisione imprevista con chi si conosce sui sentieri…un popolo camminante per un nuovo modo di vivere.

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Cammino dei Briganti, Abruzzo, giorno 6.
A spasso con Toffì, alle pendici del Velino.

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Cammino dei Briganti, giorno 6.
Scopriamo un gioiello della spiritualità benedettina, Santa Maria in Valle Porclaneta. E la signora Costanza, 87 anni, angelo custode di questo luogo dal 1948. Con lei conosciamo l’arte e la storia, sostiamo, preghiamo, scherziamo. Una di quelle rare persone che sono il nome che portano, e che senza titoli, accademie o latinorum. in poche umili parole insegnano il senso della vita, la passione, l’allegria.

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Alla fine del Cammino.

Cammino dei Briganti, 7 giorni, 100 km, decine di incontri e di ospitalitá, tanti borghi medievali, boschi valli monti e fonti, pastori, asini, indigeni, villeggianti, tende sotto le stelle, letture sotto la luna, 17 kg di zaini, passi e sorpassi, soste ad ammirare la vita, in un mondo antico che é nuovo e puó cambiarci in meglio.

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Foto da smartphone Giacomo D’Alessandro.

Info su https://camminobriganti.wordpress.com/

Sulla Francigena, tra cammino e passione

24-28 marzo 2016 | 24 piedi da Siena a Orvieto

E’ la seconda volta che cerco di vivere i giorni di Pasqua in una maniera più semplice, originale e significativa. L’anno scorso insieme a 3 compagni avevamo camminato da Gubbio ad Assisi, sulla via di Francesco. Quest’anno abbiamo pensato al tratto di Francigena che unisce Siena ad Orvieto, e i compagni sono stati 11. Tende, fornelletti, provviste e qualche maglia pesante (la stagione è ancora imprevedibile). Un sole generoso ci ha accompagnati dalle stradine senesi ai colli coltivati a ulivi e viti, fino alle rocche medievali in Val d’Arbia e Val d’Orcia, passando per i bagni termali del Monte Amiata e per le statali mezze deserte.

La Via Francigena

E’ l’antico cammino che da Canterbury conduceva i pellegrini a Roma, e ancora più in giù agli imbarchi per la Terrasanta. Oggi in gran parte ripreso, segnato e mappato, consente un’immersione privilegiata nel cuore dell’Italia, dei suoi luoghi famosi e di quelli più ignoti. Aiuta anche a rendersi conto degli effetti dell’urbanizzazione, dello spopolamento e della riscoperta autentica, portando il viaggiatore su statali trafficate o lungo ruscelletti isolati dal mondo, nella tenuta di secolari contadini e all’ombra delle più belle rocche e chiese medievali. Ogni posto tappa ha un luogo di accoglienza per i pellegrini, spesso parrocchie o foresterie comunali. A seconda della stagione e del tratto di percorso, di gente se ne incontra, spesso stranieri.

Un cammino di Pasqua

Pasqua significa letteralmente “Passaggio”. Il Cardinale Martini suggeriva nelle sue meditazioni pubbliche di intenderlo come il passaggio da una vita non autentica ad una vita pienamente autentica, come accade a Mosé nell’Esodo. E’ il tempo buono per meditare quella straordinaria vicenda umana che è la passione e morte di Gesù di Nazareth. Sempre meno sono coloro che celebrano la Pasqua nelle funzioni in chiesa. Sempre più coloro che, abbandonata ogni pratica, smettono anche di interrogarsi sul modello umano di vita di Gesù e sulla possibilità di un percorso serio di fede a favore della giustizia. In mezzo, stanno poche opportunità, pochi tentativi. Il mio, il nostro, è un tentativo attraverso il cammino vero e vivo, di meditare la vita e la morte di Gesù; un punto di partenza per interrogarsi sulla propria vita e sull’ingiustizia e la sofferenza che avviene oggi nel mondo. Cosa possiamo noi? Cosa dà significato a una vita piena, e anche a una morte ingiusta, che non diventa così l’ultima parola? Uscendo insieme dalle maglie della quotidianità, vivendo qualche giorno come “comunità che cammina”, senza nulla di superfluo tranne l’essenziale della sopravvivenza quotidiana, un piccolo gruppo si è ritrovato a “celebrare” la sua Pasqua, condividendo silenzi, dubbi, desideri, meditazioni esistenziali. Ecco la traccia introduttiva

Tre tappe

Siamo partiti da Genova col pullman Baltour per Pisa alle ore 6. Da Pisa col treno abbiamo raggiunto Siena alle 10.15.

  • Tappa 1 SIENA – MONTERONI D’ARBIA (circa 22 km) – tratto in bus fino a S.Quirico d’Orcia
  • Tappa 2 SAN QUIRICO D’ORCIA – BAGNI S. FILIPPO (circa 20 km)
  • Tappa 3 (autostop fino ad Acquapendente) ACQUAPENDENTE – ORVIETO (circa 25 km)

Ogni sera ci siamo accampati con la tenda chiedendo il permesso o utilizzando terreni abbandonati fuori dall’abitato.

Tre meditazioni

La sera del giovedì abbiamo cenato con agnello e pane non lievitato, ripetendo una sorta di “cena ebraica” e rileggendo il lungo racconto dell’Esodo, della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù d’Egitto. La riflessione ha riguardato anche l’Ultima Cena di Gesù con la lavanda dei piedi ai suoi discepoli.

La sera del venerdì abbiamo meditato il lungo e profondo racconto della condanna a morte di Gesù, ad opera dei poteri forti civili e religiosi dell’epoca. La riflessione ha riguardato gli innumerevoli crocifissi della storia e di oggi.

La sera del sabato abbiamo ricevuto l’accoglienza dei frati cappuccini e di un gruppo druidico locale, e abbiamo assistito alla veglia di Pasqua.

