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Canto del Ramingo

Cammino e spiritualità sui sentieri di Giandil

Category: Pensieri (Page 1 of 5)

Nella grotta di Byron a Portovenere

Vi è un piacere nei luoghi inesplorati
e un’estasi nelle spiagge deserte,
vi è una compagnia che nessuno può turbare
presso il mare profondo,
e una musica nel suo ruggito…
G. Byron
 

Accogliere ed essere accolti

Un Ramingo vive per accogliere e ad essere accolto. E’ l’atteggiamento e l’orizzonte che dà senso alla sua esistenza. E’ la pratica di fondo che la illumina, e che genera ogni altra pratica. Questo motto contiene in sé e giustifica tutti i principali caratteri dell’essere Ramingo.

Accogliere implica un’apertura d’animo; una disponibilità all’ascolto; una piacevolezza dell’incontro; un impegno nel servizio. Implica l’apertura all’inatteso; ai bisogni; alla diversità; alla compassione e comprensione.

Accogliere implica avere un luogo in cui accogliere. Può essere il proprio stesso animo, quando si è nomadi. Ma può e dev’essere anche un luogo fisico, un proprio riferimento, auspicabilmente un luogo di comunità, di vita, di coinvolgimento ma anche di riposo e pace.

Accogliere implica la disponibilità al cambiamento e alla contaminazione, di continuo, per tutta la propria vita. Ma implica anche una solidità interiore; una serenità di fondo; una libertà dalle angosce e dalle paure di sistema; queste tre dimensioni rendono infatti possibile essere aperti, raggiungibili, consenzienti all’accoglienza, che non avviene mai in condizioni ideali, che costa sempre qualcosa in fatto di tranquillità. Solo lasciando consapevolmente sguarnite le difese dell’istinto e dell’egocentrismo, ci si fa accoglienti in qualunque situazione.

Il Ramingo cerca la comunità e la meditazione interiore, ovvero la vita con gli altri e la vita con se stesso; il Ramingo cerca la povertà e la semplicità conviviale, rifiuta la logica dell’accumulo e del controllo ferreo; e così facendo impara continuamente a vivere per accogliere. A partire dall’accoglienza si apre all’inatteso e al servizio di quell’umanità che ha bisogno di essere accolta.

Il Ramingo è per natura, richiamo e scelta un viandante del mondo, a partire dal proprio luogo, e dunque vive per essere accolto.

Essere accolto implica il nomadismo, il gusto di mettersi in viaggio e in cammino, non con potenza che rende protetto né con ricchezza che rende autosufficiente; il viaggio si realizza con semplicità, con esplicita dipendenza da chi si incontra, da chi abita i luoghi in cui si transita.

Essere accolto implica la disponibilità ad essere debole, per sperimentare di aver bisogno dell’altro, per godere della gratuità del bene altrui. Ma implica anche la volontà di essere forte, di adattarsi alle situazioni più spartane, di muoversi in territori inesplorati e non sicuri.

Essere accolto implica la volontà di entrare in punta di piedi, temporaneamente, nelle vite altrui, per gettare uno sguardo gentile e curioso su come vivono e scelgono di vivere altre persone, altre comunità. E’ la minuziosa e infinita accumulazione di un tesoro nomade, quello che allarga il cuore di chi viaggia con esperienze, testimonianze, racconti, silenzi, gesti, ricordi, verità.

Essere accolto implica un cammino per diventare amichevole, amabile, di supporto e di compagnia per chiunque accolga. Implica la capacità di individuare le persone disponibili all’ospitalità, e di suscitarla in chi non è solito adottarla. Implica la voglia di interessarsi alle vite degli altri, al loro stato d’animo, alle cose importanti della loro vita, da ascoltare, di volta in volta, accompagnandole nel tempo. Implica anche però la capacità di stare da solo, essere autonomo e poco invadente, per non pesare eccessivamente sulla quotidianità di chi ospita.

Il Ramingo cerca la sua vita e la sua verità tra la fatica di diventare accogliente e il desiderio di essere accolto. E’ il suo modo di mettersi a servizio degli altri: non per quello che fa, ma per quello che è. E’ il suo orecchio per ascoltare la realtà e la vita che scorre. E’ il suo sorriso per offrire attenzione e incoraggiamento con completa gratuità. E’ la sua lucerna per creare comunione tra piccole luci disperse in grandi distanze. E’ la sua fragilità per farsi piccolo e diventare accessibile e bisognoso di relazione. Il Ramingo vive per accogliere e per essere accolto. Per stare fermo, e avere un luogo da chiamare “casa di tutti”. Per stare in movimento, e avere un mondo di sentieri e rifugi da chiamare “casa propria”.

Giandil

Nel presente di ora

Il cammino è lento

forte come la vita

silenzioso come l’aria

trascinante gravità.

E’ ascolto del corpo

di piedi, gambe, spalle

è accogliere il sole

che arrossa la pelle.

Ma il cammino è lento

non ha pericoli

non ha sviste

non ha contrattempi

il cammino è imprevisto

è tutto imprevisti

va pensato al minuto.

Partenza e arrivo lo devono scandire

ma a cosa giova una serata vuota

dove non mastichi ciò che hai mangiato?

Il cammino è rileggere

luce e oscurità

è uscire da sè

staccare la spina

è ritrovare se stessi

svuotarsi di superfluo.

Non angoscia il cammino

ma fa faticare

incide il corpo

prova lo spirito

semplicemente crede

lucidamente sopporta

eternamente spera

nel presente di ora.

(Piazzo, Val Borbera, 15 aprile 2017)

(foto di Luca D’Alessandro)

Per non diventare consumatori

Foto della pagina facebook Maurizio Pallante

 

Comprare qualcosa di nuovo dovrebbe essere sempre l’ultima spiaggia.

Prima aggiustare, riusare, prendere in prestito, scambiare, regalare, comprare usato. E comprare comunque il meno possibile.

