Crea sito

Canto del Ramingo

Cammino e spiritualità sui sentieri di Giandil

Category: Fotografie

Un disegno hobbit

C’è una pace avventurosa nel ripercorrere i propri piccoli, silenziosi passi, dove un tempo molto si è osato, e oggi molto si porta a casa. Si sarà sentito così il nostro Bilbo di ritorno dal grande viaggio alla Montagna Solitaria, ritrovando i vecchi troll pietrificati?
Grazie a Zen Zero per l’omaggio artistico e le belle parole che ha dedicato ad Andata e Ritorno.

Visioni

“Formare cittadini liberi e consapevoli”
e ripartire dalle periferie dell’esistenza
costituendosi in piccole comunità di famiglie
anti-sistema, anti-povertà, pro-creatività.
#felicitàcondivisa #cambiamonoi #incammino

Scorci dal Cammino dei Briganti/1

logobriganti

Itinerario ad anello di 8 giorni, tra Sante Marie e il Monte Velino

Diario di viaggio (social) | 14-21 agosto 2016


Prima del Cammino.

Tra poche settimane ci aspetta un nuovo cammino, riscoperto da poco, sull’appennino d’Abruzzo. Un nuovo pretesto per fare vita semplice in natura, per vivere a un ritmo piú umano, per godersi le bellezze italiche, per aprirsi a convivenza coi compagni e ad incontri imprevisti. Per ascoltarsi a fondo.
La via prosegue senza fine, lungi dall’uscio dal quale parte,

ora la via é fuggita avanti, devo inseguirla contro ogni sorte…


Cammino dei Briganti, Abruzzo, giorno 2.

giorno2


Cammino dei Briganti, Abruzzo, giorno 2.
Mai visto tanta ospitalità da parte dei paesani lungo un cammino… Un’umanità che si riscopre in un altro modo di stare al mondo. Per chi cammina e per chi accoglie.
Ritorniamo al futuro.

giorno2b


Cammino dei Briganti, giorno 3.
Una signora del paese viene verso la tua tenda alle 7.30 del mattino: “Tieni, vi ho fatto il caffè”.
Un signore ti raggiunge che hai giá lo zaino in spalla: “Io sono uno dei Briganti!” e racconta le storie di suo nonno, uno dei piú famosi capi banda della zona durante l’unità d’Italia.
Un altro modo di abitare e camminare.
Ritorniamo al futuro.

giorno3

giorno3b


Cammino dei Briganti, giorno 5.
Tra pastori transumanti, faggete, storie e incontri. Tanta condivisione imprevista con chi si conosce sui sentieri…un popolo camminante per un nuovo modo di vivere.

giorno5


Cammino dei Briganti, Abruzzo, giorno 6.
A spasso con Toffì, alle pendici del Velino.

giorno6


Cammino dei Briganti, giorno 6.
Scopriamo un gioiello della spiritualità benedettina, Santa Maria in Valle Porclaneta. E la signora Costanza, 87 anni, angelo custode di questo luogo dal 1948. Con lei conosciamo l’arte e la storia, sostiamo, preghiamo, scherziamo. Una di quelle rare persone che sono il nome che portano, e che senza titoli, accademie o latinorum. in poche umili parole insegnano il senso della vita, la passione, l’allegria.

giorno6b


Alla fine del Cammino.

Cammino dei Briganti, 7 giorni, 100 km, decine di incontri e di ospitalitá, tanti borghi medievali, boschi valli monti e fonti, pastori, asini, indigeni, villeggianti, tende sotto le stelle, letture sotto la luna, 17 kg di zaini, passi e sorpassi, soste ad ammirare la vita, in un mondo antico che é nuovo e puó cambiarci in meglio.

giorno8

Foto da smartphone Giacomo D’Alessandro.

Info su https://camminobriganti.wordpress.com/

Diario Nomade, un blog per raccontare l’Etiopia

Insieme ad Alessia Traverso stiamo raccontando il viaggio in Etiopia su un blog nuovo di zecca che abbiamo chiamato “Diario nomade. Racconti e scorci di mondi altri“. Vi trovate gallery fotografiche, racconti, guide di viaggio e video – in diretta e in differita –  da un viaggio speciale nel cuore dell’Africa.