Un luogo nomade di armonia

Questo modo di camminare ci ha restituito passione e armonia. Ci ha spinti ad essere solidali gli uni verso gli altri, in tutte le faccende quotidiane; ad essere ben disposti verso i compagni di viaggio, spesso poco conosciuti e tutti da approfondire; a non temere l’improvvisazione, l’adattamento come nella giornata di autostop, a due a due, affidandoci a tanti passaggi di perfetti sconosciuti. Il cammino ci ha rastrellato via le mille distrazioni, ansie e sensi di dovere personali, e ha messo al centro il desiderio di gustare e vivere appieno ogni momento, in un divertimento sano, esprimendosi, ascoltando. Ci siamo ritrovati in un luogo nomade, diverso ogni momento, di armonia, di semplicità, di bellezza. Non è servito chissà cosa, per dare vitaa questo luogo: solo la voglia, la disponibilità, e qualche ingrediente ben scelto. Ci siamo fatti parte di un mondo naturale che sa dare all’uomo respiro e rilassamento. Ci siamo proposti comunità camminante, pensante, discutente, esultante. Un’oasi non certo oziosa a fronte di un mondo complesso, che richiede scelte consapevoli, coraggio comunitario, passione rigenerata, e che ci ha permesso di far buon uso della Pasqua e dei suoi millenari spunti interiori, per agire sempre più nella nostra vita secondo un senso ben scelto, alto, che genera speranza.

 

 

La Liguria sotto i piedi – Camminate

Un album raccoglie scorci delle mie camminate sopra e sotto i monti liguri, in una terra tutta da scoprire, tra bellezze selvagge e cementificazione scriteriata. Guarda l’album completo sul mio profilo

 

Alcuni itinerari davvero meritevoli:

  • Alta Via dei Monti Liguri (tratto monte Galero e monte Carmo, sopra Albenga)
  • Parco del Beigua (Monti Rama, Reixa, Argentea)
  • Monte Antola
  • Parco delle Mura di Genova (Forti Tenaglie, Begato, Diamante, Ratti)
  • Parco Nazionale delle Cinque Terre (tratto Levanto Soviore Vernazza)
  • Via della Costa (tratto Chiavari Sestri Levante Rivatrigoso Moneglia)

Giulia e Alberto in Alta Via dei Monti Liguri


A settembre due amici hanno deciso di percorrere a piedi la Liguria, 440 km su quel gioiello del camminare che è l’Alta Via dei Monti Liguri. Li ho accompagnati per due tappe nella provincia di Imperia tra i monti Galero e Carmo. Colori, profumi, stagioni, altezze, foreste di faggi, creste d’erba sospese sul cielo, mare che si confonde nelle foschie…

Mentre salivo lungo la statale ad un colle di accesso all’Alta Via, un signore del posto si ferma a darmi un passaggio, e chiacchieriamo. Parla degli arrivi massicci di migranti, delle difficoltà che il suo paese ha vissuto già al tempo della migrazione dall’ex Jugoslavia.

“Prima eravamo spaventati – mi dice – poi col tempo abbiamo visto le famiglie ricomparire nei nostri paesi spopolati, i bambini che non c’erano più stati, la buona volontà di molta di questa gente”.

Torniamo a parlare dei sentieri, concordiamo sul fatto che siano sempre più abbandonati e mal segnati. Vie che scompaiono dalla cultura, ma anche turismo che si perde… “Ieri ho sentito che al Parco Regionale sono arrivati 20 ragazzi del Mali come volontari. Aiuteranno a sistemare i sentieri” mi dice ancora, con una certa soddisfazione. “Vede – gli dico prima di lasciarci – bisogna sperare e premere perché da una situazione di emergenza come questa, sappiamo trarre risorse che sembravano impensate, e così ripartire insieme”.

E ancora una volta il cammino non è fuga. Solo uno sguardo più alto in cerca di orizzonti più limpidi.

Le avventure di Giulia e Alberto nei 18 giorni di cammino da Ventimiglia  Ceparana sono state raccolte e raccontate in diretta nella pagina Facebook dedicata, oltre che da un servizio video di Repubblica e da un’intervista di Primocanale.

Sulla Francigena da Roma verso sud

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Qualche giorno fa ero sulla via Francigena, la seconda tappa a sud di Roma, 20 km di sentiero da Castel Gandolfo a Velletri. I luoghi del silenzio e del respiro, di un altro vivere possibile, di un’Italia essenziale che dimentichiamo troppo spesso, e raggiungiamo quasi mai…

Avendo un solo giorno, ho scelto una tappa che all’andata e al ritorno mi permette di prendere facilmente il treno da e per Roma. Si parte dal soleggiato centro storico di Castel Gandolfo, con lo svettante palazzo residenza estiva dei Papi, e si prosegue in cresta su strada uscendo dal paese fino ad imboccare un fresco sentiero nel bosco, sospeso sul lago di Albano, al quale si apre con scorci mozzafiato. Il blu intenso del lago raccolto in questa conca verde tra i colli trasmette pace, nient’altro che pace e silenzio vivifico.

La tappa è divisa in due dal borgo medievale di Nemi, arroccato e fortificato, dove numerose botteghe propongono le tipiche tortine con crema e fragoline di bosco. A Nemi si arriva attraversando un bosco scuro, fitto e a tratti selvaggio, dove sono evidenti i segni di cinghiali in quantità. Si comincia a uscire dal bosco quando si incontra una placida fonte di pietra che dà la sensazione di essere viandanti medievali.

I colli boscosi che separano Nemi da Velletri si rivelano pieni di sentieri e vecchie strade boscaiole, che confondono e portano più volte a smarrire il sentiero, non così ben segnato in questo tratto poco battuto.

La via Francigena merita sempre, va scoperta tratto per tratto, senza mai smettere. Ricucire con i piedi luoghi con una storia così lunga, riscoprendo il ritmo lento del viaggio, senza scorciatoie, porta una conoscenza fisica dei luoghi, una ricerca di senso e un’osservazione di vite piccole, nascoste, importanti.