Togliere dalla propria mente la sensazione di bisogno e di realizzazione legata al comprare qualcosa di più.

Esigere leggi contro l’obsolescenza programmata dei prodotti.

Esigere la scorporazione del costo dell’imballaggio (più ne compri, più ti accorgi di pagarlo).

Esigere la vendita di prodotti sfusi. Esigere il divieto di imballaggi non facilmente riciclabili. Esigere il vetro a rendere.

Esigere il ritorno a una umanità sensata.

Visioni

“Formare cittadini liberi e consapevoli”
e ripartire dalle periferie dell’esistenza
costituendosi in piccole comunità di famiglie
anti-sistema, anti-povertà, pro-creatività.
#felicitàcondivisa #cambiamonoi #incammino

Caro Babbo Natale…

renne
Caro Babbo Natale,
lo so che è tardi per una lettera, ma non ti devi preoccupare: non sono qui a chiederti “cose”. Per quanto spero che i tuoi amici folletti abbiano avuto il loro bel daffare nel confezionare regali per i bambini di tutto il mondo. Sai, dalle nostre parti si sta perdendo la bellezza della manualità, di ciò che è semplice e che lascia spazio alla creatività del gioco… Scusa anche se continuo a scriverti ben oltre la maggiore età, ma proprio non capisco quelli tanto ansiosi di lasciar tramontare la tua leggenda reale, la magia del mistero, la speranza della meraviglia. Come se non fosse vero che il mondo conserva ancora un po’ di magica meraviglia grazie a tutti i Babbo Natale come te che si prendono la briga di omaggiarlo, sorprendendo e dedicando un’attenzione a tutte le creature più tristi e bisognose.
Tu che rappresenti una storia di culture lontane che si incontrano, che fondi in te l’impacciata aura sacrale delle divinità nordiche e la bonaria solerzia di un pastore orientale, sai bene cosa intendo. Sai che qui da noi, anche per questioni climatiche, il Natale si rappresenta con le finzioni: finti abeti, luci plasticose, neve di polistirolo, canzoni importate per fare atmosfera. Sai anche che il protagonista della “natività” celebrata passa sempre più inosservato, quasi inutile ai fini di una generica festicciola annuale in cui farsi auguri e regali. E allora la fiaba, così vera umanamente, si fa sempre più finto sfondo, dal momento che non abbiamo alcuna intenzione di realizzarla: con le fiabe è così, ci dicono tanto di vero sulla nostra esistenza, e così preferiamo lasciarle fiabe, ché prendersi l’impegno a realizzarle sarebbe decisamente scomodo per ciascuno di noi. Non sarebbe invece bellissimo vivere circondati da alberi veri da addobbare, in villaggi veri da decorare insieme, con Babbo Natale veri a muoversi di soppiatto nella notte santa per portare dolci e regali ai più piccoli e dimenticati? Pare di no. O forse sì, ma inconciliabile con i nostri obiettivi di “gente in carriera” e “civiltà di progresso”.
Caro Babbo Natale, aiutami innanzitutto a saper vedere e apprezzare le cose buone che questo tempo natalizio sa suscitare nelle persone di cuore aperto. Aiutami a sentire gratitudine per queste persone, che hanno tanto da insegnarmi. Portami quel tuo spirito capace di viaggiare per incontrare. Portami quella tua umiltà capace di donare senza farsi vedere. Portami quella tua sensibilità capace di interpretare e ascoltare i desideri più profondi di ciascuna persona che incontro. Rendi più visibili gli alberi fatti con cuore puro, i presepi che raccontano essenzialità e attesa vigile, i canti che ricreano comunità, le veglie silenziose di perdono e presenza viva, i regali suscitati da sincera dedizione per l’altro.
E ora il regalo che vorrei chiederti quest’anno: non solo per me, perché non è un regalo che stia in piedi con una persona sola. Donaci un po’ di pazzia: il desiderio, la volontà di fare sempre qualcosa di insolito, di nuovo, di intentato, di creativo. Di uscita da noi stessi e dalle nostre cosucce personali. Provo tristezza nell’assistere alla facilità con cui tante persone che amo e stimo si lasciano catturare dalle ansie e dai vincoli della quotidianità, diventando insensibili a qualsiasi slancio nuovo, a qualsiasi deviazione dall’ordinario. Vorrei essere sempre in crescita, in apertura, in maturazione, e non da solo. Donami un po’ di pazzia, e sarebbe proprio bello se mi donassi di volta in volta dei compagni di viaggio con cui metterla in atto, questa piccola pazzia per assaporare un po’ più a fondo gli orizzonti del vivere.
Donaci la pazzia di saper sempre ritagliare un tempo “altro”, rispetto a tutto il daffare con cui ci riempiamo l’esistenza. La pazzia di saper liberare tempo, spazio, interiore e pratico, per poter cogliere qualche esperienza diversa. Di viaggiare, di sostare, di “perdere tempo” per i propri amici, di esplorare il mondo, di mettersi a servizio di un pezzettino di bene… Portami una parolina “folle” che in fondo alla coscienza mi sappia smuovere, mi faccia cercare la bellezza inattesa, lo sguardo mai sperimentato, l’accoglienza dell’occasione imprevista. Senza l’ansia e l’esigenza di controllare tutto, di irreggimentare tutto.
Qualche sera fa, grazie ad amici artisti mi sono immerso in quel racconto, “L’uomo che cammina” di Christian Bobin, che in poche parole restituisce l’esistenza umana di Gesù di Nazareth. La poesia e la profondità possono ancora accendere la sete interiore di diventare più veri… “L’uomo che cammina è quel folle che pensa che si possa assaporare una vita così abbondante da inghiottire perfino la morte”. Allora, Babbo Natale, portami altri sentieri da intraprendere, alcuni verso mondi sconfinati, altri verso le cose di ogni giorno, da riscoprire continuamente, altri ancora verso le mie sorgenti esistenziali, cui tornare ogni volta ad attingere fiducia e speranza. Un amico mi ha augurato di vivere Natale con un tempo per l’interiorità e un tempo per i poveri. Chi sono oggi i poveri? Quanto sono io oggi di umanità povero? Portami la follia quotidiana di vivere all’interno di queste domande aperte. Domande che siano “sale” della mia vita. Del resto, come dice Bobin, “forse non abbiamo mai avuto altra scelta che tra una parola folle e una parola vana”.
Buoni sentieri di neve e stellate
Giandil
Genova, 24 dicembre 2016

Migrare al contrario…

Migrazione mentale, serve questo, invertire le migrazioni.

