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Canto del Ramingo

Cammino e spiritualità sui sentieri di Giandil

Canto del Ramingo

Categoria: Cammini di Pasqua

Giovani in cammino seguendo i passi dei migranti (Città Nuova)

di Silvano Gianti, su Città Nuova

Sedici amici liguri e piemontesi hanno trascorso le festività pasquali percorrendo l’Alta Via dei Monti della Liguria, meditando e distribuendo pasti agli stranieri, affrontando le intemperie e ascoltando le storie di chi ha lasciato tutto per trovare difficoltà e rifiuti, ma anche mani capaci di dare solidarietà e di accogliere il dolore.

A percorrere l’Alta Via dei Monti liguri, il lunghissimo itinerario di crinale che attraversa tutto l’arco montuoso della Liguria e collega la riviera ligure da Ventimiglia a La Spezia, sono in tantissimi. Spina dorsale di una vasta rete di sentieri che abbracciano l’intera regione, collegando i centri costieri con i paesi dell’entroterra e con le cime dei monti, l’alta via è, infatti, percorsa annualmente da migliaia di appassionati. Tra questi, durante il triduo pasquale, vi erano 16 giovani liguri e piemontesi, tra i venti e i trent’anni. Sono partiti da Pigna, in provincia di Imperia, il giovedì santoe hanno raggiunto Ventimiglia la sera del sabato per la veglia pasquale.

L’idea è nata tre anni fa a Giacomo e Gigi, due amici che hanno cercato di unire la passione per i cammini al bisogno di un ritiro spirituale nel tempo di Pasqua. «Si cammina di giorno, la sera dopo aver montato le tende e cenato si meditano i testi biblici della Passione – racconta Giacomo –. Nella sosta per il pranzo ci ha accompagnato la lettura de “L’uomo che cammina” di Christian Bobin. Un’esperienza molto bella di condivisione e di approfondimento interiore, per cercare di capire cosa dicono a me quelle parole oggi: come posso cambiare, come posso convertire il mio modo di vivere per essere più aderente al modo che è stato di Gesù e di tanti nel suo nome. Non tutti erano abituati alle fatiche e all’essenzialità del camminare. È stata una grande lezione di vita tra noi, compresa la notte di venerdì quando un temporale ha scaricato sulle tende trenta centimetri di grandine. Con calma abbiamo rimosso freddo e paura, disagio e imprevisti, grazie alla forza della convivialità».

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(foto di Luca D’Alessandro)

Pasqua in Alta Via, un cammino di confine

E’ con un sorriso emozionato che voglio dire il mio grazie ai viandanti di questo quarto Cammino di Pasqua, che ci ha portati sull’Alta Via dei Monti Liguri da Pigna a Ventimiglia. Al nostro capoGigi che sta già preparando la 5a edizione. A Luca che li ha raccontati tutti con i suoi scatti. A chi oggi ci sostiene a distanza come Alessia e Ulderico. A chi si è cimentato per la prima volta in questa esperienza strana che si pone fuori dalle strutture. A chi ci ha raggiunto da Torino e da Chiavari. A Mattia che ha preparato le meditazioni. A Davide che ha curato i reading da Bobin. A don Rito che ci ha ospitati all’arrivo. Al Bar Hobbit che ci ha rifocillati. A chi si è camallato le tende, il cibo e l’acqua di riserva. A chi ha saputo mescolarsi con i migranti accampati sul fiume per portare una presenza amichevole, un sorriso, due tiri a pallone. Uno sguardo umano in tempi disumani.
Abbiamo incontrato il vento, la grandine, il temporale, la neve, il sole, la pioggia, il buio, la luce. Come accade al profeta Elia, il divino si incontra dove non lo si aspetta: nel mormorio di una brezza leggera, più che nella potenza degli eventi traumatici.
Possiate trovare sempre in quella brezza il coraggio di schierarvi, di muovere un passo in direzione ostinata e contraria, di continuare a cercare, cercare e cercare. Imperniando la vita su una parola radicale, folle, una Speranza che passa attraverso ogni Passione, ogni fallimento, ogni morte. D’altronde, dice Bobin, “forse non abbiamo mai avuto altra scelta che tra una parola folle e una parola vana”.