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I GRANDI CARNIVORI E NOI. INTERVISTA A GIORGIO BOSCAGLI

pubblicato su Gaianews.it il 28/10/2014

Si parla ormai per il nostro paese di ritorno dei grandi predatori, cosa significa?

I grandi Carnivori – lupo, orso, lince – rispetto a 50-60 anni fa stanno sicuramente “riutilizzando” pezzi di territorio dai quali erano stati cacciati, sterminati o erano comunque scomparsi…

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NELLE FORESTE DEL VECCHIO LUPO

Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi – 18/30 agosto 2014 – Scorci e racconti da un turno di volontariato ambientale

foto di Luca D'Alessandro

Lettera a Giuseppe Festa

Caro Giuseppe,

sulle tue orme – come un anno fa intrapresi le montagne d’Abruzzo – eccomi giunto, un anno dopo, nel cuore delle Foreste Casentinesi. Qui regna il silenzio degli abeti bianchi, coltivati per secoli dai monaci camaldolesi. Qui la luce si ferma e si frammenta nel fitto strato di chiome e rami. Qui grandi giganti contorti e sventrati dai secoli si ergono, vivi nonostante tutto, forti grandi castagni…

Dieci volontari di ogni età e provenienza si ritrovano qui per due settimane, a fare vita e sentiero insieme, a cimentarsi di fronte al “selvaggio”, a rispondere a una qualche voglia interiore che nessuno sa bene descrivere agli altri.

Siamo qui a curare, a mantenere, a proteggere. Ma cosa siamo venuti a proteggere? Un sentiero che forse mai più percorreremo, un lupo che quasi sicuramente non vedremo, un luogo la cui immensità e memoria, il cui messaggio, è troppo grande da abbracciare. Siamo qui – questa è la verità – a vivere noi stessi, a godere l’essenza di questo mondo, ciò che per diritto tutti dovrebbero godere “naturalmente”, nella loro quotidianità. Facciamo atto di fede – scommessa folle – che è qui (in questo nulla sconfinato e brulicante di vita, di decomposizione e rinascita) il passato il presente e il futuro dell’uomo che vogliamo, che riteniamo autentico. Da qui si riparte, sempre.

Impotenti, e bramanti l’impotenza, di fronte alla natura che regna, che si nasconde e si svela a suo piacimento. Lo credo sempre con maggior convinzione, non c’è atto sociale, culturale, spirituale, comunitario senza passare per quel “faccia a faccia” della creatura sola dentro al creato, con le essenze che si toccano, si compenetrano, si risentono “universo”, “unica direzione”.

Risuonano i tuoi versi, caro Giuseppe. Il tuo Vecchio Grigio che scruta dall’alto il declino della civiltà (“o cosiddetta tale”). E che torna. Torna in sé. “Dura roccia in mezzo a un mare verde di erica, qui sdraiato aspetto il sole, che mi scalderà le ossa…


Camaldoli. In visita a un eremo millenario

Il portale raffigura elementi di morte e di speranza. L’amore vince anche il male, la morte. Segni di risurrezione. Segni di vita povera. Il tempo del monaco è scandito dalla preghiera, diverso dal tempo dell’uomo e del mondo. […]Il passero solitario si regge sulle virtù e sta sul portale, visto da entrambi i lati. Una cella di 1000 anni fa. Il legno, la stuoia, i caminetti… Una capanna, capanna nella foresta. Una cappella e uno studiolo. Fino al 1970 gli eremiti erano davvero isolati, autosufficienti, mangiavano ciò che riuscivano a coltivare. Erano vegani, rispettavano ogni forma di vita. Sostenuti dalla nobiltà locale, divennero un’élite culturale di studiosi. […] molti di loro oggi predicano ritiri (anche di Yoga) o insegnano teologia all’Università. Cosa doveva essere questo luogo di monaci e forestieri, e cosa sarebbero oggi questi luoghi vivi di famiglie. Imparare a essere eremiti oggi. Eremiti di relazione. Di silenzio attivo. Di pensiero e buonumore.


Casa Santicchio. A riaprire un tratto storico della Via Romea

Tra le chiesette antiche della Valle del Santo. Incombe su di noi la Verna. Giuseppe al telefono mi ha detto che è uno dei luoghi più straordinari che abbia visto.

Aprire un sentiero è sempre un lavoro duro. Il caldo, i graffi su braccia e gambe che iniziano a bruciare, il sudore a colare, le braccia stanche, il rischio di farsi male con gli attrezzi appuntiti, l’avanzata lentissima… Rovi, spine, punte, tutto in faccia. Esausto. Il corpo stanco, tremolante, forte… La foresta è a perdita d’occhio. Uno dei luoghi più straordinari. La Verna incombe. La Verna.


Fatica, pensieri. Sono qui. “Tutto ciò che hai fatto nella tua vita ti ha portato a essere qui ora”, recita una targhetta nel casale. E’ così. Sono fiero e contento di essere qui ora. In smarrimento anche, in lontananza, in distacco, in ricerca interiore. Certo. Per questo viaggio. Per circondarmi di bellezze e stimoli, non di sicurezze e comodità. […] sono circondato a distanza di persone che mi vogliono bene e che mi aspettano. Sono qui anche grazie a loro. Sono qui per loro. Mi riaffido, cosa che faccio troppo di rado. Non mancherà lo Spirito di vita a chi cammina nella via della speranza e della fiducia. In questo credo. “…per fallire meglio” “Per quanto scura sia la notte, splende già l’aurora”. In questo rinnovo la mia fiducia.


Lupi. A Badia Prataglia, ad ascoltare uno studioso parlare del lupo

Un nuovo branco nasce quando un lupo/lupa decide di lasciare il suo branco, o viene allontanato, non si sa per quali dinamiche. La vita va avanti “dalla sconfitta”, dalla solitudine. E dal “cammino”. La natura mi insegna il Vangelo.