Vai al blog Diario Nomade

La Liguria sotto i piedi – Camminate

Un album raccoglie scorci delle mie camminate sopra e sotto i monti liguri, in una terra tutta da scoprire, tra bellezze selvagge e cementificazione scriteriata. Guarda l’album completo sul mio profilo

 

Alcuni itinerari davvero meritevoli:

  • Alta Via dei Monti Liguri (tratto monte Galero e monte Carmo, sopra Albenga)
  • Parco del Beigua (Monti Rama, Reixa, Argentea)
  • Monte Antola
  • Parco delle Mura di Genova (Forti Tenaglie, Begato, Diamante, Ratti)
  • Parco Nazionale delle Cinque Terre (tratto Levanto Soviore Vernazza)
  • Via della Costa (tratto Chiavari Sestri Levante Rivatrigoso Moneglia)

Verso le altezze in Val Codera – Route di Banchi

3-8 agosto 2015 | Stefano, Luca, Giacomo, Guglielmo, Alessia

Val Codera cascate

In cinque abbiamo inaugurato questa prima Route di Banchi, scegliendo d’inoltrarci in Val Codera, la valle delle aquile randage, incuneata tra alte catene montuose in cima al Lago di Como, e che porta ai valichi verso la Svizzera. Tappa iniziale a Colico, ospiti dell’amico e maestro di teatro-terapia Walter, che ci ha mostrato le bellezze del Monastero di Piona e introdotto alla meditazione notturna. E poi via, da Novate Mezzola su per il sentiero roccioso a gradoni che s’inerpica in Val Codera, una valle senza strade, ma costellata di alcuni piccoli e antichi paesi in pietra. Superati i paesi, iniziano le ripide salite oltre la foresta di abeti, ad attaccare i difficili passi innevati del Pizzo Ligoncio a 3000 metri d’altitudine.

val codera map

Dal diario di Alessia Traverso:

Accoccolata su una roccia accanto al fiume che ci ha concesso la vita qui, nell’aspra bellezza dei monti. E’ nell’essenzialità che ogni piccola cosa assume un ruolo prezioso. Ed è qui che ti accorgi di quanto poco serva all’uomo per essere felice e della grande bellezza della semplicità. L’allegra compagnia degli amici in viaggio, una fetta di pane e marmellata in più, concessa alla fine di una giornata di duro cammino e qualche canzone prima della buona notte.

Si assapora con piacere la freschezza dell’acqua di fonte il cui suono frusciante mi accompagna mentre a fatica metto insieme pezzi di pensieri, di questi giorni e dei mesi passati. Quanta confusione, come un cupo rumore di ingranaggi in catena di montaggio che stride con la meraviglia, con la pace di questo luogo che accoglie i viandanti esausti, mettendoli alla prova con un ultimo tratto di difficile accesso, ma che fa dire all’arrivo “ Ne valeva la pena”.

Intorno a me vette frastagliate e rocciose dialogano con la pigra luna, che sembra non volersi allontanare dal calore del sole, godendo anche lei della meraviglia di questo paesaggio. Il fiume scorre rapido e leggero, facendosi strada tra le rocce e il prato. Folti ciuffi d’erba incorniciano i bassi cespugli ricchi di mirtilli. Pochi alberi coraggiosi. Unico elemento naturale: il rosso bivacco sembra, dal basso un grosso rubino incastonato nell’enorme roccia che lo sovrasta, proteggendolo dal sole e dalle valanghe. Avvicinandosi due giorni fa ho quasi pensato che stonasse nel quadro. Ma ieri, nella fatica del percorso non tracciato, è diventato miraggio prima e obiettivo finale e gioia all’arrivo. Fa impressione la roccia che svetta solitaria. Sembra calata dal cielo, guardiano immobile e silenzioso della valle e dei monti. Valle delle aquile randagie, la chiamano. Qualche falco si staglia nero nel cielo terso del mattino, raro. Forti i fischi delle marmotte, sentinelle al nostro passaggio.

[…]

La sera, ascoltando la musica e le voci degli altri, cullata osservo il cielo, rapita dall’immensità. Stelle lontane, pianeti e satelliti. Alcune stelle cadono, dandoci la possibilità di un sogno, o almeno così ci dicevano da bambini. Mi chiedo se i nonni e i genitori oggi raccontino ai piccoli delle stelle cadenti e dei non ti scordar di me. Mi chiedo se abbiano il tempo per farlo, tutti presi a correre qua e là, spesso senza essersi chiesti perché. Mi chiedo ancora quanti, come noi questa sera, si perdono con lo sguardo al cielo, tra le domande che spontanee nascono quando ci si sente così piccoli. Io mi sento piccola qui, ma in perfetta armonia con il tutto.