(foto Luca D’Alessandro)

La Pasqua sulla strada dei migranti (laRepubblica Genova)

di Rosangela Urso, la Repubblica Genova del 30 marzo 2018

Sulla strada dei migranti verso la frontiera di Ventimiglia. Un gruppo di ragazzi tra i 20 e i 30 anni hanno deciso di trascorrere così, in cammino, i tre giorni che precedono la Pasqua. Sono partiti da Genova giovedì 29 marzo e arrivano a Ventimiglia sabato 31, proprio lì dove i migranti sognano e sperano la propria resurrezione.
L’idea è nata tre anni fa a Giacomo D’Alessandro, 27 anni, e Gigi Magnozzi, 32 anni, due amici, genovesi entrambi, che hanno cercato di unire la passione per i cammini al bisogno di un ritiro spirituale nel periodo di Pasqua. Quest’anno per la prima volta, questa iniziativa informale, prima ristretta solo a un piccolo gruppo di amici, si è aperta a persone nuove e giovedì erano 17 i giovani partiti alla volta di Ventimiglia. Un cammino che ha ottenuto anche il plauso dei Gesuiti che l’hanno divulgato tra le proprie proposte.
La scelta di Ventimiglia non è stata casuale: «Abbiamo pensato di andare verso la frontiera per percorrere la stessa strada dei migranti ed essere vicini a loro anche fisicamente, vedere gli accampamenti e permettere, a chi non c’è mai stato, di toccare con mano la situazione che c’è la giù», racconta Giacomo D’Alessandro spiegando le ragioni di questa scelta…

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Cammino di Pasqua in Val Borbera

“L’uomo che cammina è quel pazzo che pensa si possa assaporare una vita talmente abbondante da inghiottire perfino la morte.” (C. Bobin)

Quest’anno per vivere i giorni di Pasqua abbiamo scelto un cammino che ancora non esiste, ma che molti segnali indicano in incubazione per venire alla luce. Il cammino della Val Borbera, nel basso alessandrino. Una valle che non c’è più, una valle che sotto la coltre dell’abbandono c’è eccome, e ritrova piccoli semi di rinascita e attrattive straordinarie.

Abbiamo percorso un piccolo anello, che non esaurisce il cammino integrale, dormendo in tenda e ricevendo ospitalità. Le tappe sono state:

Persi-Rivarossa-Albera Ligure ;

Albera Ligure-Cremonte-Sisola-Borassi-Piazzo ;

Piazzo-Roccaforte Ligure-Lemmi-Monteggio-Persi ;

Grazie a Maurizio e Martina di Cascina Barbàn per averci accolti la prima sera, in un luogo magico che testimonia una scelta di vita e uno scorcio di rinascita possibile, diversa, antica e nuova.

Grazie a Paola e Daniele di casa La Grattaia per averci accolti la seconda sera, in un luogo sperduto tra boschi crinali e cime rocciose, rifocillandoci oltre ogni aspettativa.

Grazie ad Anna e Roberto di Casa dei Cedri per averci accolti la terza sera, nel momento sfinito dell’arrivo, offrendoci alloggio e il necessario per condurre la veglia di Pasqua.

Grazie a Gigi, Daria, Luca, Elena, Lorenzo, Alessia, Erica per aver camminato con me su sentieri e strade spesso inesplorate, tra cinghiali, daini, ramarri, per boschi, monti, crinali, ruscelli, attraverso borghi disabitati, chiesette sospese, antichi villaggi abbandonati e luoghi della memoria partigiana.

A scoprire ciò che siamo e ciò che vogliamo.

