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Canto del Ramingo

Cammino e spiritualità sui sentieri di Giandil

Canto del Ramingo

Categoria: Scrittura (Page 1 of 6)

Val Borbera, vecchie vie di boschi in alta valle

Come nasce un cammino sociale #11

La tappa che abbiamo costruito in alta valle con i preziosi consigli di due veterani del CAI di Novi Ligure, Silvio e Guido, recupera alcune vecchie strade di grande fascino, parte di quella viabilità antica (e perduta) che racconta un’altra epoca precedente alla nostra. Ho esplorato questa tappa in solitaria, un giorno di maggio, partendo dal borgo di Daglio. Imboccando la vecchia strada che conduce al paese incastonato di Cartasegna, sembra di perdersi. Eppure il sentiero è lì, non risulta su cartine e mappe escursionistiche ma è intatto, aperto e soleggiato. Cartasegna sembra scolpito sul fondo di una valle nascosta, invisibile, ed è un paese in ripida salita, con molte case in pietra.

Scendo al fiume che rumoreggia gonfio delle piogge primaverili, e trovo un ponticello romanico affollato di mamme e bambini che scorrazzano nell’acqua. Il ponte mi immette su un’altra vecchia strada, a tratti più selvaggia, che scavalca la collina boscosa raggiungendo gli ultimi tornanti prima di Carrega, il più grande comune dell’alta valle. Connio, borgo famoso per il “giro” con piffero e fisarmonica tradizionali delle 4 province, è una lingua di casette chiare sdraiate sul costone come farebbe una frana nel tempo. Subito dopo sono a Carrega, con le sue sedi partigiane, il Comune impegnato nella realizzazione del Parco dell’Alta Val Borbera, e la grande chiesa isolata poco sotto il castello, o quel che ne rimane.

Mangio qualcosa in silenzio, poi proseguo, affiancando il passo ad una coppia di origini calabresi che vive qui da decenni. Mi accompagno chiacchierando con loro di sentieri, scorciatoie e animali, fino all’ultimo paese in fondo alla vallata, dove la strada si fa sterrato ed entra nel bosco profondo. Solo così si raggiunge il borgo abbandonato di Chiapparo, uno dei meno conosciuti e devo dire dei più integri. Un’altra mezzora di cammino e sbuco dal bosco sulla strada che raggiunge Vegni, a 1000 metri di quota, con il paese vecchio costruito nella zona più umida per lasciare le terrazze esposte al sole alla produzione agricola di sussistenza. Mi raccontano che qui si coltivasse il riso, oltre alle consuete patate e castagne. La vista dal paese nuovo è spettacolare. In basso, di fianco al cimitero sospeso sul rio dei Campassi, pascolano liberi cavalli lucenti. Che bello sarebbe proseguire il viaggio insieme a loro, portati tra i segreti delle valli perdute mentre cala la notte, e si alza la luna.

Val Borbera, i suoi perduti villaggi di pietra

Come nasce un cammino sociale #10

Il Cammino Sociale della Val Borbera passerà sotto il simbolico Monte Antola, ma su uno dei suoi versanti meno conosciuti: la splendida valle dei Campassi. Qui si possono ammirare tre borghi abbandonati in un ambiente naturale soleggiato e selvaggio. Sono i vecchi paesi di Casoni, Ferrazza e Reneusi, noti per alcune architetture ancora integre come l’oratorio di Reneusi, e per le vicende che ne segnarono l’abbandono negli anni Sessanta, o il parziale recupero oggi nel caso di Ferrazza.

Siamo a circa 1000 metri di altitudine, su un sentiero che circonda a mezza costa la valle e che immerge il viandante nella brezza di ampi faggi, querce e castagni. Di fronte, sull’altro versante, il Monte Buio dal nome più che azzeccato. Da Vegni, tappa di provenienza, si opera davvero un viaggio a ritroso nel tempo, con la panoramica sella dei Campassi a fare da spartiacque tra un mondo perduto ed il nostro. E’ un cammino di soste, di silenzi, di storie. Racconta senza bisogno di tante parole la civiltà contadina e pastorale di un tempo non troppo lontano, le fatiche di una vita sospesa tra i crinali, le prodezze della perseveranza di un popolo. Ma è anche un percorso che invita al rispetto per le testimonianze del passato, allo studio e alla memoria, finanche a interrogarsi su chi siamo oggi, e a cosa ci chiamano questi luoghi da riscoprire.