Amici. A ripulire il vecchio Mulino sul sentiero Moggiona-Lierna

Mi sta venendo voglia di chiamare gli amici più cari – ho già cominciato. E’ quella voglia che emerge dal “vuoto”, dal “silenzio” che sono venuto anche quest’anno a cercare sui monti e nei boschi. Dal “fare vuoto attorno a sé”, dal desertificare, succede che emergono, spontaneamente, pensiero e voglie evidentemente importanti. A me soprattutto capita che si rinfreschi, rilanci o nasca da zero il desiderio di “fare delle cose” insieme a questo o quell’amico. Condividere delle creazioni. Rimettere insieme dei pezzi o degli spunti già esistenti, dare forma, “produrre”.


Emilio. Sul Monte Falco

Chissà come sta Emilio Gabrielli. Questo simpatico e per me importante editore che ho incontrato con la sua libreria mobile a Camaldoli, lo abbiamo soccorso ieri io e mio fratello che stava male, e lo abbiamo aiutato a sbaraccare tutta la libreria. Spero che qualcuno lo abbia aiutato stamattina a caricare e ripartire. […] che passione incredibile un 77enne che dorme nel suo pulmino nel suo tour di vendita…


Volontari. Questo è il nostro 12 giorno da volontari del parco. Abbiamo fatto svariate esperienze, dalla pulizia dei sentieri allo sfoltimento e recupero di percorsi, da incontri formativi sul lupo ad attività sul campo come tracking o wolf howling. Dalla manutenzione del casale alla creazione di zone per anfibi. Sono riuscito anche quest’anno a portare a casa la mia intervista, nientemeno che al Direttore del Parco, Giorgio Boscagli, uno dei massimi esperti del Lupo e dell’Orso.


Ritorno. Partiti di buon mattino dal casale di Montanino, che per due settimane ci ha ospitati […]. E’ stato un tempo di “parco”, di poche persone, grandi foreste silenziose, monasteri e paesini, discorsi e racconti di lupi, cervi, daini e cinghiali; di cartine, sentieri, rifugi, direzioni. E’ stato un tempo di ritmi naturali, di stelle e versi notturni, di solitudine in compagnia. Di lavoro, sì, di servizio gratuito a questo mondo naturale e armonioso che così tanto ha da svelare. E’ stato un tempo di invisibilità. Ma non di insignificanza. Invisibile il lupo che siamo qui a proteggere. Ma che emozione saperne e sentirne la presenza viva attorno a sé…

Chi siamo noi di fronte alla vastità multiforme della natura? La domanda ritorna, la domanda resta, la domanda si arricchisce.

(foto di Luca D’Alessandro)

SUL SENTIERO DEL VIANDANTE

– 12/15 luglio 2014, Lago di Como –

da Abbadia Lariana a Colico

…dove l’acqua riflette le cime e antiche pietre raccontano storie…

tratta da sentierodelviandante.it

Viandante, sono le tue orme

il sentiero e niente più;

viandante, non esiste il sentiero

il sentiero si fa camminando…

***

Cammina guardando una stella

ascoltando una voce

seguendo le orme di altri passi.

***

Con queste frasi affisse ad un albero è iniziato il mio percorso solitario sul Sentiero del Viandante, pista millenaria, unica per secoli a unire i paesi sulle sponde del Lago di Como, conducendo dal Nord Italia in Svizzera. Sono partito sotto un diluvio dirompente. Sono partito perché dovevo partire. Niente compagni di viaggio, stavolta. Ogni tanto bisogna trovarsi da soli. In silenzio. A tu per tu con il flusso scatenato di pensieri, umori, ansie, preoccupazioni, desideri… Vorrei essere altrove, vorrei fare dell’altro, vorrei quella persona, vorrei…

Del Sentiero del Viandante avevo sentito parlare da diverse persone. Sospeso a mezza costa sulle montagne che circondano il Lago, si apre continuamente con parapetti naturali da cui lo sguardo abbraccia la distesa d’acqua, i monti e i paesi di fronte; le nubi… Spesso non ci facciamo caso, ma vedere tanto cielo, o vederne poco, fa differenza. Ci se ne accorge quando grandi spazi aperti ci mostrano una distesa di cielo mozzafiato, disegnato ad altorilievi da ogni sorta di nubi con le loro forme epiche e indefinite. E’ in quel momento che io respiro profondamente, e stanchezza e oppressione scivolano via dagli occhi. L’impagabile dipinto del mondo si squaderna in me. E un lago non è come il mare. In un lago cadono a picco i riflessi delle montagne, dei boschi e delle rocce, delle nevi primaverili. Un lago è specchio del cielo e dei giganti di pietra, di verde e bianco, che lo trasformano in un amplificatore di luce, pace e armonia.

Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno...” recita uno degli incipit più conosciuti nel nostro paese. Quel Manzoni narratore ancora affrontato da qualunque studente d’Italia. Anche questo rende un sentiero evocativo, ricco di storia, di umanità e di vita. Un lago come specchio e memoria. Un viandante come colui che sbirciando dall’alto, a passo lento, prova a cogliere qualche visione di bellezza e riflesso del tempo… Dice Stendhal ne Il Rosso e il Nero che lo scrittore è come colui che porta una gerla, con dentro uno specchio rivolto all’ingiù, lungo una strada fangosa. Molti se la prendono con lo scrittore come se il fango della strada fosse colpa sua. Ma egli non fa che darne alcuni riflessi.

Colpiscono tutti questi “borghi sospesi”, a volte più a volte meno abitati (e a volte più a volte meno “sospesi”), di cui è facile capire perché li abbiano costruiti in luoghi così belli (da qui si vede tutto), ma di cui è anche difficile immaginarne l’abitabilità, oggigiorno. Noi, civiltà urbanizzata, che in cambio di un presunto progresso e cosiddetto benessere abbiamo abbandonato le campagne ed i boschi, dimenticandoci che si può vivere anche (e forse più armoniosamente) dei frutti della terra…che oggi significano anche promozione del territorio, della cultura locale, dei prodotti e dell’artigianato, degli eventi tipici e delle arti, della storia e dei luoghi più significativi, dell’ospitalità e accoglienza. Della ripresa sana della terra e dell’allevamento. Orizzonti nuovi per questi borghi gioiello, spesso deserti?