A meditare i temi della Pasqua: la liberazione da ogni schiavitù d’Egitto, la lavanda dei piedi come più alta forma di libertà amorevole, la risurrezione come speranza vivifica che offre una marcia in più per agire la vita, sapendo di fallire, ma che il fallimento non è l’ultima parola per chi confida.

A riveder le stelle di una valle che ha ancora molto da dire, e da rinascere.

[foto di Luca D’Alessandro]

 

Tutte le foto di Luca D’Alessandro

Sulla Francigena, tra cammino e passione

24-28 marzo 2016 | 24 piedi da Siena a Orvieto

E’ la seconda volta che cerco di vivere i giorni di Pasqua in una maniera più semplice, originale e significativa. L’anno scorso insieme a 3 compagni avevamo camminato da Gubbio ad Assisi, sulla via di Francesco. Quest’anno abbiamo pensato al tratto di Francigena che unisce Siena ad Orvieto, e i compagni sono stati 11. Tende, fornelletti, provviste e qualche maglia pesante (la stagione è ancora imprevedibile). Un sole generoso ci ha accompagnati dalle stradine senesi ai colli coltivati a ulivi e viti, fino alle rocche medievali in Val d’Arbia e Val d’Orcia, passando per i bagni termali del Monte Amiata e per le statali mezze deserte.

La Via Francigena

E’ l’antico cammino che da Canterbury conduceva i pellegrini a Roma, e ancora più in giù agli imbarchi per la Terrasanta. Oggi in gran parte ripreso, segnato e mappato, consente un’immersione privilegiata nel cuore dell’Italia, dei suoi luoghi famosi e di quelli più ignoti. Aiuta anche a rendersi conto degli effetti dell’urbanizzazione, dello spopolamento e della riscoperta autentica, portando il viaggiatore su statali trafficate o lungo ruscelletti isolati dal mondo, nella tenuta di secolari contadini e all’ombra delle più belle rocche e chiese medievali. Ogni posto tappa ha un luogo di accoglienza per i pellegrini, spesso parrocchie o foresterie comunali. A seconda della stagione e del tratto di percorso, di gente se ne incontra, spesso stranieri.

Un cammino di Pasqua

Pasqua significa letteralmente “Passaggio”. Il Cardinale Martini suggeriva nelle sue meditazioni pubbliche di intenderlo come il passaggio da una vita non autentica ad una vita pienamente autentica, come accade a Mosé nell’Esodo. E’ il tempo buono per meditare quella straordinaria vicenda umana che è la passione e morte di Gesù di Nazareth. Sempre meno sono coloro che celebrano la Pasqua nelle funzioni in chiesa. Sempre più coloro che, abbandonata ogni pratica, smettono anche di interrogarsi sul modello umano di vita di Gesù e sulla possibilità di un percorso serio di fede a favore della giustizia. In mezzo, stanno poche opportunità, pochi tentativi. Il mio, il nostro, è un tentativo attraverso il cammino vero e vivo, di meditare la vita e la morte di Gesù; un punto di partenza per interrogarsi sulla propria vita e sull’ingiustizia e la sofferenza che avviene oggi nel mondo. Cosa possiamo noi? Cosa dà significato a una vita piena, e anche a una morte ingiusta, che non diventa così l’ultima parola? Uscendo insieme dalle maglie della quotidianità, vivendo qualche giorno come “comunità che cammina”, senza nulla di superfluo tranne l’essenziale della sopravvivenza quotidiana, un piccolo gruppo si è ritrovato a “celebrare” la sua Pasqua, condividendo silenzi, dubbi, desideri, meditazioni esistenziali. Ecco la traccia introduttiva

foto Luca D'Alessandro

Tre tappe

Siamo partiti da Genova col pullman Baltour per Pisa alle ore 6. Da Pisa col treno abbiamo raggiunto Siena alle 10.15.