Il valore della letteratura

Eh signori, un romanzo è uno specchio che viene portato su una strada maestra. Ora riflette ai vostri occhi l’azzurro del cielo, ora il fango dei pantani. E voi accuserete d’immoralità l’uomo che porta lo specchio nella sua gerla? Il suo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! Accusate piuttosto la strada dov’è il pantano, e più ancora l’ispettore stradale che lascia imputridire l’acqua e formarsi i pantani.

Stendhal – Il Rosso e il Nero

Lettere da mio nonno – su LiguriTutti

Su LiguriTutti sto ripubblicando in versione aggiornata e riveduta i racconti di mio nonno Egidio D’Alessandro, navigatore genovese vissuto tra il 1928 e il 2006. Per ricordare da dove veniamo, come stiamo cambiando, e riflettere su dove vogliamo andare.

1. Così affondò l’Andrea Doria

Caro Giacomo, riprendiamo i miei ricordi di vita sul mare. Questa volta devo con molta amarezza rievocare il naufragio dell’Andrea Doria, la nave regina (così chiamata per la sua bellezza) dove mi trovavo imbarcato il 25-26 luglio 1956, esattamente cinquant’anni fa. L’Andrea Doria era l’ammiraglia della flotta passeggeri, e partì da Genova il 17 luglio…  Leggi tutto

2. Quando venne la guerra

Prima della guerra era usanza che i ragazzi nelle vacanze estive venissero mandati in bottega a imparare alcuni mestieri, così da facilitare la ricerca di un lavoro una volta finiti gli studi. Per le famiglie era importante che i figli imparassero a contribuire alle spese domestiche. Così iniziarono i miei primi impieghi… Leggi tutto

3. C’era una volta il pallone

Prima della guerra quando ero bambino ho vissuto giorni indimenticabili. Mio papà era imbarcato sul Rex, la più grande nave passeggeri degli anni ’30-’40, e quando arrivava dall’America portava sempre la cioccolata. Una volta portò un fonografo con i dischi, il cui motore funzionava a manovella, e noi passavamo ore a suonarlo… Leggi tutto

4. La mia vita sull’oceano

Il mare, il mio mare, la mia vita sul mare. Sono tre cose ben distinte, che uniscono la gran parte della mia vita. E’ bello oggi, a ventisei anni dal mio ultimo imbarco, alzarmi la mattina e vedere dalla finestra il porto, e più lontano il mare. In un attimo mi riappaiono come in un sogno tutte le partenze e gli arrivi che hanno caratterizzato la mia vita e anche quella della mia famiglia… Leggi tutto

5. Ti racconto i miei caruggi

Oggi si parla tanto di Centro Storico, e quasi sempre se ne parla male. E’ difficile gestire un quartiere fatto di vicoli stretti e scuri dove si affacciano birrerie e cantine aperte tutte le notti. Io ti voglio parlare del mio Centro Storico, dove sono nato con le mie sorelle e i miei fratelli. Allora si chiamava solo “i caruggi de Zena” ed era un quartiere vivo, bello, pieno di gente e di negozi, con i bambini che si rincorrevano giocando nelle piazzette tra i vicoli… Leggi tutto

6. Caro nonno, oggi saresti contento | di Giacomo D’Alessandro

Dieci anni dopo la tua dipartita da questa vita, devo ancora ringraziarti per tutti i racconti coni quali mi hai cresciuto. Oggi che da quattro anni vivo in questi caruggi a te così cari, a poche decine di metri dai luoghi della tua infanzia, voglio dirti che saresti contento di passeggiare con me in una realtà nuova, dove non scompaiono le difficoltà, ma risorgono le speranze. Saresti contento di vedere le belle cose realizzate dalle reti di associazioni in quartieri prima considerati off limitsLeggi tutto

***

Un ringraziamento a Ferruccio Sansa e Marco Preve per aver voluto valorizzare questa serie di testimonianze, che sono un pezzo della mia vita e offrono uno sguardo autentico sulla nostra Genova. G.D.

Nella grotta di Byron a Portovenere

Vi è un piacere nei luoghi inesplorati
e un’estasi nelle spiagge deserte,
vi è una compagnia che nessuno può turbare
presso il mare profondo,
e una musica nel suo ruggito…
G. Byron
 

Accogliere ed essere accolti

Un Ramingo vive per accogliere e ad essere accolto. E’ l’atteggiamento e l’orizzonte che dà senso alla sua esistenza. E’ la pratica di fondo che la illumina, e che genera ogni altra pratica. Questo motto contiene in sé e giustifica tutti i principali caratteri dell’essere Ramingo.

