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Canto del Ramingo

Cammino e spiritualità sui sentieri di Giandil

Canto del Ramingo

Categoria: Stella d’Italia

STELLA D’ITALIA, IL MIO RACCONTO IN OSCAR MONDADORI

Stella d'Italia (Oscar Mondadori) - copertina

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 Esce oggi in libreria “Stella d’Italia” in Oscar Mondadori. Il racconto collettivo, contenente tra gli altri alcuni testi miei e di Roberto D’Alessandro, del viaggio a piedi “per ricucire l’Italia con i nostri passi”, che si è svolto tra maggio e luglio 2012 in tutta Italia. Accanto ai racconti di viaggio di scrittori come Antonio Moresco (che ha curato la pubblicazione) e Tiziano Scarpa, decine di pagine di fotografie a colori dell’impresa che ha coinvolto circa 1000 persone sui sentieri dei cinque bracci, in cammino verso L’Aquila.

Il 1 giugno 2013 partiremo nuovamente da Mantova con Freccia d’Europa: a piedi fino a Strasburgo per vivere e realizzare un’Europa ben diversa da quella schiacciata sull’economia e la finanza che abbiamo visto in questi anni.

Sarete dei nostri per qualche tappa? Qui tutte le informazioni.

 

I NOSTRI CAMMINATORI, I NOSTRI SOGNATORI

di Antonio Moresco, scrittore

 

Questo estratto di un articolo uscito sul sito ufficiale di Stella d’Italia, dedicato a chi vi ha collaborato a livello volontario, mi riguarda personalmente. Con umiltà lo ripongo in questo piccolo blog, grato ad Antonio (un grande pensatore con un grande cuore e un ardente spirito) desideroso di conservarlo gelosamente e di condividerlo con i miei amici. In quelle due righe su di me, infatti, nomina la vera forza di ogni mio passo sul sentiero: la mia famiglia, i miei amici, le mie passioni.

 

C’è, in questa nostra piccola e inedita impresa che nessuno – anche più grande di noi – ha mai finora tentato, anche questo: che persone mai viste prima fanno cose che non avevano mai fatto prima. Persone incontrate per la prima volta, l’anno scorso, durante il cammino da Milano a Napoli, adesso camminano ancora con noi e in qualche caso dirigono i vari bracci.
Senza di loro non starebbe succedendo la Stella. […]

Giacomo, ragazzo pieno di potenzialità e di passioni, che ci ha guidato da Genova insieme ai suoi genitori e ai suoi amici. […]

Tutta gente che sta facendo qualcosa mai fatta prima, che non se ne sta lì sulla riva costruendosi delle piccole autogiustificazioni intellettuali, sfottendo o tacciando di ingenuità chi ha saltato il fosso. Gente avara di sé, autoposizionata, come sono spesso gli scrittori e i letterati del nostro paese e di questa epoca, indipendentemente dalle loro collocazioni e dai cartellini del prezzo politici, culturali e morali che esibiscono, incapace di uscire dal piccolo cerchio che è stato loro assegnato e di entrare in una dimensione più grande, che usa la cultura per chiudere e rimpicciolire, non per spalancare e sfondare.
Io preferisco camminare con queste persone sconosciute fino a un momento prima. Abbiamo più cose da dirci, parlare con loro mi arricchisce, le stimo migliori.

FOTODIARIO, DA GENOVA AD AULLA

con le fotografie di Luca D’Alessandro e Maria Grazia Lacitignola

Immagini e parole come scorci del cammino. (clic per aprire grande ogni foto)

Dalla Commenda di Prè, antico ospitalizio fuori dalle porte della Superba Genova, partono gli oltre 40 camminanti.

I giovinotti alla partenza da Genova.

Attraverso il Porto Antico.

L'abbraccio del golfo.

Antonio Moresco, dalle parole di uno scrittore ai passi di un sognatore.

Dove partirono in mille per unire l'Italia, partiamo in 40 per tentare di ricucirne qualche pezzo. A partire da noi stessi.

I nomi dei Mille che da qui partirono.

Liberi di essere bambini, liberi di giocare, liberi di andare. Liberi di riprendere in mano noi stessi.

La passeggiata di Nervi.

In riga, all'entrata a Recco.

Mandria e salite, tra antichi borghi e il mare.

A cena insieme, dopo la prima tappa.

"Azzurri, come il cielo e come il mare..."

Sul monte di Portofino si muovono passi. Non sport, non turismo, non un partito. Solo il sottile filo di un paese che tenta di ricurcirsi per guardare oltre il crinale.

Come carezze di foglie e brezza, ti dipingono il mondo di colori e profumi.

Sul monte di Portofino i personaggi più strani ed arcigni si stagliano contro il cielo del vasto orizzonte. Sono vivi o sono morti?

La sporca dozzina. Entriamo in Portofino, sentendoci tra i più ricchi. Di senso, di passione, di libertà.

Sentinelle, ora silenti ora schiamazzanti, tra la ruvida pietra e il riflusso dell'onda.

Il mare è un brusio dolce nel primo mattino, la risacca il giusto ritmo per prendere il passo, specchiandosi fugaci.

La Via della Costa si fa scoprire tortuosa. In silenzio, studiamo il percorso scritto.

Sulla cima ti senti tutto, e nulla. Non ci sono barriere con te stesso. Non c'è spazio per astrazioni, non c'è chiacchiera o distrazione. Tu e la tua fatica. E la vittoria.