  • Tappa 1 SIENA – MONTERONI D’ARBIA (circa 22 km) – tratto in bus fino a S.Quirico d’Orcia
  • Tappa 2 SAN QUIRICO D’ORCIA – BAGNI S. FILIPPO (circa 20 km)
  • Tappa 3 (autostop fino ad Acquapendente) ACQUAPENDENTE – ORVIETO (circa 25 km)

Ogni sera ci siamo accampati con la tenda chiedendo il permesso o utilizzando terreni abbandonati fuori dall’abitato.

Tre meditazioni

La sera del giovedì abbiamo cenato con agnello e pane non lievitato, ripetendo una sorta di “cena ebraica” e rileggendo il lungo racconto dell’Esodo, della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù d’Egitto. La riflessione ha riguardato anche l’Ultima Cena di Gesù con la lavanda dei piedi ai suoi discepoli.

La sera del venerdì abbiamo meditato il lungo e profondo racconto della condanna a morte di Gesù, ad opera dei poteri forti civili e religiosi dell’epoca. La riflessione ha riguardato gli innumerevoli crocifissi della storia e di oggi.

La sera del sabato abbiamo ricevuto l’accoglienza dei frati cappuccini e di un gruppo druidico locale, e abbiamo assistito alla veglia di Pasqua.

Un luogo nomade di armonia

Questo modo di camminare ci ha restituito passione e armonia. Ci ha spinti ad essere solidali gli uni verso gli altri, in tutte le faccende quotidiane; ad essere ben disposti verso i compagni di viaggio, spesso poco conosciuti e tutti da approfondire; a non temere l’improvvisazione, l’adattamento come nella giornata di autostop, a due a due, affidandoci a tanti passaggi di perfetti sconosciuti. Il cammino ci ha rastrellato via le mille distrazioni, ansie e sensi di dovere personali, e ha messo al centro il desiderio di gustare e vivere appieno ogni momento, in un divertimento sano, esprimendosi, ascoltando. Ci siamo ritrovati in un luogo nomade, diverso ogni momento, di armonia, di semplicità, di bellezza. Non è servito chissà cosa, per dare vitaa questo luogo: solo la voglia, la disponibilità, e qualche ingrediente ben scelto. Ci siamo fatti parte di un mondo naturale che sa dare all’uomo respiro e rilassamento. Ci siamo proposti comunità camminante, pensante, discutente, esultante. Un’oasi non certo oziosa a fronte di un mondo complesso, che richiede scelte consapevoli, coraggio comunitario, passione rigenerata, e che ci ha permesso di far buon uso della Pasqua e dei suoi millenari spunti interiori, per agire sempre più nella nostra vita secondo un senso ben scelto, alto, che genera speranza.

 

 

La speranza che l’Amore germogli

 foto Luca D'Alessandro

Spunti per il cammino dei giorni di Pasqua. Brani consigliati da leggere e meditare: Esodo dal capitolo 1 al capitolo 14; Vangelo secondo Matteo dal capitolo 14,10 al capitolo 16,8.

C’è una dimensione credente e una non credente in ciascuno di noi. E’ tempo di superare la banale distinzione tra credenti e non credenti, debole etichetta che si basa troppo spesso su cosa si dice, e non su come si vive.

In questi giorni abbiamo un’opportunità: raccogliere l’invito di centinaia, migliaia di persone durante la storia, a fermarci sugli ultimi momenti di vita di Gesù di Nazareth.

Nel suo atteggiamento umano possiamo trovare strumenti per aprire la nostra esperienza di vita: a orizzonti più alti, più profondi, a dimensioni di salvezza (per noi e per altri).

Il primo aspetto dei giorni di Pasqua è fare memoriale: non è solo memoria, fine a se stessa, di qualcosa di passato e finito; memoriale è fare memoria attualizzando, ridare significato in base al tempo presente, rendere nuovamente “viva e vera” un’esperienza vissuta e trasmessa da altri.