Accogliere implica un’apertura d’animo; una disponibilità all’ascolto; una piacevolezza dell’incontro; un impegno nel servizio. Implica l’apertura all’inatteso; ai bisogni; alla diversità; alla compassione e comprensione.

Accogliere implica avere un luogo in cui accogliere. Può essere il proprio stesso animo, quando si è nomadi. Ma può e dev’essere anche un luogo fisico, un proprio riferimento, auspicabilmente un luogo di comunità, di vita, di coinvolgimento ma anche di riposo e pace.

Accogliere implica la disponibilità al cambiamento e alla contaminazione, di continuo, per tutta la propria vita. Ma implica anche una solidità interiore; una serenità di fondo; una libertà dalle angosce e dalle paure di sistema; queste tre dimensioni rendono infatti possibile essere aperti, raggiungibili, consenzienti all’accoglienza, che non avviene mai in condizioni ideali, che costa sempre qualcosa in fatto di tranquillità. Solo lasciando consapevolmente sguarnite le difese dell’istinto e dell’egocentrismo, ci si fa accoglienti in qualunque situazione.

Il Ramingo cerca la comunità e la meditazione interiore, ovvero la vita con gli altri e la vita con se stesso; il Ramingo cerca la povertà e la semplicità conviviale, rifiuta la logica dell’accumulo e del controllo ferreo; e così facendo impara continuamente a vivere per accogliere. A partire dall’accoglienza si apre all’inatteso e al servizio di quell’umanità che ha bisogno di essere accolta.

Il Ramingo è per natura, richiamo e scelta un viandante del mondo, a partire dal proprio luogo, e dunque vive per essere accolto.

Essere accolto implica il nomadismo, il gusto di mettersi in viaggio e in cammino, non con potenza che rende protetto né con ricchezza che rende autosufficiente; il viaggio si realizza con semplicità, con esplicita dipendenza da chi si incontra, da chi abita i luoghi in cui si transita.

Essere accolto implica la disponibilità ad essere debole, per sperimentare di aver bisogno dell’altro, per godere della gratuità del bene altrui. Ma implica anche la volontà di essere forte, di adattarsi alle situazioni più spartane, di muoversi in territori inesplorati e non sicuri.

Essere accolto implica la volontà di entrare in punta di piedi, temporaneamente, nelle vite altrui, per gettare uno sguardo gentile e curioso su come vivono e scelgono di vivere altre persone, altre comunità. E’ la minuziosa e infinita accumulazione di un tesoro nomade, quello che allarga il cuore di chi viaggia con esperienze, testimonianze, racconti, silenzi, gesti, ricordi, verità.

Essere accolto implica un cammino per diventare amichevole, amabile, di supporto e di compagnia per chiunque accolga. Implica la capacità di individuare le persone disponibili all’ospitalità, e di suscitarla in chi non è solito adottarla. Implica la voglia di interessarsi alle vite degli altri, al loro stato d’animo, alle cose importanti della loro vita, da ascoltare, di volta in volta, accompagnandole nel tempo. Implica anche però la capacità di stare da solo, essere autonomo e poco invadente, per non pesare eccessivamente sulla quotidianità di chi ospita.

Il Ramingo cerca la sua vita e la sua verità tra la fatica di diventare accogliente e il desiderio di essere accolto. E’ il suo modo di mettersi a servizio degli altri: non per quello che fa, ma per quello che è. E’ il suo orecchio per ascoltare la realtà e la vita che scorre. E’ il suo sorriso per offrire attenzione e incoraggiamento con completa gratuità. E’ la sua lucerna per creare comunione tra piccole luci disperse in grandi distanze. E’ la sua fragilità per farsi piccolo e diventare accessibile e bisognoso di relazione. Il Ramingo vive per accogliere e per essere accolto. Per stare fermo, e avere un luogo da chiamare “casa di tutti”. Per stare in movimento, e avere un mondo di sentieri e rifugi da chiamare “casa propria”.

Giandil

Nel presente di ora

Il cammino è lento

forte come la vita

silenzioso come l’aria

trascinante gravità.