[foto di Luca D’Alessandro]

Solitaria nelle Alpi francesi. Il viaggio dentro

WP_20150813_004

Quest’anno ho intrapreso, spinto da un’urgenza interiore, una solitaria di tre giorni a piedi e in autostop tra Val Maira e Val Ubaye nel Mercantour francese. Zaino in spalla, solitudine, pensieri, paure, desideri. Nel silenzio emerge di tutto. E diradato il tutto, rimangono le passioni autentiche. Una solitaria per comprendermi, mettermi alla prova, ascoltarmi in vista di scelte profonde.
 _
11 agosto. A piedi da Pratorotondo ai Laghi di Roburent, Lago d’Oronaye, Parco Nazionale del Mercantour in Francia, paese di Larche. Notte in tenda in un accampamento sul fiume.
 _
12 agosto. In autostop da Larche a Barcellonette con due signore in vacanza, visita della cittadina e salita di 4 ore fino al paese di Jeusiers attraversando il monte sul sentiero “Trans-Ubayenne”. Notte in tenda in una tenuta abbandonata della Forestale.
 _
13 agosto. In autostop da Jeusiers a Meyronnes con un lavoratore in fuga dal turismo estivo. In cammino verso Feuilleuse. In autostop fino a Feuilleuse con tre ragazzi francesi in vacanza. Camminata di 9 ore al Rifugio Chambeyron, Lago dei Nove Colori, Colle Gipiera, Bivacco Barenghi, Rifugio Stroppia, Campo Base Chiappera. In autostop fino a Gheit con un giovane prete di Caraglio. Notte ospite delle famiglie di Gheit.

Dal diario di viaggio:
Perché da solo? Perché da questa parte? Perché a tutti i costi partire? Perché non mi do mai tregua? Non mi sopporto a volte… La salita è stata lentissima, senza alcuna spinta, senza alcuna meta. Ogni passo un rimpianto di ciò che non c’è, persone, sentimenti… Tutto ciò che era determinazione e volontà ora è dubbio e stanchezza. Conflitto interiore. Desiderio di andare avanti, senza programma nè compagni, e tempo passato a guardarmi indietro, sofferente Paura. Quella serie incessante di “e se poi non…?” che ostacola il passo, e vuole fermarlo.
[…]
Sì, tutto solo. Così ho risposto a una simpatica signora durante una cena frugale vicino al ponte sul ruscello. Per questo già devo tornare. Domani se tutto va bene sarà nuovamente in Val Maira. La solitudine in effetti ha dei pregi: toglie tutto, relativizza e sgonfia tutto. Lascia nudi. E si sente meglio quali cose rimangono appassionanti nella propria vita. La solitudine ha però molto più bisogno di una meta, rispetto a questo mio viaggio. Di un percorso scandito, di spunti. Se no si tramuta in perdizione e afflizione. E’ già tempo di tornare.
[…]
Due passaggi di fila questa mattina. L’ultimo, il più bell’incontro. Borisse, Jeusienne e Henrique, tre quarantenni diretti a Feuilleuse, mi hanno caricato senza problemi e amichevolmente mi hanno guidato per trovare la mia strada. Ho deciso alla fine di non salire verso il Col de Mary, ma di restare con loro, vedere il ponte di pietra sospeso 200 metri sopra il tumultuoso Ubaye, visitare il borgo di Feuilleuse, e da qui partire verso il giro più difficile, quello che attraversa lo Chambeyron. Grazie a questi ragazzi-adulti che mi hanno dato un esempio di fiducia. Il mondo ha speranza finché ci sono compagni come loro, madri come Jeusienne. La via prosegue.
[…]
Galline allo Chambeyron. Non è un piatto locale, non letteralmente. Ma sono la prima immagine arrivato quassù a 2600 metri, sotto l’oscura sagoma rocciosa del monte più alto delle due valli, l’Aguile de Chambeyron. Un bimbo di 2-3 anni gioca con una gallina paffuta che gli sfugge e scorrazza libera attorno al rifugio. Intelligente sistema per avere uova fresche qua in cima. Il rifugio è legno e lamiere, corazzato contro le intemperie di questa zona e dell’inverno feroce. Ricorda il prototipo di carro armato disegnato da Leonardo. Solo che questo è ancorato con artigli di metallo alla roccia da cui domina il lago. Formaggio e crema di marroni, prima di proseguire. Verso la tormenta che si addensa sul passo.
WP_20150811_003 WP_20150813_011 WP_20150813_016

Il cammino di Francesco tra Gubbio e Assisi

4 in braccio a Francesco

1. Il nostro viaggio: 1-5 aprile 2015

Siamo partiti in quattro (io, Luca, Gigi e Ulde) dall’anfiteatro di Gubbio, la città dove Francesco fu costretto a scappare cacciato da Assisi, e dove secondo la leggenda ammansì un lupo che da tempo dava problemi agli abitanti, solo perché affamato dall’inverno.