Il primo giorno ho conosciuto la via umida e scivolosa dalla pioggia, i profumi della terra e il buio delle nubi. Il secondo giorno sono salito sulle montagne indorate dal sole mattutino, nel silenzio. Il terzo giorno ho camminato con Walter, amico camminatore, maestro di teatro terapia, che avevo conosciuto due anni fa sulla Via della Costa ligure, partecipando al cammino evento Stella d’Italia. Mi ha fatto dono della sua accoglienza nella casa laboratorio di Colico, dove inoltre dipinge; mi ha condiviso il parlare e il tacere di una giornata di cammino; mi ha trasmesso qualcosa in più sulla spiritualità dei luoghi, sull’energia che si può percepire attingendo a sapienze antiche di civiltà lontane.

Sul Sentiero del Viandante ho incontrato poche persone. E anche questo è dono del viaggio. A volte l’incontrare, a volte il restare soli, senza scuse per non stare un po’ con se stessi, chiedendosi “Come va? Dove stai andando? Cosa cerchi dalla vita?”. L’incontro più surreale è stato quello con Tom Bombadil. Racconta Tolkien che costui “è un tipo assai allegro, porta stivali gialli e una giacca blu cielo”, è il più vecchio, ed è signore di bosco e collina. Quel vecchietto dall’accento indefinibile, dalla pelle come di corteccia, barba bianca e stivali gialli, che a passo inesorabile con una sacca appesa ad un nodoso bastone risaliva una ripida strada di montagna, era proprio il nostro Tom. Sorriso sdentato, sguardo remoto, dimora segreta. Nel nulla, solo, sul suo sentiero quotidiano. Credo davvero che, a insaputa nostra, stupida e distratta “gente alta”, dietro a questi personaggi “fuori”, indefinibili e inafferrabili, si celino ancora gli antichi custodi di questa terra che, nel silenzio e nell’oblio, resistono, presenze millenarie di cui non avvertiamo il valore.

Il Viandante ti parla. A suo modo, ripensandoci spesso dopo la fine del viaggio, mi sono reso conto di come questo sentiero mi abbia parlato. Hanno parlato le sue pietre su cui poggiavo i piedi, dopo tanti secoli di passaggi di umanità e di vita, di sopravvivenza e di violenza. Hanno parlato le chiesette e le cappelle di una spiritualità popolare che oggi va cercata in altre forme, educata nella sua essenza ad essere vissuta, nei molti modi autentici e adeguati del nostro tempo. Hanno parlato i boschi floridi, la pioggia avvolgente, i fiori sbocciati, i silenzi profondi, le acque sciabordanti. Ha parlato l’acqua del Lago in cui mi sono immerso a fine viaggio, ristorando i piedi stanchi. Ha parlato dentro di me la mia vita, i miei desideri di andare e di tornare, le mie paure di non essere capace, di non sapere la direzione. La mia certezza della sana imprevedibilità e libertà, che si incontra ogni volta che ci si mette in cammino.

Per saperne di più…

www.lakecomo.it

www.teatroterapia.it

“ERAVAMO SOLTANTO IO E L’ORSO”. INTERVISTA A UN VETERANO DEL PARCO D’ABRUZZO

tratta da gaianews.it

tratta da gaianews.it

Dagli scontri con i bracconieri alle prime foto dell’orso marsicano, dialogo a tutto tondo con Peppe Di Nunzio, memoria storica del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Il racconto di una passione che interpella l’uomo e la sua armonia col mondo.

di Giacomo D’Alessandro

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Incontriamo Peppe al Centro Anziani di Villetta Barrea, nel cuore del Parco d’Abruzzo, un pomeriggio di fine settembre decisamente piovigginoso. Un altro autunno è cominciato, e da queste parti ci vuole una dura corteccia per resistere fino a primavera. Con i suoi 88 anni, il guardiaparco in pensione si alza dal gioco delle carte e ci invita a sederci all’aperto per la nostra conversazione. Da dove partiamo? mi chiede. Partiamo dall’inizio, dice piano senza aspettare risposta.

 

Il parco nasce nel 1923, ma sotto il Fascismo fu di fatto chiuso…e dopo?

Fino alla fine degli anni Cinquanta fu sotto il controllo della Milizia Nazionale Forestale. Il primo gennaio del 1954 entrammo in otto a servizio come guardie, affiancandone tre già presenti. Potevamo dividerci in cinque pattuglie di vigilanza. Al tempo non c’era alcun archivio di documenti o di fotografie, cominciammo a fare formazione con alcuni studiosi che venivano da fuori; io ero stato pastore, ne sapevo di montagna, ma le competenze giuridiche e legali mi mancavano. Ufficialmente eravamo guardie giurate speciali, con ben poca autorità e giurisdizione.

Il problema dei bracconieri era forte?

Il bracconaggio c’era. Una sera facemmo un appostamento per fotografare l’orso, sentimmo uno sparo da caccia verso il Monte Petroso. Sapevamo già chi era. L’uomo ci vide col binocolo e si sentì minacciato. Moschetto lui, moschetto noi. In una manciata di secondi una pallottola fischiò a pochi centimetri da noi, sulle rocce. Rispondemmo, più che altro per marcare il territorio. Da quel momento chiedemmo aiuto alle forze dell’ordine, ma non volevano inimicarsi il pericoloso soggetto in questione. Allora una notte lo aspettammo davanti a casa sua, in una strettoia da cui doveva per forza passare, per coglierlo in fallo. Quando spuntò gli saltai addosso per bloccarlo, ma sentii che armava il fucile e urlai al mio collega che riuscì a metterlo a terra e a tramortirlo. In seguito fu condannato.