E’ ascolto del corpo

di piedi, gambe, spalle

è accogliere il sole

che arrossa la pelle.

Ma il cammino è lento

non ha pericoli

non ha sviste

non ha contrattempi

il cammino è imprevisto

è tutto imprevisti

va pensato al minuto.

Partenza e arrivo lo devono scandire

ma a cosa giova una serata vuota

dove non mastichi ciò che hai mangiato?

Il cammino è rileggere

luce e oscurità

è uscire da sè

staccare la spina

è ritrovare se stessi

svuotarsi di superfluo.

Non angoscia il cammino

ma fa faticare

incide il corpo

prova lo spirito

semplicemente crede

lucidamente sopporta

eternamente spera

nel presente di ora.

(Piazzo, Val Borbera, 15 aprile 2017)

(foto di Luca D’Alessandro)

Per non diventare consumatori

Foto della pagina facebook Maurizio Pallante

 

Comprare qualcosa di nuovo dovrebbe essere sempre l’ultima spiaggia.

Prima aggiustare, riusare, prendere in prestito, scambiare, regalare, comprare usato. E comprare comunque il meno possibile.

Togliere dalla propria mente la sensazione di bisogno e di realizzazione legata al comprare qualcosa di più.

Esigere leggi contro l’obsolescenza programmata dei prodotti.

Esigere la scorporazione del costo dell’imballaggio (più ne compri, più ti accorgi di pagarlo).

Esigere la vendita di prodotti sfusi. Esigere il divieto di imballaggi non facilmente riciclabili. Esigere il vetro a rendere.

Esigere il ritorno a una umanità sensata.

Camminare accanto. Racconti dal sociale

 

TUTTI. Racconti dal sociale, a cura di Mario Flamigni, Pacini Editore

 

In questo libro fresco di stampa promosso dalla Biennale della Prossimità c’è un racconto di Roberto D’Alessandro. La storia di “Rino l’Egiziano” è la seconda ad essere pubblicata, dopo l’uscita di “Magia” sulla rivista Lo Straniero.

Il sociale raccontato dal di dentro, da chi accompagna ogni giorno silenziosamente “gli ultimi” invisibili delle nostre città, rivela un fascino e una poetica che arriva lenta, diretta, lasciando un nodo in gola a chi legge e capisce per la prima volta, come successe a me, in cosa consiste davvero il lavoro di assistente sociale. E in cosa si misura il progresso di una civiltà.

In tempo di eccesso di informazione e di comunicazione, col rischio di diventare abitudinari insensibili che nulla più ci smuove, dei buoni narratori con esperienze vive da trasmettere restano e si confermano una irrinunciabile grazia.

Tre canzoni di Giandil (video)

Dall’album Andata e Ritorno (acquistabile qui), con illustrazioni di Erika Takagi.

Sotto la Collina


L’Arida Brughiera – feat. Giuseppe Festa


Montagne di Luna Inondate – feat. Bacci Del Buono [Lingalad cover]

Visioni

“Formare cittadini liberi e consapevoli”
e ripartire dalle periferie dell’esistenza
costituendosi in piccole comunità di famiglie
anti-sistema, anti-povertà, pro-creatività.
#felicitàcondivisa #cambiamonoi #incammino