Il secondo aspetto è lasciarci interpellare dalle sfide e le ingiustizie attorno a noi, tra noi, e impegnarci in un cammino di liberazione da ogni schiavitù (da ogni “Egitto”), come Mosé per il suo popolo.

Il terzo aspetto è metterci alla scuola (mai sufficiente) della lavanda dei piedi, simbolo da rendere concreto e verificabile nel nostro quotidiano. A chi laviamo i piedi? Chi lava i nostri piedi? Quando superiamo le barriere dei nostri ambienti selezionati e rassicuranti, e laviamo i piedi ai “più poveri tra i poveri”, come diceva Madre Teresa?

In questi giorni possiamo aprirci ad una novità così assente ed esorcizzata dal nostro quotidiano: il silenzio. Possiamo imparare a fare silenzio, ad acquietare il superfluo e il consueto che ci riempie la testa, a dare spazio a risonanze interiori. Di fronte alla croce. Di fronte a tutti i crocifissi della storia. A chi soffre da innocente. Alla sofferenza gratuita e insensata.

Cosa è vivere da risorti? Cosa è dare un senso alto alla propria vita, un senso tale da superare la morte, in qualsiasi momento essa sopraggiunga?

Pasqua è “passaggio”: passare da una vita poco autentica ad una vita pienamente autentica, libera. Fare atto di fede che imitare Gesù nel modo di stare al mondo sia la realizzazione più alta dell’essere umani.

Cos’è questo svuotare se stesso sulla croce? Questo rinunciare a difendersi con i mezzi della forza, della violenza, del potere, del consenso? Cos’è questo farsi mangiare vivi dagli altri, farsi maciullare come i chicchi di grano nel pane, gli acini d’uva nel vino?

Io nel vedere quest’uomo che muore, madre io provo dolore. Nella pietà che non cede al rancore, madre ho imparato l’Amore”.

Camminiamo, fisicamente e spiritualmente, per ritrovare libertà, semplicità di vita, strade antiche di pellegrini e ospitalizi; dimensioni che aprono all’umanità oltre i limiti del tempo e dello spazio, oltre i nostri limiti. A salvarci, a dare senso alla nostra vita impegnata in questa umanità, è la speranza: che morte e ingiustizia non sono l’ultima parola. Che la vita ce l’abbiamo davvero nel momento in cui la diamo. Che nell’oscurità più sterile, l’Amore germoglia.


Cfr Carlo Maria Martini, Vita di Mosé (Borla)

Cfr Giuseppe Florio, Celebriamo la Pasqua per il mondo intero (dispense)

Il cammino di Francesco tra Gubbio e Assisi

4 in braccio a Francesco

1. Il nostro viaggio: 1-5 aprile 2015

Siamo partiti in quattro (io, Luca, Gigi e Ulde) dall’anfiteatro di Gubbio, la città dove Francesco fu costretto a scappare cacciato da Assisi, e dove secondo la leggenda ammansì un lupo che da tempo dava problemi agli abitanti, solo perché affamato dall’inverno.

Da Gubbio ci si immette sulla via Francigena, l’antica via dei pellegrini che da tutta Europa e in particolare da Canterbury partivano per Roma. Questo tratto di Francigena è nominata la Via di Francesco, perchè ripercorre i viaggi a piedi di Francesco d’Assisi. Si attraversa la vallata diretti alle colline e ci si inerpica verso l’eremo di San Pietro, che però non abbiamo incontrato. Poco prima delle case di Biscina, a circa 20 km di cammino dalla partenza, ci siamo accampati per la notte nei pressi di un rudere. Era la sera del giovedì prima di Pasqua, in cui si fa memoria dell’Ultima Cena di Gesù con i suoi discepoli, e della lavanda dei piedi come modello di vita umana in pienezza. Abbiamo cenato con pane, verdure e agnello arrostito sul fornelletto, ripetendo la cena degli ebrei raccontata nell’Esodo, alla vigilia della liberazione dalla schiavitù d’Egitto. Abbiamo letto i brani antichi sotto le stelle, e ognuno di noi ha risuonato con ciò che della sua vita aveva nel cuore in quel momento.