A cos’altro dovevate fare fronte?

C’erano tagli indiscriminati di boschi, abusi edilizi che i Comuni concedevano per interesse economico… Ci salvò un decreto del 1958 sul vincolo paesaggistico. Come guardiaparco cominciammo ad essere tenuti in considerazione dalla gente, ma anche temuti e minacciati, con vere e proprie rappresaglie sulle nostre famiglie.

Com’era lavorare nella natura?

Ci spostavamo a piedi, 8 ore ogni giorno, per fare pattuglia, ostacolare atti illegali che per la gente erano diventati normali nei decenni di assenza di protezione. Quando il direttore Saltarelli cominciò a fare pressioni sui politici, lo fecero fuori. Seguirono 7 anni di commissariamento, quindi arrivò Tassi, giovanissimo e preparatissimo, non certo uno sprovveduto. In 30 anni ha creato il Parco, un lavoro straordinario. Come prima cosa assunse altre 12 guardie. Si lavorava bene, gratificati, io venivo distaccato per conto mio per fare le fotografie che non esistevano.

E così arriviamo all’Orso…

Facevo il primo tratto al buio e mi portavo in quota, poi mi fermavo e osservavo. Quella mattina vidi un’orsa a valle da Forca Rescioni. Dovetti scendere, rischiando di perderne la posizione, ma per fortuna la ritrovai che pascolava in una radura. Stavo montando la mia attrezzatura a monte di un sasso quando a un certo punto mi trovo ai piedi gli orsacchiotti, assolutamente ingenui. Io non avevo che la pistola. La madre comincia a venire verso di me a cercarli, e preso dal panico non indugio oltre, le scatto la foto. Poi comincio a scalciare e sbraitare per allontanare i piccoli prima che tocchi a me essere caricato… E mentre se ne vanno fotografo anche loro. Ci misi dieci minuti buoni a mandarli via: sapevo che scappando io avrei attirato la carica della madre, restando lì con loro l’avrei indotta comunque ad attaccarmi come una minaccia ai suoi cuccioli.

Missione compiuta comunque: le foto c’erano…

Non sai la paura che fossero venute mosse…non c’era prova alcuna che fossero buone, per cui non lo dissi a nessuno e mi precipitai dal fotografo. Stetti un giorno intero da lui insistendo che facesse tutto al meglio e subito. Uscì un capolavoro. Gli dissi che non me ne andavo finché non me le stampava, e le portai al quartier generale del Parco. Da quel momento presi a fare tante foto, tra cui quello che rimane l’unico accoppiamento di orsi. Merito più che altro della tenacia con cui facevo tutti i pernottamenti all’aperto in alta montagna…

Come ha fatto a riprendere un accoppiamento senza farsi sentire?

Andò così. La sera del 6 giugno 1986 mi affidarono un giornalista di Milano, un appassionato del genere. Partimmo verso il Marsicano, ma iniziò a nevicare e non ci fu nulla da fare. Provammo la sera dopo, e una volta in quota c’erano quasi 30 centimetri di neve sul sentiero. Ci appostammo, fino a che uscì un orso. Il giornalista non stava nella pelle, io gli dissi di stare zitto. Capii che eravamo sottovento e che la bestia ci avrebbe fiutato. Hanno un olfatto finissimo, per questo andavo quasi sempre da solo, meno che mai con qualcuno che fumava. Mentre ci spostavamo uscì un altro orso che sembrava ubriaco, seguiva la traccia della femmina. Si incontrarono, si abbracciarono in effusioni, e noi ne approfittammo per portarci a cento metri, dove feci due foto durante l’accoppiamento.

Qualche volta però se l’è vista brutta…

Sì, ad esempio quando per seguire una traccia di neve insolitamente sporca scendemmo i gradoni di uno strapiombo, senza corda. In fondo c’era una grotta, e dentro un orsacchiotto che dormiva. Appena ci affacciammo iniziò a ringhiarci: aveva più paura di noi, tentava di uscire ma eravamo proprio sull’entrata. Non ci eravamo accorti che la mamma stava dietro di noi, vicino alla nostra roba. Il suo urlo risuonò in tutta la valle. Iniziammo a tirarle delle pietre, a urlare anche noi per allontanarla. Quando finalmente siamo riusciti a toglierci da lì il piccolo è schizzato fuori e rotolando in discesa come un pupazzo ha raggiunto la madre in un batter d’occhio.

Un altro signore della foresta, molto più difficile da sorprendere, è il Lupo.

C’è stato un periodo in cui su suggerimento degli studiosi creammo i cosiddetti “carnai” per nutrire le bestie in zona e assicurarci che andassero in letargo nelle vicinanze. Io ero contrario, in ogni caso feci alcuni appostamenti dove venivano lasciate le carcasse per cibare gli animali. Mi scavavo una fossetta con la zappa per nascondermi nel terreno, spuntava solo la testa e la macchina fotografica. Mentre riprendevo alcuni orsi intenti a mangiare, cominciai a sentire rumori strani alle mie spalle (chi conosce il bosco se ne accorge subito). Poco dopo la vidi spuntare: la testa del lupo. Provai a spostarmi ma mi sentì subito, e lo vidi acquattarsi per avanzare strisciando di soppiatto. Altro che foto, non feci in tempo a muovermi che balzò via in un attimo.

La gente che vive nel Parco ha sempre condiviso l’esigenza di tutelarne l’ecosistema?

Combattere con la gente è stata dura, spesso si trattava dei tuoi stessi parenti. Tieni conto che all’inizio gli orsi erano più numerosi dei camosci, perché questi ultimi venivano cacciati dai tedeschi in tempo di guerra, per mangiare. Nel passaggio dal Fascismo all’autonomia del Parco, la gente ha ritrovato certe possibilità di vivere il territorio che erano uniche, non ultimo far conoscere il Parco a livello turistico. Le assunzioni di personale vennero programmate dopo almeno 3 mesi di servizio ausiliario, per selezionare bene la gente del posto, la qualità, la passione. Soprattutto osservarne il comportamento sul campo, il che diceva molte cose della persona.