Caro Babbo Natale…

renne
Caro Babbo Natale,
lo so che è tardi per una lettera, ma non ti devi preoccupare: non sono qui a chiederti “cose”. Per quanto spero che i tuoi amici folletti abbiano avuto il loro bel daffare nel confezionare regali per i bambini di tutto il mondo. Sai, dalle nostre parti si sta perdendo la bellezza della manualità, di ciò che è semplice e che lascia spazio alla creatività del gioco… Scusa anche se continuo a scriverti ben oltre la maggiore età, ma proprio non capisco quelli tanto ansiosi di lasciar tramontare la tua leggenda reale, la magia del mistero, la speranza della meraviglia. Come se non fosse vero che il mondo conserva ancora un po’ di magica meraviglia grazie a tutti i Babbo Natale come te che si prendono la briga di omaggiarlo, sorprendendo e dedicando un’attenzione a tutte le creature più tristi e bisognose.
Tu che rappresenti una storia di culture lontane che si incontrano, che fondi in te l’impacciata aura sacrale delle divinità nordiche e la bonaria solerzia di un pastore orientale, sai bene cosa intendo. Sai che qui da noi, anche per questioni climatiche, il Natale si rappresenta con le finzioni: finti abeti, luci plasticose, neve di polistirolo, canzoni importate per fare atmosfera. Sai anche che il protagonista della “natività” celebrata passa sempre più inosservato, quasi inutile ai fini di una generica festicciola annuale in cui farsi auguri e regali. E allora la fiaba, così vera umanamente, si fa sempre più finto sfondo, dal momento che non abbiamo alcuna intenzione di realizzarla: con le fiabe è così, ci dicono tanto di vero sulla nostra esistenza, e così preferiamo lasciarle fiabe, ché prendersi l’impegno a realizzarle sarebbe decisamente scomodo per ciascuno di noi. Non sarebbe invece bellissimo vivere circondati da alberi veri da addobbare, in villaggi veri da decorare insieme, con Babbo Natale veri a muoversi di soppiatto nella notte santa per portare dolci e regali ai più piccoli e dimenticati? Pare di no. O forse sì, ma inconciliabile con i nostri obiettivi di “gente in carriera” e “civiltà di progresso”.
Caro Babbo Natale, aiutami innanzitutto a saper vedere e apprezzare le cose buone che questo tempo natalizio sa suscitare nelle persone di cuore aperto. Aiutami a sentire gratitudine per queste persone, che hanno tanto da insegnarmi. Portami quel tuo spirito capace di viaggiare per incontrare. Portami quella tua umiltà capace di donare senza farsi vedere. Portami quella tua sensibilità capace di interpretare e ascoltare i desideri più profondi di ciascuna persona che incontro. Rendi più visibili gli alberi fatti con cuore puro, i presepi che raccontano essenzialità e attesa vigile, i canti che ricreano comunità, le veglie silenziose di perdono e presenza viva, i regali suscitati da sincera dedizione per l’altro.
E ora il regalo che vorrei chiederti quest’anno: non solo per me, perché non è un regalo che stia in piedi con una persona sola. Donaci un po’ di pazzia: il desiderio, la volontà di fare sempre qualcosa di insolito, di nuovo, di intentato, di creativo. Di uscita da noi stessi e dalle nostre cosucce personali. Provo tristezza nell’assistere alla facilità con cui tante persone che amo e stimo si lasciano catturare dalle ansie e dai vincoli della quotidianità, diventando insensibili a qualsiasi slancio nuovo, a qualsiasi deviazione dall’ordinario. Vorrei essere sempre in crescita, in apertura, in maturazione, e non da solo. Donami un po’ di pazzia, e sarebbe proprio bello se mi donassi di volta in volta dei compagni di viaggio con cui metterla in atto, questa piccola pazzia per assaporare un po’ più a fondo gli orizzonti del vivere.
Donaci la pazzia di saper sempre ritagliare un tempo “altro”, rispetto a tutto il daffare con cui ci riempiamo l’esistenza. La pazzia di saper liberare tempo, spazio, interiore e pratico, per poter cogliere qualche esperienza diversa. Di viaggiare, di sostare, di “perdere tempo” per i propri amici, di esplorare il mondo, di mettersi a servizio di un pezzettino di bene… Portami una parolina “folle” che in fondo alla coscienza mi sappia smuovere, mi faccia cercare la bellezza inattesa, lo sguardo mai sperimentato, l’accoglienza dell’occasione imprevista. Senza l’ansia e l’esigenza di controllare tutto, di irreggimentare tutto.
Qualche sera fa, grazie ad amici artisti mi sono immerso in quel racconto, “L’uomo che cammina” di Christian Bobin, che in poche parole restituisce l’esistenza umana di Gesù di Nazareth. La poesia e la profondità possono ancora accendere la sete interiore di diventare più veri… “L’uomo che cammina è quel folle che pensa che si possa assaporare una vita così abbondante da inghiottire perfino la morte”. Allora, Babbo Natale, portami altri sentieri da intraprendere, alcuni verso mondi sconfinati, altri verso le cose di ogni giorno, da riscoprire continuamente, altri ancora verso le mie sorgenti esistenziali, cui tornare ogni volta ad attingere fiducia e speranza. Un amico mi ha augurato di vivere Natale con un tempo per l’interiorità e un tempo per i poveri. Chi sono oggi i poveri? Quanto sono io oggi di umanità povero? Portami la follia quotidiana di vivere all’interno di queste domande aperte. Domande che siano “sale” della mia vita. Del resto, come dice Bobin, “forse non abbiamo mai avuto altra scelta che tra una parola folle e una parola vana”.
Buoni sentieri di neve e stellate
Giandil
Genova, 24 dicembre 2016

Migrare al contrario…

Migrazione mentale, serve questo, invertire le migrazioni.