Gatti, signori della calma, esperti delle coccole, naturali padroni di casa. E imbonitori di camminanti.

Signore, non capisco questa confidenza. E' la mia mela, è la mia focaccia. Questo è tradimento!

In auto non li vedi. Le stazioni sono basse. Le autostrade sotto terra. Gli aerei oltre le nubi. I giardini e i silenzi di una nuova primavera sono qui, immoti, ad attendere la lentezza e la pazienza di un viandante.

Se il buongiorno si vede dal mattino...credevi in un sentiero, e invece era un giardino!

Non si resiste a piccole soste furtive per cogliere il fiore di questa primavera e dei suoi frutti arrossati dal sole.

Un colpo d'occhio immenso, fitto e perfetto. Ogni piccola pietra conta nulla. Insieme, aprono la via sfidando i secoli.

Ad ogni sosta, qualche appunto, un pensiero, riprendo fiato. E faccio amicizia.

In cima a Santa Giulia, sopra Lavagna. "Sono gocce di memoria", piccoli tesori che sfioriamo, intuiamo, proviamo a portare con noi, ad arricchire il senso di tutto ciò per cui camminiamo.

E per un attimo mi sento Alice precipitata nella tana del Bianconiglio. Cosa avrà mai da dirmi questo fiore dalla smorfia stregata?

Verso Sestri Levante. Svolte.

"...ristare, non guardare oltre, sognare."

Rovine di San Rocco, verso Sestri Levante. Il tempo ha preso queste goffaggini umane spalacandone finestre da cui si vede il mondo.

In arrivo a Sestri Levante. E' sentiero...ed è città. Dal monte al mare, dal ciottolato alla ferrovia, dal silenzio alle macchine, dalle piante ai palazzi. Liguria, terra scesa al mare...

Sguardi eloquenti.

Da Rivatrigoso saliamo verso il Monte Moneglia, suscitando la curiosità di nuovi camminatori.

Nella torre d'ombra, con indugio, scruto la luce del grande fuori, come piccola vedetta.

 

Vedetta. Unica traccia umana, oltre al sentiero, è una torrette in punta, alle pendici del monte Moneglia.

C'è voglia di raccontare. E' sufficiente una facile domanda per liberare il racconto, la trasmissione di una saggezza antica e di una memoria preziosa, che nessuno oggi sembra essere interessato a scoprire.

E' la natura stessa a giocare con noi, spesso accogliendoci con regali che non meritiamo.

Ma quello...è uno struzzo?!

Un breve torpore, nel silenzio del primo pomeriggio, tra i colli boscosi di Framura, dopo un pasto frugale. Un attimo di nulla, sospesi e accompagnati dai grilli. Poi, si riparte.

Nel borgo in salita di Framura, vecchi casolari conservano storie nella muta pietra erosa dal vento salmastro.

Molti i momenti bui del cammino. Si ha la sensazione di rischiare il tunnel senza fine, la perdita di motivazione, il cedere allo sfinimento, l'accumulare fastidio dei compagni. La strada passa anche da qui. E da qui, insieme, si raggiunge l'uscita dall'altra parte.

Un vecchio albergo abbandonato accoglie i camminanti a Levanto. Qualcuno scherza: "è il nostro destino, occupiamolo!" Non date un'idea simile a Moresco...

Levanto. Sono proprio nomi di alberghi, o le esatte parole chiave di Stella d'Italia?

La stella, regalo dei compagni di viaggio. La croce, segno così spesso incontrato per queste vie di Liguria, simbolo delle fatiche e delle sofferenze di questo mondo che è dovere di ciascuno ricordare, e mettersi a servizio per cambiare.

Beverino. Tracce di paura e impotenza, dove la stessa strada si sbriciola sotto i tuoi piedi.

Camminare è dimostrare a se stessi di sapere sempre scoprire il mondo con gli occhi di un bambino.

Immagina la piena.

Il duro asfalto prova le gambe. Ricuciamo distanze che nessuno percorre più coi piedi.

E ogni passo conferma quanto sia unico e prezioso questo cammino per l'Italia che non si vede mai.

 

STELLA D’ITALIA – PER LA STESSA RAGIONE DEL VIAGGIO, VIAGGIARE

di Roberto D’Alessandro, camminatore di Stella d’Italia 

 

Camminare, con una meta e senza una meta, ti fa assaporare il gusto mai troppo compreso di un certo nomadismo dell’anima, noi legati a doppio filo alle nostre certezze strutturali. Che ragione può farti muovere le gambe, una dopo l’altra, per migliaia di passi insieme a compagni di viaggio che ieri non conoscevi e oggi ti sembra di aver sempre conosciuto?

Riutilizzando la metafora del nomadismo direi con De Andrè “per la stessa ragione del viaggio, viaggiare”. Viaggiare con il corpo, viaggiare con la mente, viaggiare con lo spirito del viandante che lascia il certo per trovare l’incerto, è un atto rivoluzionario.

Cosa c’è di più insolito e fuori dagli schemi che attraversare a piedi paesi e città dove la vita corre e scorre con i ritmi incalzanti del dover andare, del dover arrivare più presto che puoi, del non dover perdere tempo?

Ma è proprio questo perdere del tempo e perdersi nel tempo la perla nascosta di questa avventura, la “Stella” che ti guida per “l’Italia” come una cometa che segui perché sai che ti porta verso qualcosa di prezioso. Il tesoro che cerchi non è all’arrivo, ma è dentro il cammino stesso.