Lei ha prestato servizio dal 1954 al 1991, poi è passato dall’altra parte della barricata, da semplice abitante del luogo. Cosa è cambiato in questi anni? Di cosa ha bisogno oggi il Parco d’Abruzzo?

Innanzitutto di meno macchine e più scarponi, a partire dagli attuali guardiaparco. Per conoscere e proteggere il territorio bisogna viverlo, il che esige ore ed ore di cammino al giorno, altrimenti certi posti non li raggiungi. L’altro problema è che gli orsi gradualmente se ne vanno, in cerca di frutteti e di cibo facile. La nostra generazione di guardiaparco seminava apposta i prati in alta quota perché avessero da pascolare, oppure si facevano contratti coi contadini per destinare una parte del raccolto, o le eccedenze, o le parti danneggiate, ad essere portate in quota per gli animali del parco. Quante volte siamo andati su per i sentieri con gli zaini stracolmi di mele o pere…

Inutile dirlo: ci vorrebbero più risorse dalle istituzioni, sussidi per la gente del posto, compensi per i danneggiamenti, incentivi al settore alberghiero e turistico… La gente diventa insofferente se mantenere il parco non porta loro alcun vantaggio. E poi ci vorrebbe più collaborazione e partecipazione tra tutti i soggetti presenti: tavole rotonde sulla gestione del parco che coinvolgano tutte le parti, anche noi anziani che abbiamo dato tutto a questi luoghi. Una buona gestione deve esigere passione e dedizione a partire dal personale.

L’aneddoto più divertente della sua lunga esperienza?

E’ sicuramente quello della comitiva di fotografi romani. Arrivarono in 12 per fare alcune riprese dei camosci. Io e il mio collega demmo loro appuntamento alle 2 e mezzo del mattino per salire a piedi. Su 12 se ne presentarono 6. Una volta in marcia, due abbandonarono scoppiati. Dopo poco, altri due ci dissero di proseguire e si fermarono a riposare. La loro attrezzatura ce la caricammo noi. Ne arrivarono a destinazione due. Li aiutammo a sistemare tutto in postazione, quindi facemmo un lungo giro a tenaglia per spingere i camosci a passare davanti alle inquadrature, mentre loro riprendevano. Al termine ci ritroviamo sul posto: i due superstiti si erano addormentati!

Incredibile…li avrete mangiati vivi.

Eh, lì non ti dico che arrivammo alle mani ma quasi… Comunque ripetemmo tutta l’operazione e riuscirono a fare le loro riprese.

Il duro lavoro di portare la “gente di città” a cogliere le bellezze che per voi erano pane quotidiano.

A dir la verità c’è un aneddoto ancora migliore. Un giorno portai un collega giovane, appena entrato in servizio, a fare un appostamento per vedere l’orso. Dopo parecchio cammino gli dissi: “da questo punto in poi silenzio assoluto”. Arrivammo in cima a una cresta, mi affacciai e dall’altra parte, poco sotto, vidi tre orsi che pascolavano tranquilli. Lentamente gli feci cenno di guardare.

Sporse la testa e senza più riuscire a controllarsi per la gioia gridò, indicandoli col dito: “Uno due e tre!” In un attimo si erano volatilizzati, e addio foto.

Tutta una vita spesa qui, in questo modo. Perché l’ha fatto?

Per vivere. Un lavoro, fatto come Dio comanda. Ho rischiato, ho lasciato tante volte la famiglia, ci ho dato davvero la vita. Mi sono fatto carico di tutte le rogne, specie giudiziarie, le accuse, i tribunali, gli allarmi, le crisi, le relazioni, le politiche, la gestione del territorio… Non è stato facile, ma ho avuto buoni superiori che mi hanno coperto le spalle. Mi sono trovato bene. E’ quello che ho sentito di fare. E credo di aver detto tutto.

 

 

 

Intervista realizzata a Villetta Barrea il 29 settembre 2013.

Grazie a Peppe Di Nunzio, sua moglie, Claudio Manco, Stefano Dalla Vedova e Claudia Cevoli.

SULLE ORME DEGLI ORSI/Lettera 5

Lettere dal Parco Nazionale d’Abruzzo per raccontare un viaggio-incontro con un mondo vitale. Il nostro mondo come dovrebbe e potrebbe essere. Le lettere sono indirizzate all’amico Giuseppe Festa, autore del libro Il Passaggio dell’Orso e dell’album Il Canto degli Alberi, entrambi ambientati nel parco abruzzese.

Farfalla al Parco - Ilaria Macedonio

2-10 ottobre 2013, Genova

Caro Giuseppe,

sto provando in questi primi giorni di “ritorno” dal Parco a mantenere viva e fresca dentro di me quella dimensione che ho respirato così a fondo e che mi ha dato un entusiasmo difficilmente descrivibile. Cerco di portare un po’ di parco dentro di me, di essere io “parco” per gli altri, ovvero orma, impronta, assaggio di ciò che questo mondo potrebbe e dovrebbe essere. Sento la chiamata a farmi custode del mondo naturale, custode della bellezza, abitante della vita, una presenza fertile in grado di “accompagnare” il cammino perché sia il più gravido possibile di felicità, di armonia, di pienezza.

L’esperienza dell’Abruzzo è stata fatta di cose semplici: vita comunitaria, cammino, chiacchierate, lavoro gratuito nella natura e per la natura. Proprio per questo è stata così incisiva. Per aver dato la conferma (per alcuni la scoperta) di come una vita semplice ed essenziale, per certi versi ancestrale, sia possibile e fertile di felicità.