Molti vengono verso un mondo troppo benestante che li ha dominati, sfruttati, abbandonati e illusi.

Altri, pian piano, cresciuti qui, vogliono andare verso un mondo piú povero, libero, dove ancora forse c’é spazio per piccole comunità che vivano secondo altre regole, altri tempi, altre prospettive e aspirazioni.

Dopo la grande illusione del consumo e del denaro, invertire la migrazione, e cercare invece più umanità, più socialità, più solidarietà. Cercare una vita con meno strutture e più autenticità, più libertà, più terra. Senza tralasciare la grande sfida dei diritti umani, dell’eguaglianza, dell’autodeterminazione dei popoli, del disarmo e della pace perpetua.

Visione? E dove crediamo di andare senza visioni ideali su cui spenderci?

Giandil

Don Renzo, 9 anni dopo (LiguriTutti.it)

Oggi, 9 anni fa, cadeva dal sentiero don Renzo Ghiglione.
Per non dimenticare il valore e la lucidità del suo modo di stare al mondo, che tanti ha incoraggiato, formato e reso protagonisti, ho recuperato la lettera che don Renzo scrisse nel 2000 alla comunità di Certosa, appena arrivato. Proponeva 4 priorità di lavoro collettivo, “nuovi orizzonti” che richiedevano “risposte adeguate”:
– l’integrazione tra persone di diversa provenienza e cultura;
– le nuove povertà, economiche, di solitudine e di emarginazione;
– la scarsa partecipazione dei giovani alla messa, insieme alla poca disponibilità di molti adulti a intraprendere una seria formazione;
– trovare modi e strumenti per lavorare insieme, confrontarsi, capire come collaborare all’applicazione del Vangelo.
Don Renzo sapeva in molti casi suscitare la generazione dal basso di azioni sociali, senza farsi leader, valorizzando i talenti altrui.
..

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Dove siete Hobbit? Il video di Giandil con la voce di Campanati

Scritto e interpretato da Giandil, ripreso e montato da Guglielmo Cassinelli, il trailer “Dove siete Hobbit?”, girato a Genova in luoghi urbani abbandonati, vanta l’amichevole collaborazione di uno dei migliori attori e registi genovesi di teatro, Enrico Campanati.

Dove sono oggi hobbit, elfi, nani, stregoni, orchi e…uomini? E’ un’illusoria contraddizione cercarli in un mondo deturpato dal progresso selvaggio e così incapace di ritrovare un’armonia con i popoli e con il mondo naturale? Ha ancora senso rifarsi ad una fiaba, ad una Terra di Mezzo dove i piccoli hanno il coraggio di fare la storia? Cosa troviamo per noi stessi e per la vita reale, addentrandoci nelle pieghe del “fantastico”, dimensione tutt’altro che morta? Cosa cerchiamo davvero sui passi di Bilbo, di Gandalf, di Thorin, di Elrond, che parla alla nostra emotività e alla nostra esistenzialità?

Abbiamo scelto di affidare questi versi, queste domande aperte, queste visioni tra realtà e fantasia, alla voce esperta e autentica di Enrico Campanati, e siamo andati a riprendere alcuni dei luoghi urbaniabbandonati più suggestivi di Genova, città di mare, di cantautori, antica repubblica marinara, vecchio triangolo industriale, nella stretta Liguria dove la civiltà è presto respinta sulle scogliere da una natura sorprendente, suggestiva, inesorabile.

Il trailer prelude alle canzoni dell’album Andata e Ritorno di Giandil, ispirato a Lo Hobbit di J.R.R.Tolkien, ne racchiude il senso e l’attualità dei temi, richiama la poesia e la concretezza del cammino, del viaggio reale con occhi capaci di cogliere il fantastico. [Per ascoltare estratti delle canzoni e ordinare l’album in CD o mp3 clicca qui]

Lo Hobbit: un viaggio in 15 canzoni (leganerd.com)

È stato l’amore per la Terra di Mezzo di Tolkien – “il papà di tutti i nerd”, cit. – ad ispirarmi, tre anni fa, l’urgenza di un’avventura ambiziosa: scrivere un album di canzoni sulla fiaba de Lo Hobbit.