Da Gubbio ci si immette sulla via Francigena, l’antica via dei pellegrini che da tutta Europa e in particolare da Canterbury partivano per Roma. Questo tratto di Francigena è nominata la Via di Francesco, perchè ripercorre i viaggi a piedi di Francesco d’Assisi. Si attraversa la vallata diretti alle colline e ci si inerpica verso l’eremo di San Pietro, che però non abbiamo incontrato. Poco prima delle case di Biscina, a circa 20 km di cammino dalla partenza, ci siamo accampati per la notte nei pressi di un rudere. Era la sera del giovedì prima di Pasqua, in cui si fa memoria dell’Ultima Cena di Gesù con i suoi discepoli, e della lavanda dei piedi come modello di vita umana in pienezza. Abbiamo cenato con pane, verdure e agnello arrostito sul fornelletto, ripetendo la cena degli ebrei raccontata nell’Esodo, alla vigilia della liberazione dalla schiavitù d’Egitto. Abbiamo letto i brani antichi sotto le stelle, e ognuno di noi ha risuonato con ciò che della sua vita aveva nel cuore in quel momento.

La mattina dopo abbiamo raggiunto un’abbazia in pietra e ci siamo rinfrescati nel ruscello, al sole. Su e giù per i colli abbiamo raggiunto Biscina, visitato il grande Castello (lasciato a metà da recenti restauri e completamente abbandonato alle intemperie) e proseguito tutto il giorno verso Valfabbrica, a quasi 35 km da Gubbio.

Superato il paese non senza una sosta-gelato, ci siamo addentrati in una valle piccola e nascosta che sale nella boscaglia dolcemente e poi ripida accanto ad un torrente, fino a raggiungere un crinale dal quale si vede, in lontananza, l’ultimo sole brillare sulla bianca basilica di San Francesco. Assisi.

Ci siamo accampati nel cortile riparato di una pieve romanica, all’ombra dei cipressi, e – era venerdì – abbiamo fatto memoria della Passione e della Croce di Gesù di Nazareth, condividendo la lettura, il silenzio, alcuni commenti sulla sofferenza innocente e la speranza di giustizia nel mondo di oggi.

La terza mattina di cammino, ci siamo diretti ad Assisi seguendo la strada tra casupole, ruderi, uliveti e campi coltivati, in un clima campagnolo silenzioso e raccolto, sotto un cielo nuvoloso. In fondo, sempre di fronte a noi, il grande Subasio con le case di Assisi che spuntavano alle estremità. Siamo saliti per il Bosco di San Francesco fino alla porta cittadina che dà sulla Basilica.

Ad Assisi ci hanno raggiunto le famiglie con Alessia, e dopo una sosta per goderci la cittadella, e una notte accampati nei pressi della fortezza e delle imponenti mura di cinta, la quarta mattina (Pasqua) abbiamo sfidato il Subasio in una fangosa salita fino all’Eremo delle Carceri. Il tempo volgeva al peggio fino a che non ha addirittura iniziato a nevischiare, ed è piombato su di noi un freddo invernale difficile a credersi dopo i giorni quasi estivi precedenti.

La quinta mattina abbiamo percorso la placida e silenziosa strada che costeggiando le pendici del Subasio collega Assisi al paese di Spello con le sue mura, le sue pietre chiare e i suoi eremi. Sotto di noi la piana e i suoi rumori velati, lontani rispetto alla quiete degli uliveti soleggiati, dei fiori e del ronzio delle api tra le cascine.

Su per la collina zaini

2. Di ritorno

Non ho scritto una parola di questi giorni tra i colli e i boschi francescani, e ne ho vissute molte. Mi sono ritrovato in cammino, nient’altro che pochi compagni, la tenda e poco cibo, i testi della Pasqua e di Francesco «il poverello».

Sui sentieri, ancora una volta.

Lontano da tutto, da tutti, come mi serviva con urgenza. Senza un passato, senza un futuro, esistendo soltanto in tutto me stesso, nel presente del camminare e celebrare. Stare in silenzio e parlare. Ho detto molto, e anche taciuto molto, di me e dentro di me. Ho provato serenità, ho provato il mio corpo, ho vissuto emozione, delusione, ardore, speranza, passione, attenzione, attesa, ma con purezza, senza sovraffollamento né ansie particolari. Ho creato un luogo, un tempo e una combinazione per niente scontata e facile… Non ho fatto poi molto, ho giovato della buona adesione e presa d’iniziativa di tutti i miei compagni di viaggio.

Ho celebrato la Pasqua.

Ho celebrato e fatto memoriale della Passione, della Morte, della Speranza di Risurrezione.

Ho ascoltato Francesco, viandante primo di questi sentieri, di questa natura, di questo vangelo.

Molte immagini come portate dal vento mi compaiono vive nella mente.