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SULLE ORME DEGLI ORSI/Lettera 4

Lettere dal Parco Nazionale d’Abruzzo per raccontare un viaggio-incontro con un mondo vitale. Il nostro mondo come dovrebbe e potrebbe essere. Le lettere sono indirizzate all’amico Giuseppe Festa, autore del libro Il Passaggio dell’Orso e dell’album Il Canto degli Alberi, entrambi ambientati nel parco abruzzese.

Parco e Lago - Ilaria Macedonio

28 settembre 2013, notte, Civitella Alfedena

Caro Giuseppe,

l’ora è tarda e il sonno molto persuasivo. Ma volevo dirti della splendida foresta che abbiamo percorso oggi, a Forca d’Acero, sistemando i segnavia con pennelli, pittura, precisione e pazienza. Una bellezza che non ha fine, una sorpresa che non ha eguali, un silenzio che non stanca. Volevo raccontarti della passeggiata notturna insieme fino al paese, lungo la strada buia, e noi senza luci, a gustare le stelle, le ombre, il canto del bosco, del vento, a parlare con intimità della vita e del futuro tra noi, camminando con fiducia come in un incanto.

E in ultimo della testimonianza inaspettata e commovente di Antonio, il fornaio, che ci ha regalato una grande focaccia rotonda, morbida e calda, e ci ha condiviso la sua vita, la sua passione per la semplicità e l’autenticità, chiedendoci di fare attenzione alle cose piccole, quelle essenziali che si riveleranno le vere “cose grandi”, anche in vista di un futuro diverso, di un mondo dal volto rinnovato.

SULLE ORME DEGLI ORSI/Lettera 3

Lettere dal Parco Nazionale d’Abruzzo per raccontare un viaggio-incontro con un mondo vitale. Il nostro mondo come dovrebbe e potrebbe essere. Le lettere sono indirizzate all’amico Giuseppe Festa, autore del libro Il Passaggio dell’Orso e dell’album Il Canto degli Alberi, entrambi ambientati nel parco abruzzese.

Parco d'Abruzzo - foto Palma Boccuzzi

27 settembre 2013, notte, Civitella Alfedena

Caro Giuseppe,

vivere qui a Civitella con persone appena conosciute è sperimentare ancora una volta la bellezza della comunità: siamo fatti per vivere assieme, per incontrarci, per generare felicità e vita e significato dall’entrare in relazione. Non esiste allora la paura dell’estraneo, dell’“altro”, ma se mai una fatica – in certi casi – a trovare buone formule di contatto, confronto, convivenza con l’altra persona; nella maggior parte dei casi, il piacere di scoprire “quanto è bello, quanto è soave” stare assieme nella quotidianità, parlarsi, giocare, organizzarsi, lavorare, anche sbagliare.

Oggi Claudio ci ha mandati, in quattro da soli, su per un lungo sentiero da verificare e ripulire. Ci siamo ritrovati in un bosco immenso di querce, faggi e aceri, tronchi chiaroscuri giovani e freschi, giganti muschiati con le radici emergenti dal terreno quali artigli di strega. Un silenzio surreale ci ha accompagnati per tutta la salita, scosso solo dai nostri respiri affannosi e dai rami spezzati dalla nostra opera di pulizia. Puliamo un sentiero perché accolga altri passi, perché non inganni né illuda, non maltratti gli ospiti che qui si affacceranno. Ma servirà anche agli animali come pista per muoversi meglio.

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SULLE ORME DEGLI ORSI/Lettera 2

Lettere dal Parco Nazionale d’Abruzzo per raccontare un viaggio-incontro con un mondo vitale. Il nostro mondo come dovrebbe e potrebbe essere. Le lettere sono indirizzate all’amico Giuseppe Festa, autore del libro Il Passaggio dell’Orso e dell’album Il Canto degli Alberi, entrambi ambientati nel parco abruzzese.

Parco d'Abruzzo - foto Ilaria Macedonio

26 settembre 2013, notte, Civitella Alfedena

Caro Giuseppe,

siamo tornati sul nostro sentiero da ripulire, in una tiepida giornata estremamente tranquilla. A tratti scopriamo un cespuglio di more o di cornioli che servono a tappare per poco il buco della fame. L’aria pulita affama, come il buon vecchio lavoro manuale a contatto con la terra. Claudio ci ha raccontato come viene fatto solitamente il censimento dei cervi. Proprio in quel momento ha fermato la macchina per permetterci di osservare una femmina di cervo maestosa, con il suo piccolo al seguito. Siamo stati tutto il giorno sotto il sole cocente, di un settembre che declina all’autunno mascherandolo, a tagliare arbusti perlopiù spinosi per ripulire un altro pezzo di itinerario. In poco tempo il contatto grezzo e diretto con gli elementi della terra mi fa sentire parte di questo posto, caro Giuseppe.

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SULLE ORME DEGLI ORSI/Lettera 1

Lettere dal Parco Nazionale d’Abruzzo per raccontare un viaggio-incontro con un mondo vitale. Il nostro mondo come dovrebbe e potrebbe essere. Le lettere sono indirizzate all’amico Giuseppe Festa, autore del libro Il Passaggio dell’Orso e dell’album Il Canto degli Alberi, entrambi ambientati nel parco abruzzese.

Parco d'Abruzzo - Val Fondillo

 

25 settembre 2013, notte, Civitella Alfedena

Caro Giuseppe,

sono arrivato al Parco d’Abruzzo, una nuova avventura per la mia vita di viandante, e una nuova ulteriore esperienza che ci accomuna, secondo le tue parole. E’ bello essere qua: sono arrivato senza aspettative se non “esserci”, stare, vivere questo luogo che è un mondo a parte. O meglio, come ho riflettuto oggi di fronte al panorama boscoso, è il mondo come doveva essere e apparire centinaia di anni fa, il mondo come dovrebbe essere – a livello di equilibrio uomo-natura – ancora oggi; il mondo come spero che tornerà.

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