Molti vengono verso un mondo troppo benestante che li ha dominati, sfruttati, abbandonati e illusi.

Altri, pian piano, cresciuti qui, vogliono andare verso un mondo piú povero, libero, dove ancora forse c’é spazio per piccole comunità che vivano secondo altre regole, altri tempi, altre prospettive e aspirazioni.

Dopo la grande illusione del consumo e del denaro, invertire la migrazione, e cercare invece più umanità, più socialità, più solidarietà. Cercare una vita con meno strutture e più autenticità, più libertà, più terra. Senza tralasciare la grande sfida dei diritti umani, dell’eguaglianza, dell’autodeterminazione dei popoli, del disarmo e della pace perpetua.

Visione? E dove crediamo di andare senza visioni ideali su cui spenderci?

Giandil

Don Renzo, 9 anni dopo (LiguriTutti.it)

Oggi, 9 anni fa, cadeva dal sentiero don Renzo Ghiglione.
Per non dimenticare il valore e la lucidità del suo modo di stare al mondo, che tanti ha incoraggiato, formato e reso protagonisti, ho recuperato la lettera che don Renzo scrisse nel 2000 alla comunità di Certosa, appena arrivato. Proponeva 4 priorità di lavoro collettivo, “nuovi orizzonti” che richiedevano “risposte adeguate”:
– l’integrazione tra persone di diversa provenienza e cultura;
– le nuove povertà, economiche, di solitudine e di emarginazione;
– la scarsa partecipazione dei giovani alla messa, insieme alla poca disponibilità di molti adulti a intraprendere una seria formazione;
– trovare modi e strumenti per lavorare insieme, confrontarsi, capire come collaborare all’applicazione del Vangelo.
Don Renzo sapeva in molti casi suscitare la generazione dal basso di azioni sociali, senza farsi leader, valorizzando i talenti altrui.
..

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Pagare con la vita la difesa del Creato

Val Codera cascate

Uno studio di Mondo e Missione ripreso da la Stampa racconta i partigiani di oggi che non conosciamo mai abbastanza, che non sosteniamo mai abbastanza.

Berta Cáceres, uccisa il 3 marzo in Honduras
Raimundo dos Santos Rodrigues, ucciso il 25 agosto in Brasile
Emerico Samarca, ucciso l’1 settembre nelle Filippine
padre Fausto Tentorio, ucciso nel 2011 nelle Filippine
Teresita Navacilla, uccisa il 27 gennaio a Mindanao
Nelson Garcia, ucciso il 15 marzo in Honduras
Walter Méndez Barrios, ucciso il 16 marzo in Guatemala
padre Vincent Machozi, ucciso il 21 marzo in Congo R.D.
Sikhosiphi Rhadebe, uccisa il 22 marzo in Sudafrica

Lettera a Repubblica Nomade in cammino da Trieste a Sarajevo

Caro Antonio, cari amici vecchi e nuovi di Repubblica Nomade,

tra poche ore metterete in movimento i vostri corpi, ancora un altro anno, attraverso cieli e terre nuove. E sognando “cieli nuovi e terra nuova” per dirla biblicamente: il sogno di un’Europa capace di rinascere dalle sue ceneri e dalle sue cancrene, ma soprattutto dalle sue energie nascoste e prefiguranti, di riportare in auge la sua bellezza semplice e la sua umanità profonda. Ancora quest’anno non sono con voi con il corpo, ma fortemente con lo spirito. Con chi ho incontrato nelle tappe di Cammina cammina, Stella d’Italia e Freccia d’Europa, ma anche con chi non ho mai incontrato e sento accomunato da quello stesso spirito. Buon cammino, buona strada, buone chiacchierate, buoni sguardi, buoni silenzi, buoni incontri, buoni racconti. Buen vivir, come amano dire i popoli indigeni dell’America Latina. E quanti passi il nostro sistema occidentale deve fare per “progredire” verso un buen vivir nell’ambiente naturale, nelle relazioni umane, nel pensiero e nelle comunità. Quest’anno vi ho in un certo senso preceduto, attraversando la culla dell’umanità, l’Etiopia, per 40 giorni di esperienza, viaggio, volontariato, scoperta. Là dove l’umanità ha mosso i primi passi, dove il corpo sente di corrispondere a tutte le cose, allo scorrere del cosmo, ho camminato tra villaggi e luoghi naturali dove dimensioni che spesso ci ansiano come il tempo, il fare, il denaro, la tecnica, perdono di rilevanza. Ho toccato con mano come il nostro Nord del mondo sia spesso costruito sul superfluo, vincolato al superfluo, prigioniero dei suoi schemi squadrati. Come le disuguaglianze e le enclave di miseria disumana si creino proprio dove arriva l’occidentalizzazione, anche in Africa. Al di fuori è un altro mondo, un altro vivere, con le sue gioie e i suoi dolori.