La luce della luna, la sera del giovedì santo, e noi accampati sulla Via. Le pietre rosa sbriciolate sul sentiero che porta ad Assisi. Il vento tra gli alberi e la neve all’Eremo delle Carceri. Le letture da «Io, Francesco», sulla scelta estrema di povertà, del suo cammino in semplicità, compagnia, rivoluzione. Gli asini che vengono ad annusarci, il signore in Mercedes che ci offre l’acqua, la foto di partenza a Gubbio a cavallo del lupo, la pizzeria con il doppio pavimento di pietra antica. Le signore pazze che raccolgono tartufi e germogli d’ulivo nel bosco. L’infinita tappa verso Valfabbrica, e i cavalli in gita, e il gelato liberatorio. Il sentiero che s’infiltra tra i colli salendo dolcemente lungo il fiume, le primule che fanno da cornice dorata al sentiero. I segnavia sempre con noi…

La foto da finti grassi alla partenza. I momenti di silenzio da solo, sulla via, restando indietro o andando avanti. Consultare la guida senza neanche una cartina. Riflettere insieme su come doveva essere quel luogo, quella strada, quel camminare nel Medioevo. L’attualità straordinaria di giungere in questi posti, toccando con i piedi e il sudore della fronte la terra, i boschi, le pietre.

Qui dove in tempi convulsi un piccolo gruppo di «figli» dell’era precedente ha deciso di vivere secondo altre regole, altri parametri, altra libertà; armonia con la natura, povertà, sussistenza, itineranza, uguaglianza, ricostruzione e aggiustamento dell’esistente, dialogo, incontro, accoglienza, spiritualità, essenza, ricerca, vangelo.

Fuoritempio

3. L’arrivo

Assisi è una rocca bianca e rosata, che abbraccia il Subasio. Arriviamo alle sue spalle, lentamente, gustandone il silenzio, mirandola sospesa sulla piana fosca che si spalanca oltre.

E tu, Francesco, come l’hai vista? Come la vedi, questa terra boscosa dove i passi non cambiano nei secoli, dove il viandante giunge ora in altri modi, per altre fonti, in cerca delle tue orme…?

Francesco è un ricco giovane figlio di un mercante, un perdigiorno, uno che quando decide che è ora di farsi valere, lo fa andando in guerra, e si prende una facciata clamorosa. La prigione lo ferma, gli dà un tempo morto, lo obbliga a pensare, a guardarsi dentro.

Cosa ci fai lì, Francesco? Dove vuoi andare? Che vita è?

Da lì parte il tumulto, la trasformazione, l’interrogarsi della coscienza che di fronte allo splendido crocifisso di legno dipinto, nella chiesetta di San Damiano, ti farà risuonare in testa queste parole: “Va’, ripara la mia casa, che è tutta in rovina…”

Per diventare gente che ripara case in rovina bisogna avere le competenze, i fondi, i progetti, gli operai, le attrezzature… Niente. Tu, Francesco, non hai che te stesso, e la tua vita fino ad ora.

Assisi rosata

4. Il gatto di Spello

Spello è sole sulle pietre piccole e chiare, che si aprono e si chiudono sul viandante. Porte, voltini, vicoletti, scale. Un gatto immobile fa la guarda ad un vecchio portale di legno, mentre il silenzio si spalanca ad ogni balconata, e a tratti arriva il vociare di gente che lenta sale di piazza in piazza.

Spello è luogo d’infanzia, quando mamma e papà venivano qui in ritiro, e mi lasciavano a giocare negli eremi, con altri bambini. Ricordo la sabbia, di quel tempo. La raccolta delle pannocchie nei campi di mais, sotto il sole cocente. La luce soffusa di una veglia nel chiostro, la lampadina spoglia in una povera cella di un convento, la nostra stanza.Gatto di Spello

Spello negli anni è diventato per me luogo fascinoso dei racconti degli adulti, ma anche luogo di origine di persone che, nei loro libri, mi hanno parlato a lungo. Carlo Carretto e la sua “autobiografia” di Francesco d’Assisi. Giuseppe Florio e la sua bibbia rispiegata nell’essenza, i suoi annunci, i ritiri a Collevecchio.

Sulla via alta che da Spello porta ad Assisi toccando la cima del monte Subasio, si trova la stretta rientranza dell’Eremo delle Carceri. E’ un bosco scosceso, ombroso, di terra che si sgretola e rocce che affiorano pallide, in cui si aprono a tratta dei buchi neri, le grotte.