La mattina dopo abbiamo raggiunto un’abbazia in pietra e ci siamo rinfrescati nel ruscello, al sole. Su e giù per i colli abbiamo raggiunto Biscina, visitato il grande Castello (lasciato a metà da recenti restauri e completamente abbandonato alle intemperie) e proseguito tutto il giorno verso Valfabbrica, a quasi 35 km da Gubbio.

Superato il paese non senza una sosta-gelato, ci siamo addentrati in una valle piccola e nascosta che sale nella boscaglia dolcemente e poi ripida accanto ad un torrente, fino a raggiungere un crinale dal quale si vede, in lontananza, l’ultimo sole brillare sulla bianca basilica di San Francesco. Assisi.

Ci siamo accampati nel cortile riparato di una pieve romanica, all’ombra dei cipressi, e – era venerdì – abbiamo fatto memoria della Passione e della Croce di Gesù di Nazareth, condividendo la lettura, il silenzio, alcuni commenti sulla sofferenza innocente e la speranza di giustizia nel mondo di oggi.

La terza mattina di cammino, ci siamo diretti ad Assisi seguendo la strada tra casupole, ruderi, uliveti e campi coltivati, in un clima campagnolo silenzioso e raccolto, sotto un cielo nuvoloso. In fondo, sempre di fronte a noi, il grande Subasio con le case di Assisi che spuntavano alle estremità. Siamo saliti per il Bosco di San Francesco fino alla porta cittadina che dà sulla Basilica.

Ad Assisi ci hanno raggiunto le famiglie con Alessia, e dopo una sosta per goderci la cittadella, e una notte accampati nei pressi della fortezza e delle imponenti mura di cinta, la quarta mattina (Pasqua) abbiamo sfidato il Subasio in una fangosa salita fino all’Eremo delle Carceri. Il tempo volgeva al peggio fino a che non ha addirittura iniziato a nevischiare, ed è piombato su di noi un freddo invernale difficile a credersi dopo i giorni quasi estivi precedenti.

La quinta mattina abbiamo percorso la placida e silenziosa strada che costeggiando le pendici del Subasio collega Assisi al paese di Spello con le sue mura, le sue pietre chiare e i suoi eremi. Sotto di noi la piana e i suoi rumori velati, lontani rispetto alla quiete degli uliveti soleggiati, dei fiori e del ronzio delle api tra le cascine.

Su per la collina zaini

2. Di ritorno

Non ho scritto una parola di questi giorni tra i colli e i boschi francescani, e ne ho vissute molte. Mi sono ritrovato in cammino, nient’altro che pochi compagni, la tenda e poco cibo, i testi della Pasqua e di Francesco «il poverello».

Sui sentieri, ancora una volta.

Lontano da tutto, da tutti, come mi serviva con urgenza. Senza un passato, senza un futuro, esistendo soltanto in tutto me stesso, nel presente del camminare e celebrare. Stare in silenzio e parlare. Ho detto molto, e anche taciuto molto, di me e dentro di me. Ho provato serenità, ho provato il mio corpo, ho vissuto emozione, delusione, ardore, speranza, passione, attenzione, attesa, ma con purezza, senza sovraffollamento né ansie particolari. Ho creato un luogo, un tempo e una combinazione per niente scontata e facile… Non ho fatto poi molto, ho giovato della buona adesione e presa d’iniziativa di tutti i miei compagni di viaggio.

Ho celebrato la Pasqua.

Ho celebrato e fatto memoriale della Passione, della Morte, della Speranza di Risurrezione.

Ho ascoltato Francesco, viandante primo di questi sentieri, di questa natura, di questo vangelo.

Molte immagini come portate dal vento mi compaiono vive nella mente.