E’ il tesoro che scopri attraversando la vita della gente, attraversando la storia fatta di incontri e scontri, di una bellezza incompresa del nostro territorio, di un fascino spesso tradito dalle nostre chiusure a doppia mandata di cancelli, portoni, inferiate, diffidenze, dipendenze.

Guardando oltre le chiusure e le paure si riesce a scorgere ancora quel filo che di generazione in generazione ci lega alla terra dei nostri padri, dei nostri nonni, una terra amata e protetta, curata e solidale pur nella incertezza più profonda. Un filo a volte impercettibile corroso dalle nostre tante ipocrisie.

Ricordo quando Sam all’inizio del cammino della Compagnia dell’Anello dice a Frodo: “Ci siamo! Se faccio ancora un passo non sarò mai stato così lontano da casa mia”. Quanto è vero che contiamo i passi che ci separano dalla nostra casa, legati da un cordone sì prezioso per il senso di appartenenza che ci trasmette, ma a volte traditore perché ci impedisce di lasciarci andare e di considerare ogni posto la nostra casa e ogni casa il nostro posto.

E’ un percorso quasi più mentale che fisico che ci aiuta a passare da un “io” a un “noi”, a sentirsi cittadini di ogni paese, araldi di un messaggio tanto antico quanto nuovo, un messaggio che ci chiede di svegliarci, riprendere in mano le nostre vite, le nostre terre, gli affetti, le relazioni vere, le radici più profonde.

E scoprire che in fondo possiamo essere davvero un paese di persone che sanno superare le distanze, anche attraverso i passi di un gruppo di matti. Come dice una canzone di Jovanotti:

Cos’è che ci fa essere così lontani
in cosa tutt’e due possiamo dirci umani
e se possiamo dirci umani che cosa ci divide
e cosa lega i nostri due destini indissolubilmente
che la distanza è tanta ma anche niente improvvisamente.

 

STELLA D’ITALIA – 7 – FONDOVALLE, PATATINE, MONTE “GROSSO” E TRENI

sabato 2 giugno 2012 | Braccio Nord Ovest |

BEVERINO – AULLA | 25 km – 7 camminanti

Una paesana di 83 anni porta l'erba per i suoi conigli.

 

[scritto al ritorno]

Neanche un metro di sentiero. Tutto asfalto, ora strade di paese, ora stradine sterrate, fino a passare sulle statali più trafficate. Da Bracelli, dove il nostro comodo e grazioso (e caro!) Bad and Breakfast ci ha svegliati sotto un cielo cupo e uggioso, siamo scesi in ben 7 camminanti fin quasi a Beverino, sul torrente Vara protagonista di una delle peggiori piene che nell’alluvione dello scorso ottobre ha causato anche dei morti.

Ci accoglie infatti un capannone sventrato su un’ansa del fiume, ancora soffocato da ammassi morti, alti metri, di legname e detriti trascinati dalla corrente.

Sembra che nonostante tutto la pioggia condivida le motivazioni del nostro cammino: ci ha ripetutamente minacciati nei giorni scorsi, oggi più che mai incombe dal nero delle nubi, ma non si aprono le dighe dei cieli.

A camminare con noi c’è Daniele, un ragazzo di vicino Roma, che fa l’insegnante di scuola media ma è dottore in biologia. Maria Grazia, al settimo giorno di cammino come me, educatrice e animatrice di Torino, lo ha convinto al telefono i giorni scorsi: da Roma a Beverino per una sola tappa. Sono i miracoli che fa la Stella, stimolandoci la libertà e il coraggio di ricucire a partire dalle nostre relazioni. Non si ricuce infatti necessariamente qualcosa che si è lacerato o strappato, proprio qui sta la profezia di questo folle cammino: si getta il cuore sulla strada con la volontà di intessere unioni nuove, di avvicinare spiriti e corpi ancora un passo oltre la già presente amicizia, compagnia, frequentazione.

Tentiamo di portare un filo che possa cucire anche cose le quali non si immaginava: erano già così da prima, non c’era stata alcuna rottura, perché c’era equidistanza, non si toccavano, non si disturbavano, convivevano lasciandoci in pace, a ciascuno la sua pena. Che senso ha unirle?

E’ una domanda difficile. In fondo chi è venuto qui a camminare sa perché è venuto, perché ha aderito, ma prima di partire non sapeva esattamente cosa andava a fare, come sarebbe stato. Pur con tutte le informazioni del mondo, si è partiti sulla fiducia, su un’idea, sul gusto condiviso di un possibile orizzonte, abbozzato da qualcuno.

E’ una domanda che rimane, nonostante tutto.

Un po’ come la tappa di oggi: a prima vista la potremmo definire una “brutta” tappa, a livello paesaggistico. Tanto asfalto, un po’ di traffico, clima piovoso, luoghi in parte alluvionati in parte senza nulla di che. Una campagna inselvatichita o mezza cementificata come tante.

Eppure sono proprio queste strade che nessuno percorre a piedi. Sono questi paeselli anonimi che nessuno collega più con i passi, con il tempo di sporgersi da un ponte, di ascoltare gli uccelli in una macchia, di accompagnare lentamente il fiume, di sentir la ghiaia gracchiare sotto le scarpe.