Qui sei venuto a ritirarti, Francesco. Qui tu e i primi compagni avete tirato su, pietra su pietra, un piccolo eremo. Nel cortile, tra la cappellina e le celle dei frati c’è un vecchio pozzo, su cui oggi fioriscono i gerani. Affacciandomi dal balcone sospeso nel vuoto, sul bosco scuro e il letto pietroso del ruscello, respiro la pace. A perdita d’occhio la foschia vela la piana umbra. Minuscoli fiocchi di neve iniziano a cadere, il mondo si ferma.

Questi sono luoghi d’Italia tutt’oggi difficili da raggiungere, fuori dalle arterie principali, il cui nome è piccolo anche sulle mappe digitali, nonostante per la spiritualità millenaria dei cristiani siano praticamente un centro del mondo, al pari di Gerusalemme o Nazareth, o Roma…

E tu, Francesco, come ti senti oggi qui all’eremo? Come preghi, cosa vieni qui a cercare? Quali parole, quali domande degli uomini contemporanei ti smuovono di più nel profondo? Che parole e che gesti hai tu da offrirmi?

Qui regna il silenzio, che è sempre sotteso ai versi degli uccelli d’ogni specie, e del vento tra le fronde. Questo è il silenzio del Dio che ti ha parlato: l’armonia del mondo che non conosce ferite.

Ponte di pietra

5. La strada dura

Quanto è stata dura la tua radicalità, Francesco?

Oggi Assisi vive sul tuo ricordo, sulle tue pietre, sulle orme calcate dai tuoi compagni, di generazione in generazione. Ma quanta della gente che qui arriva è simile agli assisani del tuo tempo? Siamo così, c’è poco da dire. Piccoli pezzi di un sistema più grosso di noi, che quasi nessuno sa comprendere, affrontare, scalzare con un modo diverso di stare al mondo. Siamo mercanti, banchieri, ingranaggi di meccanismi produttivi, gente da appartamento. Devoti per folklore o per consolazione, per abitudine o per illusione di sapere di che parliamo. Siamo chi siamo, e stiamo alle regole e agli obiettivi che altri ci hanno dato: guadagnare, acquistare, potere, avere…e lavorare per guadagnare ancora.

Siamo gente piccola, che può far qualcosa per sé, qualcosa di meno per gli altri, e non si pone in un percorso di liberazione, di trasformazione. Come invece tu hai fatto. Ti sei liberato le mani. Hai scontentato la famiglia, i vecchi amici, la patria e l’esercito, i mercanti, i tutori dell’ordine…

Liberarsi costa, ma non poi così tanto. O meglio, non è così tanto ciò che si perde rispetto a quel che si può guadagnare. O forse è quello che pensa chi come me condivide la tua idea, Francesco, ma in un modo o nell’altro ha il “sedere” al coperto. Perché la tua è stata una radicalità totale, di rottura, povera, che non ti ha reso impedito ma vicino e incredibilmente capace di “dare” ai poveri. Tu eri povero “in spirito”, quindi beato. Loro, spesso solo poveri e basta, dunque “bisognosi”. Tu, affidato. E chi si affida, promette Gesù, vince. Non ha “bisogno”, perché facendo le cose importanti, “eterne”, merita già dal mondo l’essenziale per vivere.

4 all'arrivo

Uliveto di fiori gialli

Due sulla strada

Prato ondulato

IMMAGINI DAI NOTTURNI IN TENDA

foto di Luca D’Alessandro

CASA MIA, LA TENDA DEL SUQ

foto di Luca D'Alessandro

L’esperienza del Suq a Genova è l’esperienza del “viaggio che gli altri ci portano”. Per il secondo anno mi sono stati affidati i momenti particolari e “inediti” del Notturno in Tenda, due incontri dopo la mezzanotte, quando le luci si spengono e il silenzio copre col suo mantello il porto e il mare. Insieme a tanti e diversi compagni di viaggio, alcuni accanto a me, altri venuti per ascoltare, abbiamo raccontato con parole e musiche dapprima l’atmosfera e i personaggi di Spoon River, poi la camminata civile di Stella d’Italia. Tra la fantasia e l’attualità, suggestioni e immagini evocate in una luce soffusa, da ragazzi di tutti i giorni, come inno alla vita, al viaggio, all’incontro.

Non avrei potuto capitare in un luogo più ramingo di una “tenda nel suq”, simbolo del camminare, del fermarsi, dell’andare libero, ma anche del non isolamento, dell’incontro e della contaminazione fiduciosa. Una tenda è in effetti l’unica casa che interiormente ma anche esteriormente potrei davvero considerare adatta a me. Una tenda “aperta”, come quella di Abramo nel deserto, cui potevano arrivare ospiti sconosciuti da popoli e culture diverse, e pregare liberamente secondo la propria fede, essere accolti e aiutare a loro volta. Una tenda in cui non c’è odore di chiuso, perchè il “vento” può soffiare, cambiare, sfiorare. Una tenda dove la notte, nella quiete dell’uomo, avviene il racconto, la contemplazione, la meditazione e la commozione della vita di ogni giorno. E dove si genera, insieme, il sogno del viaggio di domani.

foto di Luca D'Alessandro

LE VIANDANTI LATINE

LeViandantiLatine

In viaggio tra Cuba e la Repubblica Dominicana, Bianca e Clara si sono tuffate con libertà e autenticità alla scoperta del Nuovo Mondo.