La luce della luna, la sera del giovedì santo, e noi accampati sulla Via. Le pietre rosa sbriciolate sul sentiero che porta ad Assisi. Il vento tra gli alberi e la neve all’Eremo delle Carceri. Le letture da «Io, Francesco», sulla scelta estrema di povertà, del suo cammino in semplicità, compagnia, rivoluzione. Gli asini che vengono ad annusarci, il signore in Mercedes che ci offre l’acqua, la foto di partenza a Gubbio a cavallo del lupo, la pizzeria con il doppio pavimento di pietra antica. Le signore pazze che raccolgono tartufi e germogli d’ulivo nel bosco. L’infinita tappa verso Valfabbrica, e i cavalli in gita, e il gelato liberatorio. Il sentiero che s’infiltra tra i colli salendo dolcemente lungo il fiume, le primule che fanno da cornice dorata al sentiero. I segnavia sempre con noi…

La foto da finti grassi alla partenza. I momenti di silenzio da solo, sulla via, restando indietro o andando avanti. Consultare la guida senza neanche una cartina. Riflettere insieme su come doveva essere quel luogo, quella strada, quel camminare nel Medioevo. L’attualità straordinaria di giungere in questi posti, toccando con i piedi e il sudore della fronte la terra, i boschi, le pietre.

Qui dove in tempi convulsi un piccolo gruppo di «figli» dell’era precedente ha deciso di vivere secondo altre regole, altri parametri, altra libertà; armonia con la natura, povertà, sussistenza, itineranza, uguaglianza, ricostruzione e aggiustamento dell’esistente, dialogo, incontro, accoglienza, spiritualità, essenza, ricerca, vangelo.

Fuoritempio

3. L’arrivo

Assisi è una rocca bianca e rosata, che abbraccia il Subasio. Arriviamo alle sue spalle, lentamente, gustandone il silenzio, mirandola sospesa sulla piana fosca che si spalanca oltre.

E tu, Francesco, come l’hai vista? Come la vedi, questa terra boscosa dove i passi non cambiano nei secoli, dove il viandante giunge ora in altri modi, per altre fonti, in cerca delle tue orme…?

Francesco è un ricco giovane figlio di un mercante, un perdigiorno, uno che quando decide che è ora di farsi valere, lo fa andando in guerra, e si prende una facciata clamorosa. La prigione lo ferma, gli dà un tempo morto, lo obbliga a pensare, a guardarsi dentro.

Cosa ci fai lì, Francesco? Dove vuoi andare? Che vita è?

Da lì parte il tumulto, la trasformazione, l’interrogarsi della coscienza che di fronte allo splendido crocifisso di legno dipinto, nella chiesetta di San Damiano, ti farà risuonare in testa queste parole: “Va’, ripara la mia casa, che è tutta in rovina…”

Per diventare gente che ripara case in rovina bisogna avere le competenze, i fondi, i progetti, gli operai, le attrezzature… Niente. Tu, Francesco, non hai che te stesso, e la tua vita fino ad ora.

Assisi rosata

4. Il gatto di Spello

Spello è sole sulle pietre piccole e chiare, che si aprono e si chiudono sul viandante. Porte, voltini, vicoletti, scale. Un gatto immobile fa la guarda ad un vecchio portale di legno, mentre il silenzio si spalanca ad ogni balconata, e a tratti arriva il vociare di gente che lenta sale di piazza in piazza.

Spello è luogo d’infanzia, quando mamma e papà venivano qui in ritiro, e mi lasciavano a giocare negli eremi, con altri bambini. Ricordo la sabbia, di quel tempo. La raccolta delle pannocchie nei campi di mais, sotto il sole cocente. La luce soffusa di una veglia nel chiostro, la lampadina spoglia in una povera cella di un convento, la nostra stanza.Gatto di Spello

Spello negli anni è diventato per me luogo fascinoso dei racconti degli adulti, ma anche luogo di origine di persone che, nei loro libri, mi hanno parlato a lungo. Carlo Carretto e la sua “autobiografia” di Francesco d’Assisi. Giuseppe Florio e la sua bibbia rispiegata nell’essenza, i suoi annunci, i ritiri a Collevecchio.