E’ quello che auguro a voi e a chiunque – con voi o in altre forme – trovi oggi la forza di attraversarlo con i piedi e con il corpo, oltre che con il cuore, questo nostro mondo complesso e incomprensibile: vi auguro di scoprire passo dopo passo, giorno dopo giorno, che esiste Altro, che ci sono altri modi di vivere, di faticare, di sperare, di costruire, di pensare, di gioire. Che da ciò che è Altro, spesso sconosciuto, trascurato o dimenticato, può rifiorire un’essenza preziosa del nostro essere umani. Forse vedrete e scoprirete cose che sapete già, sappiate allora raccontarle, testimoniarle, dare valore e celebrare questa vita come solo nella libertà e nella semplicità dei camminanti si può fare. Liberi di farsi accogliere, di farsi aiutare, di andare oltre, di partire e di arrivare.

A voi e alla vostra capacità di visione, di coraggio, di pazzia, devo molto. Su altri sentieri, ma nella stessa direzione umana e spirituale, vi accompagno e mi impegno con voi. Fino al prossimo incontro.

 

Giacomo

4 giugno 2016

La speranza che l’Amore germogli

 foto Luca D'Alessandro

Spunti per il cammino dei giorni di Pasqua. Brani consigliati da leggere e meditare: Esodo dal capitolo 1 al capitolo 14; Vangelo secondo Matteo dal capitolo 14,10 al capitolo 16,8.

C’è una dimensione credente e una non credente in ciascuno di noi. E’ tempo di superare la banale distinzione tra credenti e non credenti, debole etichetta che si basa troppo spesso su cosa si dice, e non su come si vive.

In questi giorni abbiamo un’opportunità: raccogliere l’invito di centinaia, migliaia di persone durante la storia, a fermarci sugli ultimi momenti di vita di Gesù di Nazareth.

Nel suo atteggiamento umano possiamo trovare strumenti per aprire la nostra esperienza di vita: a orizzonti più alti, più profondi, a dimensioni di salvezza (per noi e per altri).

Il primo aspetto dei giorni di Pasqua è fare memoriale: non è solo memoria, fine a se stessa, di qualcosa di passato e finito; memoriale è fare memoria attualizzando, ridare significato in base al tempo presente, rendere nuovamente “viva e vera” un’esperienza vissuta e trasmessa da altri.

Il secondo aspetto è lasciarci interpellare dalle sfide e le ingiustizie attorno a noi, tra noi, e impegnarci in un cammino di liberazione da ogni schiavitù (da ogni “Egitto”), come Mosé per il suo popolo.

Il terzo aspetto è metterci alla scuola (mai sufficiente) della lavanda dei piedi, simbolo da rendere concreto e verificabile nel nostro quotidiano. A chi laviamo i piedi? Chi lava i nostri piedi? Quando superiamo le barriere dei nostri ambienti selezionati e rassicuranti, e laviamo i piedi ai “più poveri tra i poveri”, come diceva Madre Teresa?

In questi giorni possiamo aprirci ad una novità così assente ed esorcizzata dal nostro quotidiano: il silenzio. Possiamo imparare a fare silenzio, ad acquietare il superfluo e il consueto che ci riempie la testa, a dare spazio a risonanze interiori. Di fronte alla croce. Di fronte a tutti i crocifissi della storia. A chi soffre da innocente. Alla sofferenza gratuita e insensata.

Cosa è vivere da risorti? Cosa è dare un senso alto alla propria vita, un senso tale da superare la morte, in qualsiasi momento essa sopraggiunga?

Pasqua è “passaggio”: passare da una vita poco autentica ad una vita pienamente autentica, libera. Fare atto di fede che imitare Gesù nel modo di stare al mondo sia la realizzazione più alta dell’essere umani.

Cos’è questo svuotare se stesso sulla croce? Questo rinunciare a difendersi con i mezzi della forza, della violenza, del potere, del consenso? Cos’è questo farsi mangiare vivi dagli altri, farsi maciullare come i chicchi di grano nel pane, gli acini d’uva nel vino?

Io nel vedere quest’uomo che muore, madre io provo dolore. Nella pietà che non cede al rancore, madre ho imparato l’Amore”.

Camminiamo, fisicamente e spiritualmente, per ritrovare libertà, semplicità di vita, strade antiche di pellegrini e ospitalizi; dimensioni che aprono all’umanità oltre i limiti del tempo e dello spazio, oltre i nostri limiti. A salvarci, a dare senso alla nostra vita impegnata in questa umanità, è la speranza: che morte e ingiustizia non sono l’ultima parola. Che la vita ce l’abbiamo davvero nel momento in cui la diamo. Che nell’oscurità più sterile, l’Amore germoglia.


Cfr Carlo Maria Martini, Vita di Mosé (Borla)

Cfr Giuseppe Florio, Celebriamo la Pasqua per il mondo intero (dispense)

Elogio del silenzio

di Asiel | Alessia Traverso

Viandante sul mare di nebbia, C. D. Friedrich

Nella Città Grigia cala la notte. Le strade si fanno buie e la vista fatica. Rumori, rumori sempre. Ho atteso giorni in cerca di un silenzio che qui, nella Città  Grigia, non esiste. Attraverso una strada, protetta del ticchettio insistente di un semaforo verde. Lo stridio di una frenata. Clacson e voci pesanti. Rumori. Cammino verso la ferrovia, mentre in lontananza fa eco una sirena, forse di dolore o forse di speranza. Il rumore si sovrappone a mille altri, freddi, metallici. Mille passi sulla passerella d’acciaio, una gru che si muove nel cantiere, un treno che corre furioso. Non si ferma, mi assorda. La voce registrata annuncia numeri, ritardi e ancora numeri, lontana e glaciale. Lo stampo dell’obliteratrice, poi una saracinesca si abbassa. Qualcuno ascolta musica gracchiante, non richiesta. Rumori nella Città Grigia. Salgo sul treno. Un fischio, ancora voci, annunci e pubblicità che impediscono di trovare pace. Scendo, il passo svelto di sempre, in fuga costante. Ma la Città Grigia non lascia scampo. Lo sbuffo di un bus mi colpisce all’improvviso. Nei negozi la musica è trapanante, non mi riesco a concentrare. Entro ed esco, rapida, senza aver concluso. Ancora passi veloci e ancora treni e stridio di freni e voci registrate. Mi guardo intorno. Quattro alberi lungo il viale urlano, muti nel vento. Cerco la loro voce frusciante, come ad affermare che esistono. Troppo labile lamento, soffocato dalla baraonda di grida e stridii, dal cemento che riflette tristezza. E’ la Città Grigia alienante? No, essa è umana… Un tocco d’uomo in ogni luogo. Il selvaggio tenta d’infilarsi dalle fessure della città. A volte vince: l’infuriare del vento, il richiamo di una rondine. Fuggi piccola, sii libera. Cerca suoni e armonie, lontano da questa umanità ingabbiata. Io cercherò di raggiungerti. Chiudo gli occhi ma tutto resta. Rumori. Sono liberi i miei sensi? Vigili, costanti, incontrollabili, mi costringono a non spegnere il contatto tra anima e realtà. Non voglio sentire, non oggi. Cerco armonia nell’anima con il suono del silenzio, desidero immergermi nella sua immensità. La risposta è via. Abbandonare la Città Grigia. Scelgo la bellezza. Ascolto il silenzio.