Poco dopo l’ora di pranzo, io e mio fratello lasciamo la compagnia andare avanti e ci fermiamo per prendere al volo una vaschetta di patatine da mangiucchiare lungo la strada. Entriamo in quello che sembra la brutta copia di un bar americano di fuori città. Aria scura, densa di fumo e sapori, un grasso ometto brizzolato e sudato dietro al banco, musica di sottofondo e qualche commensale abitudinario. Dal cucinino proviene lo sferragliare nervoso di una cuoca di mezz’età unta e indaffarata.

Non sappiamo tutt’oggi quale sia stato il loro ragionamento. Fatto sta che alla nostra richiesta di “una porzione di patatine grande, da 2,50” (come da cartello piccola – media – grande) una cameriera compare dopo venti minuti buoni con un cartone da pizza stracolmo di patatine calde. L’ometto batte veloce sulla cassa: 6 euro.

Se qualche automobilista – sfrecciando sovrappensiero alle due di un pomeriggio dal cielo incerto di un giorno come tanti – ha l’impressione di aver intravvisto un paio di “giovinotti” sfatti, camminare a lato strada con un cartone in mano pescandone avidamente manciate di patatine e faticando a tenere l’equilibrio quanto la retta direzione, lo rassicuriamo: non aveva mangiato pesante. Noi invece sì.

 

La seconda parte della giornata è trascorsa sul Monte Grosso, che abbiamo dovuto scavalcare per scendere su Aulla. Paesino dopo paesino, tra gatti, giardini fioriti e qualche anziana signora al lavoro, abbiamo macinato parecchi chilometri per fortuna senza più traffico a infastidirci. Anche qui gli incontri non sono mancati: quelle due parole preziose e indimenticabili che dal cammino è più facile sciogliere, con chi capita a tiro. Il passante, la signora in giardino, il cacciatore in jeep, qualche curioso paesano. Persone che oggi non capita più di incrociare, non dalle veloci macchine, non sulle autostrade, non nelle affollate città e nei loro centri. Parole che i ritmi moderni ci hanno scoraggiato dal cercare, relegandole a un vecchio modo di vivere non più necessario, non più interessante, non più. Perché, signori, noi abbiamo il benessere, la tecnologia, la libertà e l’indipendenza di starsene ognuno per sé…

Ma è qui tra queste stradine, col fiato corto e la meta lontana, che lo stupore ci prende, nel guardar scorrere la vita di cui ci eravamo dimenticati.

E’ la signora di 83 anni che sale le scalette del suo giardino carica di un mucchio d’erba per i conigli.

E’ l’anziano del paese sul fuoristrada nel bosco che ti racconta quanta strada a piedi, da giovane alpino, per quei sentieri.

E’ la chiacchierata spensierata con chi ti cammina accanto e ti dà la tranquillità di riprendere le fila e il senso della tua vita di tutti i giorni.

E’ anche quell’amico che senti al cellulare e resta stupito, un pizzico invidioso, di sentire che sei “a camminare”, fuori da tutto e dentro la pienezza che si dispiega attorno a te.

 

Aulla è teatro di accoglienze, treni, saluti. Chi viene e chi va. Il parroco e le sue volontarie che ci accolgono da “pellegrini”: siamo finalmente sulla Via Francigena, dove l’accoglienza a chi cammina è a misura, semplice e calorosa, generosa e rincuorante. Qui passiamo ancora insieme, e con Giovanni e Roberta appena arrivati, l’ultima serata di questo braccio ligure che si conclude. Di questo tratto che ho avuto la responsabilità e l’onore di guidare, da Genova ad Aulla, un inesperto ventunenne affiancato da ben più grandi e titolati compagni di viaggio, doni che non dimenticherò e che ho nitidi nel cuore.

Qui, ancora una volta, passa il testimone di questo piccolo grande sogno, ed altri continueranno un cammino che non mi è dato – e forse è giusto volere che sia così – fare tutto, perché qualcosa di così grosso e ambizioso va affidato a molti, ciascuno un pezzetto, ciascuno ciò che può dare.

Sento di aver camminato per me e per i tanti amici che hanno fatto con me solo la prima tappa, per i molti che neanche quella. Sento di aver imparato ancora di più a stupirmi delle piccole e grandi cose che la lentezza del cammino permette di gustare. Con piacere, spesso. Con fatica, altrettanto spesso.

Ho sentito vicina la mia famiglia in questi passi, così come ho sentito famiglia i miei vicini, nuovi e sconosciuti, di altre età, di altre città.

Ho di nuovo constatato che c’è un momento, per ogni viaggio, in cui le parole si fermano, e non si può condividere fino in fondo se non si cammina insieme. Tanti sono i modi per fare questo. Ma c’è bisogno della volontà di fidarsi, e partire. Spero di dividere questo desiderio con molti, con ciascuno, per preparare i cuori alla prossima occasione di mettere i piedi nella stessa direzione, e andare.

Dal poco che ho visto, non credo sia difficile.

Siamo noi, il nostro mondo “adulto, civile e benestante”, a farci credere che sia difficile, o inutile, o incompatibile. Uscire da queste piccole catene culturali a volte è semplice, è un passo, poi un altro.

Stella d’Italia mi ha regalato questa sensazione, viva, potente.

Che in fondo, camminare è dimostrare a se stessi di sapere sempre scoprire il mondo con gli occhi di un bambino.