Sulla via alta che da Spello porta ad Assisi toccando la cima del monte Subasio, si trova la stretta rientranza dell’Eremo delle Carceri. E’ un bosco scosceso, ombroso, di terra che si sgretola e rocce che affiorano pallide, in cui si aprono a tratta dei buchi neri, le grotte.

Qui sei venuto a ritirarti, Francesco. Qui tu e i primi compagni avete tirato su, pietra su pietra, un piccolo eremo. Nel cortile, tra la cappellina e le celle dei frati c’è un vecchio pozzo, su cui oggi fioriscono i gerani. Affacciandomi dal balcone sospeso nel vuoto, sul bosco scuro e il letto pietroso del ruscello, respiro la pace. A perdita d’occhio la foschia vela la piana umbra. Minuscoli fiocchi di neve iniziano a cadere, il mondo si ferma.

Questi sono luoghi d’Italia tutt’oggi difficili da raggiungere, fuori dalle arterie principali, il cui nome è piccolo anche sulle mappe digitali, nonostante per la spiritualità millenaria dei cristiani siano praticamente un centro del mondo, al pari di Gerusalemme o Nazareth, o Roma…

E tu, Francesco, come ti senti oggi qui all’eremo? Come preghi, cosa vieni qui a cercare? Quali parole, quali domande degli uomini contemporanei ti smuovono di più nel profondo? Che parole e che gesti hai tu da offrirmi?

Qui regna il silenzio, che è sempre sotteso ai versi degli uccelli d’ogni specie, e del vento tra le fronde. Questo è il silenzio del Dio che ti ha parlato: l’armonia del mondo che non conosce ferite.

Ponte di pietra

5. La strada dura

Quanto è stata dura la tua radicalità, Francesco?

Oggi Assisi vive sul tuo ricordo, sulle tue pietre, sulle orme calcate dai tuoi compagni, di generazione in generazione. Ma quanta della gente che qui arriva è simile agli assisani del tuo tempo? Siamo così, c’è poco da dire. Piccoli pezzi di un sistema più grosso di noi, che quasi nessuno sa comprendere, affrontare, scalzare con un modo diverso di stare al mondo. Siamo mercanti, banchieri, ingranaggi di meccanismi produttivi, gente da appartamento. Devoti per folklore o per consolazione, per abitudine o per illusione di sapere di che parliamo. Siamo chi siamo, e stiamo alle regole e agli obiettivi che altri ci hanno dato: guadagnare, acquistare, potere, avere…e lavorare per guadagnare ancora.

Siamo gente piccola, che può far qualcosa per sé, qualcosa di meno per gli altri, e non si pone in un percorso di liberazione, di trasformazione. Come invece tu hai fatto. Ti sei liberato le mani. Hai scontentato la famiglia, i vecchi amici, la patria e l’esercito, i mercanti, i tutori dell’ordine…

Liberarsi costa, ma non poi così tanto. O meglio, non è così tanto ciò che si perde rispetto a quel che si può guadagnare. O forse è quello che pensa chi come me condivide la tua idea, Francesco, ma in un modo o nell’altro ha il “sedere” al coperto. Perché la tua è stata una radicalità totale, di rottura, povera, che non ti ha reso impedito ma vicino e incredibilmente capace di “dare” ai poveri. Tu eri povero “in spirito”, quindi beato. Loro, spesso solo poveri e basta, dunque “bisognosi”. Tu, affidato. E chi si affida, promette Gesù, vince. Non ha “bisogno”, perché facendo le cose importanti, “eterne”, merita già dal mondo l’essenziale per vivere.

4 all'arrivo

Uliveto di fiori gialli

Due sulla strada

Prato ondulato

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