LETTERA A BABBO NATALE (2015)

Caro Babbo Natale,
scrivo a te che ami esser viandante, preparare doni e fare visita a quanti sono più piccoli e bisognosi di esser considerati. Per favore, chiedi agli Gnomi del tuo villaggio (so che è nei pressi di Rovaniemi, nella Lapponia finlandese) di condensare in una polvere magica questo tuo spirito. Se me ne porti un po’, forse posso imparare anche io a sfruttare un momento come il Natale per “farmi presente” ad amici che ne hanno particolarmente bisogno. Non è forse un bel momento, il Natale, per regalarsi a vicenda la propria amicizia? Per fare bilancio dei propri rapporti, e fare progetto perché crescano? Caro Babbo Natale, troppe persone intorno a me non fanno progetti sulle amicizie. Oh, l’amicizia è una cosa seria! A parer mio, è la forma più alta di relazione umana. “Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici”, diceva qualcuno, un viandante anche lui. Eh già, l’amicizia è una crescita insieme, una condivisione gratuita, una fatica anche, dove non c’è spazio per attrazione istintuale, come nella coppia. No, l’amicizia è scelta continua, nell’esser praticata… Allora ti chiedo un po’ di quella polvere magica, per ravvivare, celebrare e intensificare le mie relazioni.
Sai, Babbo Natale (ma è vero che ti chiami Jaulupukki?! Ma che lingua parlate lassù?), tra pochi giorni l’esperienza di vita comunitaria qui a Banchi compirà due anni. Tantissimi doni hanno attraversato questo tempo, questi luoghi. Tantissime relazioni, tra le più preziose. Mi verrebbe da chiederti tantissime cose che qui son da rifare, finestre, pavimenti, stufe, luci… Ma mi trattengo. Un pezzo alla volta, sono sicuro che riusciremo a recuperare tutto ciò che serve, grazie al riuso. E d’altronde, niente come l’estrema semplicità di vita mi sta aiutando a tenere fermi certi valori, certe libertà, a dare peso alle cose veramente importanti, senza distrarmi e riempirmi di cose materiali…
L’anno scorso ti ho chiesto degli alberi. Quest’anno ti chiedo dei compagni di viaggio. Amici vecchi e nuovi che abbiano desiderio e coraggio di pianificare qualche dolce follia, camminate, viaggi a piedi, esplorazioni del mondo… Sai, sempre più son circondato di persone già rassegnate al tram tram quotidiano, al “si deve fare”, alle ansie e alle paure di non farcela. Ma se proprio noi non osiamo un po’, procurandoci esperienze imprevedibili, avventurose, in cui crescere e comprenderci meglio, cosa ci stiamo a fare? Ecco, Babbo Natale, portami un po’ di avventura. Me ne serve una bella scorta, per non lasciarmi mai chiudere nell’abitudine e nella comodità. Un po’ di avventura è l’unica via di fuga dal mio presunto limite, l’unica rampa di accesso a parti inesplorate di me, e a relazioni significative cui dare spazio per fruttificare.
Tra le cose più belle capitate quest’anno, ho iniziato a insegnare un po’ di chitarra ai bambini della Staffetta, sai, quel centro in Via Pré che raccoglie ogni giorno scriccioli di tutti i colori, per giocare, imparare, vivere il quartiere… Imparare chitarra per molti di loro sarebbe stata una prospettiva insostenibile, inconcepibile. Ad alcuni brillano gli occhi ogni volta che si va a suonare. Imparano velocissimi. Vorrei chiederti un pizzico di coraggio in più, di costanza, di umiltà e di capacità, per dare loro, in tutti i sensi, uno strumento in più verso la bellezza di sé.
Ehi Babbo Natale, guarda che mi sto anche documentando su di te. Sono stufo di sentir dire in giro – senza la minima sensibilità verso chi, come me, alle fiabe intende crederci – che sei solo un testimonial pubblicitario creato dalla Coca Cola. A parte che io non la compro mai la Coca Cola, viste le porcherie che combina da multinazionale nei paesi più poveri, dove a causa delle sue fabbriche manca l’acqua o fallisce l’agricoltura locale. Ah, se più gente usasse i soldi con un senso (e una coscienza), quante cose si potrebbero cambiare solo per le leggi di mercato…banche armate che falliscono, multinazionali che cambiano atteggiamenti, aziende che vendono energia pulita e non “sporca”, barche che pescano il pesce senza distruggere i fondali…
Ma scusami, non cambiamo discorso. Mi sto documentando proprio su di te. Ho capito che hai la barba bianca di Odino, il misterioso dio nordico, e forse anche la sua slitta trainata da cavalli volanti… Ma hai anche la veste rossa e il cappello da San Nicola, un buon pastore per la sua gente e i suoi piccoli. Insomma, te la cavi bene a stare tra fiaba e realtà, e non manchi di far visita ai piccoli, a chi ha più bisogno, come un bravo nonno che si prende cura della sua gente. Chissà quanti come te, che incarnano il tuo spirito. Quanti Babbo Natale necessita il nostro mondo… Discreti, silenziosi, consapevoli, sensibili. Portami un po’ della tua saggezza in questo: non farmi perdere di vista tante persone che rischio di trascurare. Non rendermi restio a mettermi a servizio di persone nuove, a costruire da zero, e a coltivare ciò che è seme buono.
Scusa Babbo Natale, anche stavolta ho scritto troppo. Non so se potrai portarmi tutto ciò che ti ho chiesto. Tu sai valutare meglio di me. Se è vero che sei stato anche un Vescovo, capisci bene che ora vado a rileggermi quel racconto bellissimo da cui prende vita il Natale: la nascita di Gesù, a Betlemme di Palestina, circa due millenni fa. Attualizzandolo, sento rinascere la fiducia. Non siamo un mondo destinato al caso e al declino. Siamo un mondo dove proprio nel luogo più piccolo e irrilevante, nella notte più buia ed ostile, può nascere una luce di speranza.
Tuo
Giacomo
Genova, 22 dicembre 2015