E’ possibile seguirle attraverso il foto-diario su Facebook.

Buon viaggio viandanti!

LeViandantiLatine 2

IMMAGINI DA AUSCHWITZ. DAL NOSTRO VIAGGIO

BELLEZZA DI VAL MAIRA

di Luca D’Alessandro, camminatore e fotografo ([email protected])

 

COI LINGALAD, IN CONCERTO

E’ stato davvero realizzare un sogno trovarmi con la chitarra in mano a suonare con i Lingalad e il mio amico Giuseppe Festa. A Castellanza, al festival Tolkieniana nella medievale Villa Pomini, le mie note si sono fuse alle loro nello stesso canto, il “canto degli alberi” di uno e mille viandanti. Un concerto divertente, sospeso in un’atmosfera notturna tra le antiche pietre e il prato, dove 200 persone, silenti, ascoltavano. Uniche luci le candele disseminate fra di noi. E lassù, alta e bellissima accarezzata dalle sue nubi, la luna. Condivido alcune foto di questa serata che non dimenticherò.

“…e anche se sarò l’ultimo, canterò ancora, per milioni di stelle, per la luna, lassù…”

(Lingalad, Il vecchio lupo)

 

Da sinistra: Fabio Ardizzone (basso e seconde voci), Claudio Morlotti (chitarre acustica, classica, bouzuki, armonica), Giorgio Parato (percussioni), Giuseppe Festa (voce, flauti), Giandil (chitarra acustica).

 

Grazie a mio fratello Luca D’Alessandro per le fotografie.

ANDATA E…MALE. QUANDO SI CADE NEL “VIAGGIO-INCOSCIO”

Le migliori o peggiori performance di sempre nell’altra faccia del viaggio-incontro: il viaggio-inconscio.

 

Terrori senza motivo…

Prendere il volo sbagliato…

Non capire la domanda “Ti piace Riccione?”…

Non saper bere in compagnia…

Cercare invano un mezzo di trasporto…

Ritrovarsi tra le balle…

Non trovare le risposte…

Mettere le mani avanti…

Non sapersi confondere…

Scoprire personalità multiple…

Provarci con le ragazze sbagliate…

 

Fare goffi tentativi di integrazione…

Stare fuori con un freddo polacco…

Sbagliare a seguire i cOrsi…

Urlare “Veni vidi vikings”…

Sognare il Premio Strega…

Sbagliare palco…

SaPere…saMele… Insomma, essere alla frutta come studente universitario.

…continuando in fondo a viaggiare, zaino in spalla, alla ricerca di uno spirito bambino.

FOTODIARIO, DA GENOVA AD AULLA

con le fotografie di Luca D’Alessandro e Maria Grazia Lacitignola

Immagini e parole come scorci del cammino. (clic per aprire grande ogni foto)

Dalla Commenda di Prè, antico ospitalizio fuori dalle porte della Superba Genova, partono gli oltre 40 camminanti.

I giovinotti alla partenza da Genova.

Attraverso il Porto Antico.

L'abbraccio del golfo.

Antonio Moresco, dalle parole di uno scrittore ai passi di un sognatore.

Dove partirono in mille per unire l'Italia, partiamo in 40 per tentare di ricucirne qualche pezzo. A partire da noi stessi.

I nomi dei Mille che da qui partirono.

Liberi di essere bambini, liberi di giocare, liberi di andare. Liberi di riprendere in mano noi stessi.

La passeggiata di Nervi.

In riga, all'entrata a Recco.

Mandria e salite, tra antichi borghi e il mare.

A cena insieme, dopo la prima tappa.

"Azzurri, come il cielo e come il mare..."

Sul monte di Portofino si muovono passi. Non sport, non turismo, non un partito. Solo il sottile filo di un paese che tenta di ricurcirsi per guardare oltre il crinale.

Come carezze di foglie e brezza, ti dipingono il mondo di colori e profumi.

Sul monte di Portofino i personaggi più strani ed arcigni si stagliano contro il cielo del vasto orizzonte. Sono vivi o sono morti?

La sporca dozzina. Entriamo in Portofino, sentendoci tra i più ricchi. Di senso, di passione, di libertà.