La condizione ideale si è rivelata una casa di campagna, in un piovoso giorno primaverile, quando chitarra alla mano e libro aperto accanto alla stufa, le canzoni hanno cominciato a fluire, seguendo il piccolo Bilbo nei passaggi più soffici e più impervi della sua impresa. Il titolo me lo aveva ispirato un amico di vecchia data, Giuseppe Festa, già autore del bellissimo Voci dalla Terra di Mezzo, e oggi romanziere naturalista per Salani. E non poteva che essere “Andata e Ritorno”, come Bilbo stesso intitola il suo manoscritto di memorie.

Nel giro di tre giorni, su un quadernetto ramingo rilegato in pelle mi ritrovavo testi e accordi di 15 canzoni che seguivano lo svolgimento del libro di Tolkien…

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Pagare con la vita la difesa del Creato

Val Codera cascate

Uno studio di Mondo e Missione ripreso da la Stampa racconta i partigiani di oggi che non conosciamo mai abbastanza, che non sosteniamo mai abbastanza.

Berta Cáceres, uccisa il 3 marzo in Honduras
Raimundo dos Santos Rodrigues, ucciso il 25 agosto in Brasile
Emerico Samarca, ucciso l’1 settembre nelle Filippine
padre Fausto Tentorio, ucciso nel 2011 nelle Filippine
Teresita Navacilla, uccisa il 27 gennaio a Mindanao
Nelson Garcia, ucciso il 15 marzo in Honduras
Walter Méndez Barrios, ucciso il 16 marzo in Guatemala
padre Vincent Machozi, ucciso il 21 marzo in Congo R.D.
Sikhosiphi Rhadebe, uccisa il 22 marzo in Sudafrica

Lettera a Repubblica Nomade in cammino da Trieste a Sarajevo

Caro Antonio, cari amici vecchi e nuovi di Repubblica Nomade,

tra poche ore metterete in movimento i vostri corpi, ancora un altro anno, attraverso cieli e terre nuove. E sognando “cieli nuovi e terra nuova” per dirla biblicamente: il sogno di un’Europa capace di rinascere dalle sue ceneri e dalle sue cancrene, ma soprattutto dalle sue energie nascoste e prefiguranti, di riportare in auge la sua bellezza semplice e la sua umanità profonda. Ancora quest’anno non sono con voi con il corpo, ma fortemente con lo spirito. Con chi ho incontrato nelle tappe di Cammina cammina, Stella d’Italia e Freccia d’Europa, ma anche con chi non ho mai incontrato e sento accomunato da quello stesso spirito. Buon cammino, buona strada, buone chiacchierate, buoni sguardi, buoni silenzi, buoni incontri, buoni racconti. Buen vivir, come amano dire i popoli indigeni dell’America Latina. E quanti passi il nostro sistema occidentale deve fare per “progredire” verso un buen vivir nell’ambiente naturale, nelle relazioni umane, nel pensiero e nelle comunità. Quest’anno vi ho in un certo senso preceduto, attraversando la culla dell’umanità, l’Etiopia, per 40 giorni di esperienza, viaggio, volontariato, scoperta. Là dove l’umanità ha mosso i primi passi, dove il corpo sente di corrispondere a tutte le cose, allo scorrere del cosmo, ho camminato tra villaggi e luoghi naturali dove dimensioni che spesso ci ansiano come il tempo, il fare, il denaro, la tecnica, perdono di rilevanza. Ho toccato con mano come il nostro Nord del mondo sia spesso costruito sul superfluo, vincolato al superfluo, prigioniero dei suoi schemi squadrati. Come le disuguaglianze e le enclave di miseria disumana si creino proprio dove arriva l’occidentalizzazione, anche in Africa. Al di fuori è un altro mondo, un altro vivere, con le sue gioie e i suoi dolori.

E’ quello che auguro a voi e a chiunque – con voi o in altre forme – trovi oggi la forza di attraversarlo con i piedi e con il corpo, oltre che con il cuore, questo nostro mondo complesso e incomprensibile: vi auguro di scoprire passo dopo passo, giorno dopo giorno, che esiste Altro, che ci sono altri modi di vivere, di faticare, di sperare, di costruire, di pensare, di gioire. Che da ciò che è Altro, spesso sconosciuto, trascurato o dimenticato, può rifiorire un’essenza preziosa del nostro essere umani. Forse vedrete e scoprirete cose che sapete già, sappiate allora raccontarle, testimoniarle, dare valore e celebrare questa vita come solo nella libertà e nella semplicità dei camminanti si può fare. Liberi di farsi accogliere, di farsi aiutare, di andare oltre, di partire e di arrivare.