 

Le Blanc

Andrea Bianchi è stato un professore di lettere ed un amico, un maestro di amore per la cultura, la letteratura, la critica e la ricerca del pensiero.

Se ne è andato troppo presto, proprio lui che aveva letto, nel mio spettacolo Passeggiata a Spoon River, la poesia di Charles Bukowski di cui sono innamorato: “Non ce la fanno, i belli non resistono…sono le farfalle, sono le colombe, sono i passeri, che non ce la fanno…”.

Con lui mi accorgo di aver avuto le discussioni più stimolanti e per me “maieutiche” di riflessioni, motivazioni, opinioni, sia in fatto di fede sia in fatto di politica. Le rare discussioni costruttive perché incontro curioso e affine tra sguardi ed esperienze pur molto diverse.

Con lui abbiamo come studenti ricevuto la provocazione ad amare lo studio, gli autori, le letture ben declamate, la potenza fragile e immortale delle parole e delle opere. Con lui ci siamo sentiti liberi di essere noi stessi come studenti, ma anche di fare di più, di organizzare uscite e autogestioni, di metterci in gioco nel discorso politico, di giocare e divertirci in un confine scardinato tra scolastico ed extra-scolastico.

Non ce la fanno. I belli non resistono. Andrea è sparito così, sul più bello, quando cominciava a cimentarsi in cose nuove, traduzioni, articoli, ricerche su Camus, spettacoli, nuovi filoni cui prestare la sua enorme cultura appassionata, e la sua passione per la vita del mondo. Andrea è sparito quando poteva dare più che mai, ma anche dopo aver dato a sufficienza, ben oltre il suo “mestiere”, in una missione per cui aveva la vocazione, avendo tirato su generazioni di ragazzi i cui i frutti si colgono fin da subito.

Negli ultimi mesi l’ho cercato invano, io come tanti. Ha preferito chiudersi, con pochi cari, salvo rispondere cortesemente ai messaggi che gli arrivavano. Forse è solo un po’ di egoismo, un po’ di rimpianto e impotenza a lasciarmi l’amaro in bocca, o forse è il timore che Andrea potrebbe essersi lasciato più solo di quanto non sarebbe stato, limitando quella dimensione speciale che si crea nelle relazioni quando la morte le rasenta, sublimando ogni gesto, ogni scambio, ogni affetto con incisività più forte che mai. Eppure ha dato, e ha continuato a dare, questo legame che me lo faceva sentire presente, vicino, ridondante in fiducia e curiosità.

Al funerale, una celebrazione laica intensa e bellissima, animata da studenti e amici, si è respirato quel Colombo di cui siamo stati parte, protagonisti e fortunate vittime, quel Colombo di quattro o cinque annate che ha intessuto con professori, presidi e vita scolastica in senso lato un rapporto comunitario, solidale, amichevole, appassionato. Più unico che raro, credo.

All’ultimo saluto, assiepati e silenziosi, si è respirata un’atmosfera contemplativa, profumata di lacrime, turbamento e legami caldi. Così cerchiamo di raccogliere e discernere tutto ciò che Andrea ci ha trasmesso e suscitato, per andare avanti con speranza e decisione, in cerca di relazione, di saggezza umana, di quel mai rimovibile monito: “sol nella libertà l’anima è intera”.

“…dico che lascio parole d’amore:

dico quelle che scrissi e che non scrissi,

dico quelle che dissi e che non dissi,

quelle pensate e quelle non pensate,

ma che, a pensarci, però, ci pensavo.”

[Novissimum Testamentum – Edoardo Sanguineti]

Un debole per gli alberi

di Valentina Benedictis

Alberi (Valentina Benedictis)

Ho sempre avuto un debole per gli alberi.
Quando ero piccola e papà mi portava per funghi non c’era verso che ne trovassi uno, dato che vagavo costantemente con la testa per aria, come ipnotizzata dalle forme strane dei rami, dai disegni che credevo di intravvedere nelle cortecce, dalle foglie tutte diverse tra loro. In compenso, pretendevo che mi dicesse il nome di ognuno di quei giganti che esercitavano tanto fascino su di me e che mi insegnasse a distinguerli in base alla forma delle loro bellissime foglie.
Da più grande, non trascorreva vacanza senza che i miei si lamentassero di non potermi lasciare per dieci minuti la macchina fotografica senza ritrovarsi con almeno un centinaio di foto dei miei cari amici.
Quanto agli alberi della mia infanzia nel bosco dietro casa, col tempo ho imparato a riconoscerli e a distinguerne le più piccole sfumature, sapendo esattamente a quali rami posso appigliarmi per cercare sostegno nei punti più scoscesi e complicati del sentiero.
Arrivata qui a Cardiff, poi, scoprire che c’era un albero proprio davanti alla mia finestra mi ha resa felicissima.