 

[foto di Luca D’Alessandro]

STELLA D’ITALIA – 6 – DOVE E’ PASSATA L’ALLUVIONE. DOVE REGNA IL SILENZIO

Stella d’Italia – Braccio Nord Ovest

LEVANTO – BEVERINO | 1 giugno 2012

20 km – 3 camminanti

L'alluvione ha sommerso di fango la sua casa, le sue macchine, l'orto. Da solo si ricostruisce il muro di contenimento che potrebbe salvargli la vita la prossima volta.

 

[a pranzo]

Siamo ormai nelle zone alluvionate. Stiamo consumando un pranzo frugale a Pignone, in un piccolo bar. La strada che da in cima a Soviore si tuffa su quest’altro versante, tra i paesini che poi scendono verso La Spezia, è un’entrata graduale in ciò che è stata da queste parti l’alluvione.

Parlare con la gente è la cosa più importante, incontrare il loro sguardo, sentire come raccontano, vedere i lavori che fanno. E’ il senso ancora più profondo di questa Stella d’Italia. Sapendo poi che in questi giorni altri camminanti, sul braccio Nord Est, stanno passando per le zone terremotate…

Dev’essere proprio difficile capire, sentire cosa si prova a trovarsi l’acqua e il fango addosso, in casa, in macchina, sull’orto, sulla strada. Magari in un paesino come questo che già lotta per la sopravvivenza e per un morale che non è più alto da tanti anni, e che vive solo del suo territorio, antico e delicato, fiorente e prezioso.

Cosa deve volere dire l’impotenza e l’imprevedibilità di fronte a qualcosa che ti spazza via tutto.

 

[a sera]

Rimasti in tre, incassata la tristezza della separazione con alcuni compagni di viaggio divenuti in pochi giorni fedeli e cari, siamo saliti da Levanto, faticando parecchio a trovare indicazioni utili, verso il santuario di Soviore, dritto in linea d’aria sopra Monterosso. Prima del sentiero abbiamo percorso la statale in mezzo a casupole e pezzi di paese dove qui e là figure umane iniziavano la loro giornata. Poi la salita, tra pinete di pietre chiare e sentieri scavati dall’acqua. E ancora tornanti su asfalto, fino al santuario dove abbiamo sostato, mangiato un po’ di frutta (Silvia, mamma di professione e “carro armato” del camminare, è la nostra sbucciatrice ufficiale e fornitrice continua di frutta – kiwi, banane, mele…focaccia e brioches!), e indossato qualche maglia più pesante: gran parte della giornata è stata umida e ventosa, minacciando pioggia.

Tutto il cammino successivo è stato su strada, perché non siamo riusciti a trovare i segnali del sentiero indicato dal nostro itinerario. Poi, di fronte ai disastri naturali dell’alluvione, ci siamo detti che probabilmente molto sentiero era del tutto impraticabile, è stato più saggio tenere la lunga strada in discesa fino a Pignone.

Non avere un percorso chiaro e neanche la certezza dei segnavia, col rischio di star continuamente procedendo dalla parte sbagliato, è già di per sé rammollente. Il clima bigio e il luogo segnato dal disastro e dalla fatica hanno aggiunto la loro parte, per una giornata non difficile a livello fisico, ma un po’ molla, affaticata. E’ il sesto giorno di cammino consecutivo, stiamo infine per lasciare del tutto la Liguria, ma in generale stiamo per lasciare tutti il testimone, ad altri che rimpolperanno il gruppo e lo spingeranno verso Lucca, poi verso Siena giù in Toscana. E’ forse naturale un po’ di stanchezza.

Ma già stasera per domani tutto si rinnova: arriva un amico di Maria Grazia da Roma, arrivano i miei genitori e mio fratello da Genova, per un’altra tappa insieme. Arriva domani Giovanni, editore del Primo Amore, che ho conosciuto l’anno scorso durante Cammina Cammina, e che non vedo l’ora di scorgere in lontananza sul sentiero per correre ad abbracciarlo. Ancora una volta.

[foto di Maria Grazia Lacitignola]

La piena ha spazzato via il ponte romano simbolo del paese di Pignone.

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STELLA D’ITALIA – 5 – CAMMINANDO HO SCOPERTO

Stella d’Italia – Braccio Nord Ovest

MONEGLIA – LEVANTO | 31 maggio 2012

30 km – 5 camminanti

Soste e fusa, in silenziosa compagnia.

Quante cose racconta il cammino. Che si parli o ci si isoli un po’ più avanti per stare in silenzio, esce fuori a pezzi leggeri e imprevedibili un po’ la propria vita di questo momento. A sprazzi sopraggiungono nella testa i pensieri delle cose che si fanno, di questo o quel progetto, di questa o quella persona.

Si ha tempo e calma, libertà e tranquillità mentale di riprendere le fila di tutto, di soffermarsi a guardare le situazioni, le scene, i volti, riascoltare le parole dette  e i segnali ricevuti nelle relazioni.

 

Camminare in libertà anche solo qualche ora fa sentire più autenticamente immersi nella propria vita: fa distinguere le cose che contano, i pensieri cattivi, le indecisioni che angosciano, porta ad affacciarsi all’orizzonte i progetti e i desideri. E’ dimostrare a se stessi libertà e fiducia nella vita, ci si sente di potere a suo tempo fare tutto, tutto ciò che si vuole. E spinge a volere cose significative.