A voi e alla vostra capacità di visione, di coraggio, di pazzia, devo molto. Su altri sentieri, ma nella stessa direzione umana e spirituale, vi accompagno e mi impegno con voi. Fino al prossimo incontro.

 

Giacomo

4 giugno 2016

Trailer dell’album di Giandil su Lo Hobbit

La speranza che l’Amore germogli

 foto Luca D'Alessandro

Spunti per il cammino dei giorni di Pasqua. Brani consigliati da leggere e meditare: Esodo dal capitolo 1 al capitolo 14; Vangelo secondo Matteo dal capitolo 14,10 al capitolo 16,8.

C’è una dimensione credente e una non credente in ciascuno di noi. E’ tempo di superare la banale distinzione tra credenti e non credenti, debole etichetta che si basa troppo spesso su cosa si dice, e non su come si vive.

In questi giorni abbiamo un’opportunità: raccogliere l’invito di centinaia, migliaia di persone durante la storia, a fermarci sugli ultimi momenti di vita di Gesù di Nazareth.

Nel suo atteggiamento umano possiamo trovare strumenti per aprire la nostra esperienza di vita: a orizzonti più alti, più profondi, a dimensioni di salvezza (per noi e per altri).

Il primo aspetto dei giorni di Pasqua è fare memoriale: non è solo memoria, fine a se stessa, di qualcosa di passato e finito; memoriale è fare memoria attualizzando, ridare significato in base al tempo presente, rendere nuovamente “viva e vera” un’esperienza vissuta e trasmessa da altri.

Il secondo aspetto è lasciarci interpellare dalle sfide e le ingiustizie attorno a noi, tra noi, e impegnarci in un cammino di liberazione da ogni schiavitù (da ogni “Egitto”), come Mosé per il suo popolo.

Il terzo aspetto è metterci alla scuola (mai sufficiente) della lavanda dei piedi, simbolo da rendere concreto e verificabile nel nostro quotidiano. A chi laviamo i piedi? Chi lava i nostri piedi? Quando superiamo le barriere dei nostri ambienti selezionati e rassicuranti, e laviamo i piedi ai “più poveri tra i poveri”, come diceva Madre Teresa?

In questi giorni possiamo aprirci ad una novità così assente ed esorcizzata dal nostro quotidiano: il silenzio. Possiamo imparare a fare silenzio, ad acquietare il superfluo e il consueto che ci riempie la testa, a dare spazio a risonanze interiori. Di fronte alla croce. Di fronte a tutti i crocifissi della storia. A chi soffre da innocente. Alla sofferenza gratuita e insensata.

Cosa è vivere da risorti? Cosa è dare un senso alto alla propria vita, un senso tale da superare la morte, in qualsiasi momento essa sopraggiunga?

Pasqua è “passaggio”: passare da una vita poco autentica ad una vita pienamente autentica, libera. Fare atto di fede che imitare Gesù nel modo di stare al mondo sia la realizzazione più alta dell’essere umani.

Cos’è questo svuotare se stesso sulla croce? Questo rinunciare a difendersi con i mezzi della forza, della violenza, del potere, del consenso? Cos’è questo farsi mangiare vivi dagli altri, farsi maciullare come i chicchi di grano nel pane, gli acini d’uva nel vino?

Io nel vedere quest’uomo che muore, madre io provo dolore. Nella pietà che non cede al rancore, madre ho imparato l’Amore”.

Camminiamo, fisicamente e spiritualmente, per ritrovare libertà, semplicità di vita, strade antiche di pellegrini e ospitalizi; dimensioni che aprono all’umanità oltre i limiti del tempo e dello spazio, oltre i nostri limiti. A salvarci, a dare senso alla nostra vita impegnata in questa umanità, è la speranza: che morte e ingiustizia non sono l’ultima parola. Che la vita ce l’abbiamo davvero nel momento in cui la diamo. Che nell’oscurità più sterile, l’Amore germoglia.


Cfr Carlo Maria Martini, Vita di Mosé (Borla)

Cfr Giuseppe Florio, Celebriamo la Pasqua per il mondo intero (dispense)

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