Sono passati tanti anni, tuttavia ci sono poche cose che riescono a darmi pace come una passeggiata in un bosco, a respirare l’odore di legno, resina, terra bagnata.

Chiudo gli occhi, ascolto il rumore del vento tra le foglie, e cerco di fissare un momento del genere per ricordarmene quando dimentico che le cose semplici sono sempre quelle che mi danno di più.

LE STORIE FANTASTICHE

tratta da cleopa.it

Guardando un lumacone nel bosco ho capito a cosa servono le storie fantastiche. Servono a renderci evidente che esiste una coscienza nella natura, un’armonia, una magia. Che anche una natura apparentemente inutile  – nel nostro caso il lumacone -, considerata senza senso se non quello di far funzionare un ciclo favorevole all’uomo, creatura principe ed esclusiva, anch’essa ha un senso, un’aura, un linguaggio e un collegamento con tutto il resto. Probabilmente a un livello e in dimensione di cui non siamo ancora consapevoli. Ma la scienza arriverà a fare emergere anche questo. Nel frattempo la sensazione giusta con cui vivere l’armonia del cosmo la impariamo, tra le altre cose, dalle storie fantastiche.

E IO CONTINUO A CAMMINARE

Giandil su Genova

Dai silenzi ho riconosciuto le persone più importanti della mia vita. Chi sa stare in silenzio, sa contemplare. Si capisce se è un silenzio vuoto o un silenzio pieno. Camminando, si fa silenzio. E’ il passo l’unico gesto che ci rimane nel delirio della città. Il passo porta fuori, altrove, il passo porta dentro, ritorna, il passo ci rallenta. E di rallentare ha bisogno il flusso della vita per illuminarsi di significato. Mi piace riscoprire la libertà dello spostamento: non lo posso annullare con qualche motore al mio comando, devo sorbirmelo tutto. E per fortuna. Altrimenti sarei quello che faccio, mentre nel tempo “morto” del camminare, dello spostarmi, del mettermi in movimento, lascio decantare e assaporo il gusto di ciò che è vivo. Impasto, mastico e compongo ciò che “sono”. Parafrasando qualcuno, l’invisibile agli occhi è essenziale.

Molti tratti del sentiero della vita sono fatti del “viaggio che non c’è”, della “natura che non c’è”. L’importante è sapere dentro di sé quale sarebbe la condizione ottimale del viandante, e tendere “verso”. Sapere dove trovare ristoro, per poco quando non è possibile far altro. E sapere quali scompensi, quali mancanze ci causerà di sicuro la mancanza del viaggio, della natura, dell’armonia. Se portiamo nel cuore e nello spirito la dimensione giusta, siamo sempre viaggio, siamo sempre incontro, siamo sempre in comunione interiore con le persone più care, più legate da ciò che si è condiviso e si vorrebbe condividere.

Non ci si può però illudere: chi non vive la dimensione del viaggio, del cammino fisico, per quanta teoria, testimonianza, sensazione raccolga non riesce a uscire dalla dimensione vitale che lo caratterizza per sperimentarne un’altra. Quella del viaggio è la dimensione dell’imprevisto. Chi sa cosa mi succederebbe in un cammino di 15 giorni? Raramente ho camminato così a lungo di fila. Eppure anche in due giorni potrebbe accadermi qualsiasi cosa, qualsiasi incontro, qualsiasi tocco scottante da cambiarmi la vita, in qualunque posto porti quel desiderio di mettere i piedi e il volto in strada. Me lo dico, tutte le volte che passa troppo tempo dall’ultimo viaggio. Non è così difficile partire: un buon zaino con l’essenziale, un’idea di meta…e lo spirito giusto per affidarsi alle persone, ai luoghi, a se stessi. Nel nostro tempo fare le cose semplici è complesso, sembra folle addirittura, quasi inconcepibile. Non abbiamo davvero il significato letterale dell’espressione “andare al passo coi tempi”, finché non riscopriamo la dimensione mentale, vitale del passo e dell’imprevisto.

Sarà per questo che raramente ho paura di ciò che potrebbe succedere, che potrei fallire, che potrei perdere. Non mi restasse nulla, so da dove ripartire: zaino in spalla, piedi in strada. E qualcosa succederà. La potenza di questa realtà è talmente poco afferrabile da tanti di noi… Tanti scivolano senza accorgersene nell’auto-recinzione degli orizzonti, della libertà, del potenziale; nel “così fan tutti” e nell’avvitarsi del quotidiano e dell’immediato. E io continuo a camminare.

LETTERA A BABBO NATALE

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To: 96930 Rovaniemi, Suomi – Lapponia, Finland

Caro Babbo Natale,

lo so, è qualche anno che non ci sentiamo. Non è colpa mia, un sacco di gente ha cercato di convincermi che non esisti, che sei roba da bambini, che questa lettera non sarebbe arrivata da nessuna parte. Io dentro di me sapevo che non era vero. Che non c’è bellezza senza una storia, che non c’è magia senza fiducia, che non c’è Natale senza di te. Ogni leggenda ha un fondo di verità, ogni racconto ha una motivazione, e io continuo a pensare che l’atmosfera più bella per Natale sia quella legata a te. A quel vecchio omone barbuto vestito di pellicce nordiche, che sfida la neve e il freddo nel silenzio della notte per condividere i doni e gli affetti che ha preparato ai suoi piccoli amici.

Tanto tempo fa – dicono – eri un pastore, poi un viandante, quindi un immigrato, un allevatore, un falegname, un padre… Non so dire con certezza chi sei oggi, so però che hai lo stesso ardore per come va questo mondo, lo stesso desiderio che nessuno dei “piccoli” sia dimenticato, che un dono, un’attenzione, un gesto sia pensato e preparato per ciascun piccolo.

Così, caro Babbo Natale, mi limito a ringraziarti per esserci ancora, e in piena attività, lassù a Rovaniemi-Korvatunturi, nella Lapponia finlandese. Grazie per tenere viva la tua leggenda, che diventa storie in tante forme e in tante lingue. Le storie ci fanno sognare la bellezza, ci fanno concepire il “di più”, che è possibile aspirare all’alto e a qualcosa di diverso, di nuovo, di semplice ed emozionante. Grazie per tenere viva l’attenzione sui bambini, su ciò di cui hanno bisogno da parte nostra, su ciò che di prezioso sono per la nostra storia, sulla magia di cui sanno innamorarsi, sulla bellezza semplice che sa catturare e infiammare.

Grazie per mostrarci ogni anno che la festa vera è fatta di cose semplici e significative, la natura, il candore, l’altruismo, il dono, la fiaba, la musica, la luce, il calore, l’affetto, le persone, i bambini, il viaggio. Fuori di queste cose ci illudiamo di fare chissà cosa, ma la magia è già scappata altrove, per altri orizzonti e sentieri di stelle.

E ora, naturalmente, il motivo della mia lettera: i regali.

Per favore, portami degli alberi. Quattro o cinque per cominciare. A me piacciono le querce, ma non so cosa sia rimasto ai tuoi folletti (capisco che è tardi per mandare questa lettera). Vorrei metterli in giro per la città, che è tutta coperta di cemento e carcasse di ferro puzzolenti (qui le chiamano macchine).

Secondo, vorrei un po’ di neve. Mi hanno detto che qui non dura a causa del mare…ma come desidero quel manto bianco a coprire le brutture sterili che hanno costruito, le aiuole pietrose e piene di rifiuti, i tetti grigi e piatti, soffocanti… Come vorrei quel bianco mantello a rendere tutto magico e luccicante! Un po’ di neve darebbe respiro al silenzio, alla luce del cielo, costringerebbe tutto questo sbuffare di macchine a fermarsi per un po’. Chissà, magari anche qui entrerebbero in uso le slitte e i cavalli!

Terzo. Puoi prestarmi una truppa di folletti? Quelli di queste parti si sono addormentati molto tempo fa, altri si sono dati alla “modernità”, e i pochi rimasti non ce la fanno a curare i boschi, i monti, i ruscelli e i sentieri, né a raccontare le fiabe ai piccoli e ai grandi. Quando nessuno sa più essere in armonia con la terra, succedono cose brutte, da queste parti lo sappiamo bene.

Quarto, e ultimo. Posso avere un paio di stivali come i tuoi? Vorrei imparare il mestiere – così, nei ritagli di tempo – di occuparmi delle persone con piccole attenzioni e piccoli doni. Non sono certo veloce come te a calcare i sentieri e ad entrare tra la gente senza essere invasivo, né ho il tuo occhio per dirigere i passi nel posto giusto, o la tua capacità di ascoltare i desideri e i bisogni di persone così diverse e di tanti paesi lontani… Però vorrei provare. I tuoi colleghi e collaboratori sparsi per il mondo fanno qualcosa di eccezionale. C’è posto per un apprendista?

I migliori auguri, buoni sentieri di stelle, buon vento del Nord!

 

Giacomo

Genova, Italia – 21 dicembre 2013

NON SBIADISCE LA SPIRITUALITA’

foto di Luca D'Alessandro

foto di Luca D’Alessandro

Nei giorni scorsi mi è capitato di nuovo di sentir discutere di spiritualità. Molti ragazzi non la considerano neppure, non la comprendono, non si occupano di coltivarla e viverla nella loro vita. Molti la confondono con religione, con mistica, con superstizione, con sottomissione, con alienazione. Allora ho pensato alle parole che “camminano” dentro di me la spiritualità.

Spiritualità è saper guardare

me stesso

dall’alto

per vedere me

e il mondo attorno a me.

Spiritualità è sapermi guardare

dal basso

verso l’alto

per vedere me

e l’universo

in cui posso stagliarmi.

 

SULLA RIVA DEL FIUME

Pratorotondo (CN) - foto di Luca D'Alessandro

Era una sera di quelle in cui cercavamo la solitudine, il silenzio, la notte. Dietro a passi inquieti, fino a una pietra su cui sederci, dall’altra parte della riva del fiume. Nel bosco fermo respiravamo i rumori nascosti e il profumo del prato. Stare, restare, non serviva altro. Guardare da lontano la vita che scorre, laggiù nella casa, tra luci e schiamazzi e giochi. Guardare. Scambiavamo poche parole e qualche discorso, di quelli che vanno giù a fondo, che ti rimangono una vita intera, o di quelli così leggeri da farti assaporare la libertà del presente, sulla riva del fiume.

Simone passeggiava verso di noi lentamente, una sagoma scura nel sentiero sotto i pini. La lucina della sua sigaretta ammiccava timida e si rifletteva nei suoi occhi insieme al resto del cielo. Aveva capito tutto di noi. Cercava quello stesso momento di calma, di altrove, di ascolto. Parlavamo di musica, e cantavamo Knockin’ on heaven’s door e Wish you were here. Parlavamo del mondo e lo sentivamo vivere attorno a noi, sussurrare nell’acqua. Rincorrevamo i sogni e i pensieri profondi, lì sotto le stelle, in riva al fiume.

Conoscendolo tra quei monti avevamo capito che era un viandante dalla volontà di ferro, consapevole, riservato, capace di “stare”. Una persona accogliente, presente. Lo avevamo guardato arrivare come un corpo estraneo, misterioso, ma alla fine siamo ritornati a casa insieme a lui, come se fosse naturale averlo lì con noi, nella notte del bosco, col vento in faccia a risalire la corrente, dall’altra parte della riva del fiume.

Ciao Simone, e grazie. Ci vediamo lì.

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Per pensare Cisco – Questo è il momento

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