 

Ripenso alle ore prima di partire. Leggevo gli anonimi e sconosciuti nomi degli iscritti, dicendo: dovrò passare giorni interi, da mattino a sera, con queste persone mai viste prima. E so che non lo farei mai, di mio. Mi dà fastidio, mi dà diffidenza questa prospettiva; ma so anche, per le esperienze già fatte, che il viaggio ci farà affezionare, diventare amiconi, scoprire frutti impensati, tanto da non volersi perdere più di vista.

 

Ed è bello, incredibile come sia così anche questa volta. Ci sentiamo già amici di sempre, inseparabili, ci conosciamo magari pochissimo in quanto a “vita di prima”, ma tantissimo rispetto al viaggiare insieme, ai dettagli di questa quotidianità.

 

E con uno sguardo di fiducia e benedizione, tutta questa è comunità, incontro, viaggio, è bellezza senza fine per ogni passo. Tutta la molta fatica non riesce mai a sovrastare di peso e rilevanza il resto, il cammino, lo stare assieme in sé, qui e ora. Il cammino fa gustare l’“ora” ricordandoti sempre da dove vieni e ponendoti sempre la sfida di dove vai. E’ il mondo della vita. E’ la vita del mondo.

[foto di Maria Grazia Lacitignola]

Rocche di Sant'Anna, sopra Sestri Levante.

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STELLA D’ITALIA – 4 – CAPRA E CAVOLI, CHE FATICA!

Stella d’Italia – Braccio Nord Ovest

CHIAVARI – MONEGLIA | 30 maggio 2012

25 km – 5 camminanti

Iniziare la giornata imboccando un sentiero senza sbocco. Perchè era il campo di un contadino.

A iniziare la giornata per me sveglia ore 6’50. Colazione solitaria e poi Messa con alcune professoresse delle scuole qui del Villaggio del Ragazzo, fuori il chiasso crescente degli alunni ammassati all’entrata. Poi accompagno gli altri a fare colazione mentre il viavai nel villaggio aumenta. Inizia una nuova giornata.

Alle 8’30 riusciamo a partire: la quarta tappa di Stella d’Italia si preannuncia lunga fino a Moneglia. Ce ne dà un assaggio la ripida salita da Lavagna a Santa Giulia. C’è da dire che da Santa Margherita in poi la Liguria si alza sul mare con continui promontori, e la Via della Costa, per evitare l’Aurelia, ci porta in saliscendi continuo a chiesette sul crinale e giù al paese successivo.

Non ho ben chiaro il percorso di oggi, da Sestri Levante in poi, ma ci affidiamo. Qualcosa si trova. I miei compagni di viaggio sono forti e motivati, chiacchierano, sudano e non si lamentano. Si ha la certezza di decidere insieme e di andare lontano, in ogni caso.

La loro sosta golosa e infinita al primo mercato ortofrutticolo in cui ci imbattiamo incrina da subito questa mia coriacea convinzione.

 

[scritto il giorno successivo]

Ieri è stata per me la tappa più lunga e più difficile. Da Chiavari a Moneglia, per evitare l’Aurelia, una serie di monti uno dopo l’altro, con ripide salite. Al mattino la dritta Santa Giulia ancora fresca della foschia mattutina, la vista su tutto il golfo e la piacevole discesa a Cavi, poi altri sentieri fino a Sestri Levante, grande golfo con la penisola e la Baia del Silenzio, dove ci siamo fermati chi a fare il bagno e chi sotto le fronde, a mangiare.  A tratti recuperiamo anche qualche notizia sul mondo politico, ligure e nazionale.

 

La parte di percorso da Sestri a Moneglia mi mancava e sono riuscito a recuperarla al telefono grazie agli amici Giovanna e Fabio. Per fortuna ho preferito l’Aurelia a Punta Manara, un intero monte che sarebbe stato lunghissimo scavalcare, col rischio di perdersi, per guadagnare il paese di Rivatrigoso e il suo mega cantiere navale Fincantieri.

A questo punto però il passaggio a Moneglia si prospettava una dura salita per aggirare il Monte Moneglia e Punta Baffe, e Walter e Silvana, ieri non proprio al massimo della forma, hanno preferito non sforzare e andare in treno per aspettarci all’arrivo.

Così in tre ci siamo avviati per quello che si è rivelato un tratto lunghissimo, tutto esposto al sole del pomeriggio, sul mare ma senza vento, in macchia mediterranea con rovi, pietre bollenti, terra riarsa e ragnatele. Salita, lunga salita e indefiniti tratti di saliscendi in costa con spine e arbusti a graffiare caviglie e braccia già arrossate dal solleone.

Passaggi e paesaggi bellissimi, selvaggi, con viste mostruose, animali (bisce, sparvieri, capre..), piante fiori e profumi, la torre saracena…

E poi han cominciato a farsi le 19, e noi ancora nel bosco in una discesa infinita culminante con ripido asfalto. Siamo arrivati al nostro alberghetto di Moneglia alle 8 meno dieci. Una fatica piena, una prova dura, una soddisfazione incontenibile.

Dopo la bella cena insieme e chiacchierando col padrone di casa, un po’ di Crozza per ridere in tv. Perchè, ragassi, siam mica qui a tagliare i bordi ai toast.

[foto di Maria Grazia Lacitignola]

Vie antiche e dimenticate, arte dei semplici, tesoro degli umili.

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STELLA D’ITALIA – 3 – TRA ULIVETI E CREUZE DE MA, LA LIBERTA’

Stella d’Italia – Braccio Nord Ovest

SANTA MARGHERITA – CHIAVARI | 29 maggio 2012

25 km – 6 camminanti

Scorci di Liguria dalla Via della Costa

 

La tappa di oggi è stata decisamente bella e direi facile. Caro Tiziano, con l’esperienza del Cammina Cammina mi hai ripetuto più volte che il terzo giorno è quello critico sotto molti aspetti. Per noi è stato invece quello forse più rilassante. Rimasti in pochi, senza timore di perdersi continuamente, senza doversi aspettare a lungo, con la possibilità di conoscersi meglio chiacchierando. Sarà che il chilometraggio non era molto, i luoghi sempre bellissimi per paesaggio, sole e mare, freschezza di alte fronde e uliveti circondati di fiori brillanti… Il nostro terzo giorno è stato davvero piacevole. Non ci ha risparmiato la pericolosa strada (sull’Aurelia) né la dritta salita (per ogni creuza de ma che ben conferma la canzone di De Andrè), ma i tempi di relax tra la lunga sosta (con bagno) a Zoagli e poi a Chiavari, nei giardini dietro la stazione, hanno reso quasi minima la fatica complessiva. Per quanto i nostri 20-25 km anche oggi li abbiamo macinati.

 

La Via della Costa, col suo itinerario poco segnato ma ben spiegato dalla guida scritta, fa i salti mortali per percorrere l’Aurelia il meno possibile. E ci riesce, letteralmente. Con sinuosi su e giù a scavallare i crinali, quasi sempre presidiati da chiesette e santuari, tra mattonate, scalinate, sentieri e tornanti tra case ed ulivi, la Via aggira un costone dopo l’altro, riscendendo al paese successivo, alla sua piazzetta, alla sua spiaggia.

 

Ci sono davvero centinaia di scorci, posti e pezzetti che senza camminare non sarebbero visibili. Ci siamo convinti per decenni che a contare è la velocità, il potersi disinteressare di quello che apparentemente è ostacolo, perdita di tempo rispetto alle “nostre cose”, e siamo al punto di non avere idea di cosa ci stiamo perdendo, di cosa rimane trascurato.

 

Vorrei dirlo ai tanti amici che sanno di Stella d’Italia, ai tanti altri che non hanno saputo: fidatevi, fate una tappa. Restituitevi la libertà di fare dei passi, semplici e primordiali, su strade e sentieri, in compagnia, nel silenzio o nelle parole, nel vento e nel sole, e respirate ciò che incontrate. Non ho la pretesa di indovinare o consegnare preconfezionato ciò che vivrete, sentirete, ricorderete. Ma vi giuro che qualcosa succede. Il cammino ha sempre ancora molto da dare, e non si può sapere cosa, né come, né quando. Ma occorre lasciarsi inserire in questa lenta fiumana di vita, apparentemente spoglia e inutile, vecchia e polverosa, e aprirsi a questa rivoluzione. A ciascuno verranno i suoi frutti, a modo proprio, e le impressioni e i pensieri del momento. Una ricchezza certa di imprevedibili emozioni, azioni, reazioni, l’inizio di una relazione con l’invisibile del mondo, l’ignorato della realtà. Il prorompente della libertà.

[foto di Maria Grazia Lacitignola]

Specchi del mattino, verso Rapallo

 

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STELLA D’ITALIA – 2 – LA SPORCA DOZZINA E CAMPIONI DEL MONTE

Stella d’Italia – Braccio Nord Ovest

RECCO – SANTA MARGHERITA | 28 maggio 2012

25 km – 12 camminanti

I camminanti all'arrivo a Portofino

 

[scritto il giorno successivo]

La seconda tappa è stata bella, piena e spettacolare.

In dodici, la sporca dozzina che eravamo rimasti, siamo tornati con un po’ di ritardo a Recco (in treno, dopo la notte ancora al Convento di Oregina a Genova) e abbiamo ripreso da dove avevamo lasciato. Con un po’ di fatica a non disperderci tra caffè, focacce, mercato e bisogni vari, abbiamo raggiunto la bella Camogli per poi attaccare la scalinata fino al gioiello di San Rocco, e da lì ancora fino ai sentieri del Monte di Portofino.

Boschi, rocce, scogliere, salite e discese fra grandi tronchi, in conche scure per poi sbucare su viste mozzafiato. Forse è stato il giorno più complesso in cui “ingranare” per me. Le motivazioni, lo spirito, la gestione di tutte le cose, allacciare meglio la conoscenza e i rapporti con tutti, capire chi prosegue i giorni a venire.

Uno stupore continuo la varietà dei paesaggi e del lungo giro di uno dei monti più famosi al mondo, mentre ben più perplessi ci ha lasciato il ricco turismo del paesino di Portofino, costellato di gioiellerie, negozi di lussuosi vestiti e ben due banche nell’unica viuzza centrale.

Incredibile come la bellezza semplice e millenaria della natura, delle casette in pietra e mattoni, delle barchette approdate nella baia, degli uliveti e delle stradine giù per i terrazzamenti, in bocca al mare, siano diventati merce di lusso per pochi, strappati con denaro alla condivisione comune e cintati e blindati in grandi ville e imponenti residence privati.

Come un paesino gioiello alla vista sia finto e sterile di vita, ma solo passaggio di desideri del consumo, di denaro e d’altre banalità. Manca l’uomo, manca l’umanità, manca la vita vera.

 

Ora sono qui in spiaggia a Zoagli, con le nostre tre donne di Stella d’Italia schiamazzanti e felici come bambine, in mare, Walter al sole dopo aver fatto le vasche e il colosso Luca svaccato dormiente dopo aver strappato il primo roboante tuffo all’arrivo.

Rammento ancora le belle cose di ieri, i racconti di Antonio sulla sua vicenda di scrittore tutta da scoprire, sulle favole scritte per sua figlia e le prossime per sua nipote, sul suo prossimo libro in stesura e la continua difficoltà, in questi anni, ad essere considerato per le sue opere invece che per la mancata adesione ai giri degli “amici”.

Tra un passo e l’altro ha modo di passare la storia di ognuno di noi, in sprazzi di racconti che si mischiano alla litania della risacca, sotto la strada, mentre una nube si affaccia oltre il crinale e qualche vela puntella, timida, l’orizzonte.

[foto di Maria Grazia Lacitignola]

Giacomo e Antonio risalgono i boschi del monte di Portofino.

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STELLA D’ITALIA – 1 – QUESTO CAMMINO E’ RESPIRARE VITA NUOVA

Stella d’Italia – Braccio Nord Ovest
GENOVA – RECCO | domenica 27 maggio 2012
25 km – 40 camminanti

I camminanti a Quarto dei Mille: da unire il Paese a sognare di ricucirlo.

 

In più di 40 abbiamo dato il via questa mattina alla prima tappa del braccio Nord Ovest di Stella d’Italia. Ieri pomeriggio 20 camminanti provenienti da Milano, Torino, Bergamo e altre città per partecipare alla partenza sono sbarcati alla stazione di Genova per esser portati nel pieno del centro storico più grande d’Europa, tra i vecchi caruggi di odori e palazzi antichi, inquieti vagabondi e fiumane di persone.

Alla Festa della Maddalena, organizzata da ragazzi Scout, Libera e associazioni di quartiere, i camminanti hanno potuto cenare gratis coi prodotti di Libera Terra, ascoltare musica, sentire storie di quartiere e passeggiare a stretto contatto con la Genova multietnica e speziata, attiva e giovane che si riappropria del suo presente per farne una musica intrisa di passione.

All’imbrunire, una lunga salita a serpentina in autobus ci ha portati al convento del Movimento Ragazzi di Oregina, in collina dritti sul mare, ad ammirare la Genova notturna dei poeti e dei cantautori, costellata di luci in bocca al mare scuro.

Questa mattina alle 8’30 ci siamo radunati in piazza della Commenda di Prè, un tempo ospitalizio dei pellegrini e dei navigatori, che rimaneva fuori da una delle più antiche cinte di mura, e aveva innanzi una spiaggia di morbida sabbia dove oggi sono moli e pietre chiare.

E così, Stella d’Italia è partita anche da qui.

25 chilometri di marciapiedi ora molto larghi ora molto stretti ci hanno visti chiacchierare, conoscerci, restare in silenzio, guardare e respirare con passione, con tanto umorismo, alto morale e serenità palpabile. Celebrare coi piedi l’unione fisica di posti in cui non si è mai passati tutto d’un tratto, di luoghi al nostro ricordo spezzettati, come posti a sé stenti e invece ora uniti da un unico passaggio, è qualcosa che si può solo provare. Raccontarlo, può stimolare a provare. Non sostituire.

Basta qualche passo di questo cammino cui si arriva per curiosità, passione civile o politica, amicizia o fiducia, qualche misero passo nella stessa direzione, per sentire in ogni parte del proprio corpo qualcosa di nuovo, di sempre frizzante, di mai prevedibile e poco spiegabile. C’è dentro il ritorno all’armonia con l’ambiente, il vedere posti nuovi, il conoscere, l’incontrare, c’è il tempo di scambiare pensieri coi propri amici, o di gettare ponti con persone mai viste prima, c’è il clima di fare le cose assieme, ma anche di condividere le proprie personali idee, le diversità, le preferenze. C’è lo scambio generazionale, l’impegno fisico, civile, politico, la passione profonda, la semplice curiosità. C’è dimostrare a se stessi che si è capaci a fare qualcosa di nuovo, a osare, a mettere fuoco vivo in una direzione mai esplorata. C’è decidere le proprie priorità, nel dire: faccio una tappa. Ci provo. Sperimento.

Troppe volte ci sentiamo responsabilizzati dai nostri vincoli, impegni, legami al punto di scoraggiare noi stessi a non considerare nemmeno l’idea del cammino. Partire, nella testa e poi di fatto, è ciò che dà più fatica. Chi può, chi potrebbe, chi ha sempre pensato di non potere, provi a valutare, per un solo istante, di farlo. Di fare una cosa nuova. Dare un pezzetto di se a qualcosa che gli ispira fiducia.

“Ma come avete fatto?!” ci ha chiesto sconvolta ed entusiasta un’anziana signora a Recco, al nostro arrivo.

“Un passo dopo l’altro, signora” hanno detto due o tre di noi a tempo.

Un passo dopo l’altro.

Lo scrittore Antonio Moresco che ha ideato Stella d'Italia

 

 

 

[foto di Luca D’Alessandro] 

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