Sentinelle, ora silenti ora schiamazzanti, tra la ruvida pietra e il riflusso dell'onda.

Il mare è un brusio dolce nel primo mattino, la risacca il giusto ritmo per prendere il passo, specchiandosi fugaci.

La Via della Costa si fa scoprire tortuosa. In silenzio, studiamo il percorso scritto.

Sulla cima ti senti tutto, e nulla. Non ci sono barriere con te stesso. Non c'è spazio per astrazioni, non c'è chiacchiera o distrazione. Tu e la tua fatica. E la vittoria.

Gatti, signori della calma, esperti delle coccole, naturali padroni di casa. E imbonitori di camminanti.

Signore, non capisco questa confidenza. E' la mia mela, è la mia focaccia. Questo è tradimento!

In auto non li vedi. Le stazioni sono basse. Le autostrade sotto terra. Gli aerei oltre le nubi. I giardini e i silenzi di una nuova primavera sono qui, immoti, ad attendere la lentezza e la pazienza di un viandante.

Se il buongiorno si vede dal mattino...credevi in un sentiero, e invece era un giardino!

Non si resiste a piccole soste furtive per cogliere il fiore di questa primavera e dei suoi frutti arrossati dal sole.

Un colpo d'occhio immenso, fitto e perfetto. Ogni piccola pietra conta nulla. Insieme, aprono la via sfidando i secoli.

Ad ogni sosta, qualche appunto, un pensiero, riprendo fiato. E faccio amicizia.

In cima a Santa Giulia, sopra Lavagna. "Sono gocce di memoria", piccoli tesori che sfioriamo, intuiamo, proviamo a portare con noi, ad arricchire il senso di tutto ciò per cui camminiamo.

E per un attimo mi sento Alice precipitata nella tana del Bianconiglio. Cosa avrà mai da dirmi questo fiore dalla smorfia stregata?

Verso Sestri Levante. Svolte.

"...ristare, non guardare oltre, sognare."

Rovine di San Rocco, verso Sestri Levante. Il tempo ha preso queste goffaggini umane spalacandone finestre da cui si vede il mondo.

In arrivo a Sestri Levante. E' sentiero...ed è città. Dal monte al mare, dal ciottolato alla ferrovia, dal silenzio alle macchine, dalle piante ai palazzi. Liguria, terra scesa al mare...

Sguardi eloquenti.

Da Rivatrigoso saliamo verso il Monte Moneglia, suscitando la curiosità di nuovi camminatori.

Nella torre d'ombra, con indugio, scruto la luce del grande fuori, come piccola vedetta.

 

Vedetta. Unica traccia umana, oltre al sentiero, è una torrette in punta, alle pendici del monte Moneglia.

C'è voglia di raccontare. E' sufficiente una facile domanda per liberare il racconto, la trasmissione di una saggezza antica e di una memoria preziosa, che nessuno oggi sembra essere interessato a scoprire.

E' la natura stessa a giocare con noi, spesso accogliendoci con regali che non meritiamo.

Ma quello...è uno struzzo?!

Un breve torpore, nel silenzio del primo pomeriggio, tra i colli boscosi di Framura, dopo un pasto frugale. Un attimo di nulla, sospesi e accompagnati dai grilli. Poi, si riparte.

Nel borgo in salita di Framura, vecchi casolari conservano storie nella muta pietra erosa dal vento salmastro.

Molti i momenti bui del cammino. Si ha la sensazione di rischiare il tunnel senza fine, la perdita di motivazione, il cedere allo sfinimento, l'accumulare fastidio dei compagni. La strada passa anche da qui. E da qui, insieme, si raggiunge l'uscita dall'altra parte.

Un vecchio albergo abbandonato accoglie i camminanti a Levanto. Qualcuno scherza: "è il nostro destino, occupiamolo!" Non date un'idea simile a Moresco...

Levanto. Sono proprio nomi di alberghi, o le esatte parole chiave di Stella d'Italia?

La stella, regalo dei compagni di viaggio. La croce, segno così spesso incontrato per queste vie di Liguria, simbolo delle fatiche e delle sofferenze di questo mondo che è dovere di ciascuno ricordare, e mettersi a servizio per cambiare.

Beverino. Tracce di paura e impotenza, dove la stessa strada si sbriciola sotto i tuoi piedi.

Camminare è dimostrare a se stessi di sapere sempre scoprire il mondo con gli occhi di un bambino.

Immagina la piena.

Il duro asfalto prova le gambe. Ricuciamo distanze che nessuno percorre più coi piedi.

E ogni passo conferma quanto sia unico e prezioso questo cammino per l'Italia che non si vede mai.

 

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén