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Canto del Ramingo

Cammino e spiritualità sui sentieri di Giandil

Canto del Ramingo

Categoria: Ramingo (Page 1 of 2)

Accogliere ed essere accolti

Un Ramingo vive per accogliere e ad essere accolto. E’ l’atteggiamento e l’orizzonte che dà senso alla sua esistenza. E’ la pratica di fondo che la illumina, e che genera ogni altra pratica. Questo motto contiene in sé e giustifica tutti i principali caratteri dell’essere Ramingo.

Accogliere implica un’apertura d’animo; una disponibilità all’ascolto; una piacevolezza dell’incontro; un impegno nel servizio. Implica l’apertura all’inatteso; ai bisogni; alla diversità; alla compassione e comprensione.

Accogliere implica avere un luogo in cui accogliere. Può essere il proprio stesso animo, quando si è nomadi. Ma può e dev’essere anche un luogo fisico, un proprio riferimento, auspicabilmente un luogo di comunità, di vita, di coinvolgimento ma anche di riposo e pace.

Accogliere implica la disponibilità al cambiamento e alla contaminazione, di continuo, per tutta la propria vita. Ma implica anche una solidità interiore; una serenità di fondo; una libertà dalle angosce e dalle paure di sistema; queste tre dimensioni rendono infatti possibile essere aperti, raggiungibili, consenzienti all’accoglienza, che non avviene mai in condizioni ideali, che costa sempre qualcosa in fatto di tranquillità. Solo lasciando consapevolmente sguarnite le difese dell’istinto e dell’egocentrismo, ci si fa accoglienti in qualunque situazione.

Il Ramingo cerca la comunità e la meditazione interiore, ovvero la vita con gli altri e la vita con se stesso; il Ramingo cerca la povertà e la semplicità conviviale, rifiuta la logica dell’accumulo e del controllo ferreo; e così facendo impara continuamente a vivere per accogliere. A partire dall’accoglienza si apre all’inatteso e al servizio di quell’umanità che ha bisogno di essere accolta.

Il Ramingo è per natura, richiamo e scelta un viandante del mondo, a partire dal proprio luogo, e dunque vive per essere accolto.

Essere accolto implica il nomadismo, il gusto di mettersi in viaggio e in cammino, non con potenza che rende protetto né con ricchezza che rende autosufficiente; il viaggio si realizza con semplicità, con esplicita dipendenza da chi si incontra, da chi abita i luoghi in cui si transita.

Essere accolto implica la disponibilità ad essere debole, per sperimentare di aver bisogno dell’altro, per godere della gratuità del bene altrui. Ma implica anche la volontà di essere forte, di adattarsi alle situazioni più spartane, di muoversi in territori inesplorati e non sicuri.

Essere accolto implica la volontà di entrare in punta di piedi, temporaneamente, nelle vite altrui, per gettare uno sguardo gentile e curioso su come vivono e scelgono di vivere altre persone, altre comunità. E’ la minuziosa e infinita accumulazione di un tesoro nomade, quello che allarga il cuore di chi viaggia con esperienze, testimonianze, racconti, silenzi, gesti, ricordi, verità.

Essere accolto implica un cammino per diventare amichevole, amabile, di supporto e di compagnia per chiunque accolga. Implica la capacità di individuare le persone disponibili all’ospitalità, e di suscitarla in chi non è solito adottarla. Implica la voglia di interessarsi alle vite degli altri, al loro stato d’animo, alle cose importanti della loro vita, da ascoltare, di volta in volta, accompagnandole nel tempo. Implica anche però la capacità di stare da solo, essere autonomo e poco invadente, per non pesare eccessivamente sulla quotidianità di chi ospita.

Il Ramingo cerca la sua vita e la sua verità tra la fatica di diventare accogliente e il desiderio di essere accolto. E’ il suo modo di mettersi a servizio degli altri: non per quello che fa, ma per quello che è. E’ il suo orecchio per ascoltare la realtà e la vita che scorre. E’ il suo sorriso per offrire attenzione e incoraggiamento con completa gratuità. E’ la sua lucerna per creare comunione tra piccole luci disperse in grandi distanze. E’ la sua fragilità per farsi piccolo e diventare accessibile e bisognoso di relazione. Il Ramingo vive per accogliere e per essere accolto. Per stare fermo, e avere un luogo da chiamare “casa di tutti”. Per stare in movimento, e avere un mondo di sentieri e rifugi da chiamare “casa propria”.

Giandil

Solitaria nelle Alpi francesi. Il viaggio dentro

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Quest’anno ho intrapreso, spinto da un’urgenza interiore, una solitaria di tre giorni a piedi e in autostop tra Val Maira e Val Ubaye nel Mercantour francese. Zaino in spalla, solitudine, pensieri, paure, desideri. Nel silenzio emerge di tutto. E diradato il tutto, rimangono le passioni autentiche. Una solitaria per comprendermi, mettermi alla prova, ascoltarmi in vista di scelte profonde.
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11 agosto. A piedi da Pratorotondo ai Laghi di Roburent, Lago d’Oronaye, Parco Nazionale del Mercantour in Francia, paese di Larche. Notte in tenda in un accampamento sul fiume.
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12 agosto. In autostop da Larche a Barcellonette con due signore in vacanza, visita della cittadina e salita di 4 ore fino al paese di Jeusiers attraversando il monte sul sentiero “Trans-Ubayenne”. Notte in tenda in una tenuta abbandonata della Forestale.
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13 agosto. In autostop da Jeusiers a Meyronnes con un lavoratore in fuga dal turismo estivo. In cammino verso Feuilleuse. In autostop fino a Feuilleuse con tre ragazzi francesi in vacanza. Camminata di 9 ore al Rifugio Chambeyron, Lago dei Nove Colori, Colle Gipiera, Bivacco Barenghi, Rifugio Stroppia, Campo Base Chiappera. In autostop fino a Gheit con un giovane prete di Caraglio. Notte ospite delle famiglie di Gheit.

Dal diario di viaggio:
Perché da solo? Perché da questa parte? Perché a tutti i costi partire? Perché non mi do mai tregua? Non mi sopporto a volte… La salita è stata lentissima, senza alcuna spinta, senza alcuna meta. Ogni passo un rimpianto di ciò che non c’è, persone, sentimenti… Tutto ciò che era determinazione e volontà ora è dubbio e stanchezza. Conflitto interiore. Desiderio di andare avanti, senza programma nè compagni, e tempo passato a guardarmi indietro, sofferente Paura. Quella serie incessante di “e se poi non…?” che ostacola il passo, e vuole fermarlo.
[…]
Sì, tutto solo. Così ho risposto a una simpatica signora durante una cena frugale vicino al ponte sul ruscello. Per questo già devo tornare. Domani se tutto va bene sarà nuovamente in Val Maira. La solitudine in effetti ha dei pregi: toglie tutto, relativizza e sgonfia tutto. Lascia nudi. E si sente meglio quali cose rimangono appassionanti nella propria vita. La solitudine ha però molto più bisogno di una meta, rispetto a questo mio viaggio. Di un percorso scandito, di spunti. Se no si tramuta in perdizione e afflizione. E’ già tempo di tornare.
[…]
Due passaggi di fila questa mattina. L’ultimo, il più bell’incontro. Borisse, Jeusienne e Henrique, tre quarantenni diretti a Feuilleuse, mi hanno caricato senza problemi e amichevolmente mi hanno guidato per trovare la mia strada. Ho deciso alla fine di non salire verso il Col de Mary, ma di restare con loro, vedere il ponte di pietra sospeso 200 metri sopra il tumultuoso Ubaye, visitare il borgo di Feuilleuse, e da qui partire verso il giro più difficile, quello che attraversa lo Chambeyron. Grazie a questi ragazzi-adulti che mi hanno dato un esempio di fiducia. Il mondo ha speranza finché ci sono compagni come loro, madri come Jeusienne. La via prosegue.
[…]
Galline allo Chambeyron. Non è un piatto locale, non letteralmente. Ma sono la prima immagine arrivato quassù a 2600 metri, sotto l’oscura sagoma rocciosa del monte più alto delle due valli, l’Aguile de Chambeyron. Un bimbo di 2-3 anni gioca con una gallina paffuta che gli sfugge e scorrazza libera attorno al rifugio. Intelligente sistema per avere uova fresche qua in cima. Il rifugio è legno e lamiere, corazzato contro le intemperie di questa zona e dell’inverno feroce. Ricorda il prototipo di carro armato disegnato da Leonardo. Solo che questo è ancorato con artigli di metallo alla roccia da cui domina il lago. Formaggio e crema di marroni, prima di proseguire. Verso la tormenta che si addensa sul passo.
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E IO CONTINUO A CAMMINARE

Giandil su Genova

Dai silenzi ho riconosciuto le persone più importanti della mia vita. Chi sa stare in silenzio, sa contemplare. Si capisce se è un silenzio vuoto o un silenzio pieno. Camminando, si fa silenzio. E’ il passo l’unico gesto che ci rimane nel delirio della città. Il passo porta fuori, altrove, il passo porta dentro, ritorna, il passo ci rallenta. E di rallentare ha bisogno il flusso della vita per illuminarsi di significato. Mi piace riscoprire la libertà dello spostamento: non lo posso annullare con qualche motore al mio comando, devo sorbirmelo tutto. E per fortuna. Altrimenti sarei quello che faccio, mentre nel tempo “morto” del camminare, dello spostarmi, del mettermi in movimento, lascio decantare e assaporo il gusto di ciò che è vivo. Impasto, mastico e compongo ciò che “sono”. Parafrasando qualcuno, l’invisibile agli occhi è essenziale.

Molti tratti del sentiero della vita sono fatti del “viaggio che non c’è”, della “natura che non c’è”. L’importante è sapere dentro di sé quale sarebbe la condizione ottimale del viandante, e tendere “verso”. Sapere dove trovare ristoro, per poco quando non è possibile far altro. E sapere quali scompensi, quali mancanze ci causerà di sicuro la mancanza del viaggio, della natura, dell’armonia. Se portiamo nel cuore e nello spirito la dimensione giusta, siamo sempre viaggio, siamo sempre incontro, siamo sempre in comunione interiore con le persone più care, più legate da ciò che si è condiviso e si vorrebbe condividere.

Non ci si può però illudere: chi non vive la dimensione del viaggio, del cammino fisico, per quanta teoria, testimonianza, sensazione raccolga non riesce a uscire dalla dimensione vitale che lo caratterizza per sperimentarne un’altra. Quella del viaggio è la dimensione dell’imprevisto. Chi sa cosa mi succederebbe in un cammino di 15 giorni? Raramente ho camminato così a lungo di fila. Eppure anche in due giorni potrebbe accadermi qualsiasi cosa, qualsiasi incontro, qualsiasi tocco scottante da cambiarmi la vita, in qualunque posto porti quel desiderio di mettere i piedi e il volto in strada. Me lo dico, tutte le volte che passa troppo tempo dall’ultimo viaggio. Non è così difficile partire: un buon zaino con l’essenziale, un’idea di meta…e lo spirito giusto per affidarsi alle persone, ai luoghi, a se stessi. Nel nostro tempo fare le cose semplici è complesso, sembra folle addirittura, quasi inconcepibile. Non abbiamo davvero il significato letterale dell’espressione “andare al passo coi tempi”, finché non riscopriamo la dimensione mentale, vitale del passo e dell’imprevisto.

Sarà per questo che raramente ho paura di ciò che potrebbe succedere, che potrei fallire, che potrei perdere. Non mi restasse nulla, so da dove ripartire: zaino in spalla, piedi in strada. E qualcosa succederà. La potenza di questa realtà è talmente poco afferrabile da tanti di noi… Tanti scivolano senza accorgersene nell’auto-recinzione degli orizzonti, della libertà, del potenziale; nel “così fan tutti” e nell’avvitarsi del quotidiano e dell’immediato. E io continuo a camminare.

SCORCI NARRATIVI DI UN VIAGGIO IN CORSICA

Route Corsica camminatori

1 • Mare

Il mare nero scrutava la notte con sofferenza, stuprato dai motori del gigante di metallo. La nave sbuffava roboante senza paura, dritta verso l’isola. La costa ormai distante bruciava di luci come lapilli di una brace elettrica e maledetta, che non si consumava.

Occhi e buio nella notte macchinosa. Il Ramingo sentì i piedi dolere dal cemento e dal metallo, nei polmoni fumo e vento e salsedine. Stese sul ponte il sacco a pelo e cercò il sonno cullato dal mare, ma tutto era assente.

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TOLKIEN, LA VITALITA’ DEL VIAGGIO-INCONTRO

TOLKIEN, IL VIAGGIO-INCONTRO 

dal capitolo 4

La mia vita è stata permeata in modo determinante dall’elemento del viaggio-incontro. Questo termine che ne unisce due di grande significato, di molteplici adattamenti e interpretazioni, di apparente diversità, rende la mia più profonda adesione a Il Signore degli Anelli. L’opera è infatti interamente costruita sul viaggio e sull’incontro, elementi padroni della letteratura di ogni tempo e di ogni popolo, ma anche delle religioni e delle forme artistiche più disparate; e soprattutto esperienze vere della vita di ogni persona. Queste due parole nell’accezione appunto di chiavi della vita si intersecano e si legano solidamente, interdipendenti e interstimolanti, in un rapporto meccanicistico circolare.

Il VIAGGIO è il primo passo verso l’INCONTRO. Il viaggio è fautore degli incontri; ma nello stesso tempo il viaggio ci fa incontrare noi stessi, ci fa conoscere, ci mette a tu per tu con la nostra essenza fisica e con quella più significativa e difficile, quella spirituale. L’INCONTRO è la causa del viaggio, ed è un viaggio in sé. Dall’incontro apprendiamo, confrontiamo, mettiamo in discussione, operando passi di un VIAGGIO interiore personale. L’INCONTRO è ciò che ci spinge a continuare il VIAGGIO, che sia per tornare e condividere l’incontro, o semplicemente per proseguire e averne altri, nuovi. L’INCONTRO è poi ciò che ci cambia la vita: dall’incontrare un amico, alla propria amata, all’incontrare Dio. Ognuno di questi incontri ci cambia la vita, e ci origina un VIAGGIO nuovo.

Il viaggio-incontro è struttura del Signore degli Anelli, ma ne è anche la parte più nascosta e vaga, perché più sottesa: quello degli Hobbit è ad esempio un graduale incontro col mondo, con le parti buone e con le parti cattive, e con le parti ambigue (Gollum-Smeagol, il Sovrintendente di Gondor Denethor) che mettono di fronte a scelte cruciali. Quello di Aragorn è invece un incontro della sua vocazione vera, quella di guidare la nuova Era degli Uomini come Re: quella di accettare e realizzare la sua essenza di leader. Un viaggio in se stesso, da parte di un Ramingo che nel mondo esterno ha viaggiato più di chiunque altro. Quello di Legolas e Gimli è un viaggio alla messa in discussione delle rispettive certezze per confluire in un’amicizia accomunante, che è lo svilupparsi del loro incontro, ed anche un viaggio di messa alla prova delle capacità caratteristiche delle loro stirpi. Quello di Gandalf è un viaggio-missione, messo in difficoltà ma anche sostenuto dai moltissimi incontri cui egli è chiamato per realizzare il suo compito. Gandalf ha l’esatto compito di essere guida nei viaggi, di condurre e stimolare viaggi (cosa che gli riesce assai bene, direbbe Bilbo con ironia), e questo lo può fare solo nel cercare gli incontri. Altro fondamentale viaggio è quello di Boromir, durato 110 giorni fino a Gran Burrone, dietro alla profezia di un sogno ripetutosi che parlava dell’anello, di un mezzuomo, di un ritorno del re. Un viaggio materiale e complicato, affrontato degnamente da un guerriero nel pieno delle forze, che lo porta a incontri destabilizzanti e indesiderati: un consiglio di altezzosi elfi decisi a distruggere l’unica arma possibile da usare contro Sauron, l’Anello stesso; un mezzuomo che pretende di portare l’Anello fin nel cuore di Mordor; un Ramingo straccione delle Terre del Nord che pretende di andare a Gondor a fare il Re di diritto.

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IL CANTO DI OSNER AVRA’ UN SEGUITO?

ENTHURAL

e le sue storie

Giacomo D’Alessandro

 

 

T

ra chi ha letto Il Canto di Osner e altri racconti[1] forse qualcuno si sarà domandato a proposito delle varie ambientazioni, della loro contestualizzazione in un quadro più preciso e dei possibili seguiti per ciascuna storia. A distanza di due anni è anche per me importante riprendere il filo (sottile ma autentico) che teneva insieme scritti così variegati, e dare luce ad alcuni aspetti. Chissà che questo non sia di aiuto a me e a voi per ragionare sul prossimo racconto o sul modo in cui proporvelo.

 

La storia di Osner[2] si svolge volutamente in un mondo di cui non si danno coordinate di alcun tipo. Penso che dal punto di vista paesaggistico si possa trattare di un mondo dei nostri giorni, o quasi. Di certo è un mondo di natura, boschi e montagne, e si parla di un popolo elfico. Nulla di così distante dai racconti del Ramingo[3], che sono la forma senza tempo dei miei viaggi nell’età presente del mondo. Si può anzi dire che è quello stesso mondo, e che forse le vicende di Osner prendono vita in oasi non raggiunte dall’uomo moderno, appartenenti a una serie di luoghi rimasti protetti e incontaminati. E’ d’altronde possibile per qualcuno girare completamente questa Terra e fare esperienza di tutto ciò che è l’esistente in ogni suo angolo? Ci affidiamo malgrado tutto, ancora oggi, nient’altro che a testimonianze. Certo, la loro quantità, qualità, varietà di forme e precisione è aumentata, ma non potremo mai verificare la totale veridicità e soprattutto sostituirle all’esperienza così da giudicare che qualcosa, da esse non ripreso, non esista e non possa esistere. La nostra illusione di dominare il mondo con la tecnologia ha già preso le sue sberle di questi tempi. Vale lo stesso per le storie e la loro infinitezza.

Osner dunque è una delle oasi di questo mondo. Ce ne sono altre. Né ho la pretese di conoscerle tutte.

 

Per quanto riguarda i racconti di Darkal[4] andiamo ad età precedenti, e ci riferiamo al continente detto Enthural e suddiviso in quattro terre con alcune isole. Darkal è la maggiore di queste isole. Credo che la sua estensione possa essere paragonabile a quella della Turchia. Non saprei dire di più, se non che la tipologia climatica di queste terre non consente di spalmarle geograficamente su un intero globo. Se il Nord di Enthural confluisce nelle terre dette dei Battaglieri, il clima a Darkal è di tipo temperato, dunque pur essendo a “sud” in Enthural sarebbe comunque a nord di un eventuale equatore.

Che il continente sia collocabile in una qualche fase ancestrale di questo mondo non ci è dato sapere, non è comunque da escludersi, se si pensa a quali grandi mutamenti geologici la nostra Terra ha avuto e per quanto tempo molte civiltà in continenti diversi siano vissute praticamente all’insaputa una dell’altra.

 

Sempre in Enthural, in anni imprecisati, si svolgono le curiose storie dell’Era della Montagna[5] che hanno per protagonista la banda di Nargoraad. Ci troviamo proprio nel sud, sul tratto di costa al largo della quale sorge l’isola di Darkal. Lo stesso calendario di Darkal colloca negli anni 400 il primo contatto tra le genti di Darkal e i popoli umani alla base della Montagna (nel 464 poi sarebbe avvenuta l’invasione di Darkal – anno 3871 secondo gli annali dell’Eruldeton[6]). E abbiamo la certezza che le vicende dell’Era della Montagna siano avvenuta prima che queste popolazioni giungessero a stabilirsi qui dal nord di Enthural.

 

Di un’età ancora precedente, anzi propriamente pre-istorica sono le vicende dei Giganti[7]. Il Tangretirmon, solenne narrazione delle origini, addirittura racchiude fra i tre episodi la creazione del mondo. Credo vada preso come un mito, e come genesi del ritrovarsi sulla Terra di tre popoli, piuttosto che come cronaca esatta di come andarono le cose. Sta ad altre discipline darci queste certezze. Si legga come risposta all’interrogativo “da dove viene il nostro procedere fianco a fianco su questa Terra” piuttosto che a quello “da dove viene la nostra Terra” (non vedo poi “nostra” di chi…). La grande epopea dei Giganti di Tillar, che segue il racconto sull’attacco dei Kikub, percorre una terra geologicamente primitiva e antecedente all’era geologica di Enthural.

 

Sebbene suoni provinciale dopo questa larga panoramica, è la storia del Regno di Darkal la prima a meritare interesse, e per storia intendo ciò che viene dopo il Preludio già pubblicato. Non intercetta se non di striscio le altre vicende legate alla sua era geologica e al continente di Enthural, ma è una storia di uomini e donne semplici, tra cui alcuni che iniziano a coltivare la magia; è una storia che impatta con la guerra e l’invasione senza darle per scontate; una storia di diversità e di ricerca, di giovinezza e di vecchiaia… Non contiene troppo né troppo poco e mi appassiona particolarmente da ormai qualche anno. Credo sia un buon fuoco attorno al quale dare caso al nostro prossimo incontro.

 

“Qual è il tuo nome?”

Aveva detto ogni cosa con estrema decisione, scandendo le parole una a una, tono irremovibile.

Tragor prese fiato.

“I miei compagni mi chiamano Maestro Amir”

Scoppiò il brusio.

L’uomo barbuto impallidì e fece un passo indietro. Le bestie attorno ringhiarono più forte.

Possibile che sapessero…

“Mostra le tue mani!” intimò un anziano del gruppo.

No. Non poteva crederci.

“Vengo in pace. Cerco solo…” non poté finire.

“Hai sentito, straniero, le mani!” fece eco il barbuto.

Tragor alzò lentamente le mani, i palmi bruciati rivolti verso tutti.

Sui volti si dipinse il terrore.

Questa cosa non ha senso, non può essere.

“Non ti muovere!” gli intimò il capo.

“Ci sono trenta frecce incoccate pronte a raggiungerti da ogni direzione”.

Tragor sussultò.

“Aspettate, calmatevi. Io vengo in pace. Le mie mani non hanno a che fare con la guerra da molti decenni. Da quando ero giovane. Adesso anche la forza che pure avevo un tempo è andata perduta”

 (da Il Regno di Darkal. I superstiti dell’Urna)



[1] Albatros Il Filo 2010

[2] Lai di Osner (p. 13), all’interno del libro.

[3] Il Canto del Ramingo (p. 47), all’interno del libro.

[4] Preludio a Il Regno di Darkal (p. 77); La battaglia di Nommel (p. 95), all’interno del libro.

[5] Gli scultori di alberi (p. 103), all’interno del libro.

[6] Eruldet è il nome dato dalla Terra in sé, al di sopra delle ere e delle modificazioni morfologiche e continentali che ne scandiscono le fasi. Eruldeton grammaticalmente è una specificazione secondo la lingua originaria (quella dell’epoca di Giganti, Stregoni e Gnomi raccontata a partire dal Tangretirmon). Questi annali sono assai lunghi ed estesi, non del tutto completi né del tutto affidabili poiché rimaneggiati a lungo durante i secoli della loro stesura.

[7] L’agguato degli Orsi (p. 110), all’interno del libro.

L’IMPREVISTO COSTANTE

di Luisa Izzo*

Mi sono innamorata del cammino, delle persone, della libertà, della possibilità. Mi sono innamorata della vita senza ansie, preoccupazioni, programmi e incastri. E’ così naturale parlare con chi ti sta vicino, vivere insieme agli altri, condividere pensieri, conquistare ogni giorno, consapevolmente, un pezzo di vita. Camminare è vivere il presente che non vivo mai. Camminare è far cadere le sovrastrutture, spogliarsi di tutto, stancarsi, incrociare vita e bellezza, ritornare alle cose importanti e semplici. E come mi ha detto Antonio durante il viaggio di ritorno, il cammino è l’imprevisto costante ed in questo ribalta tutte le consuetudini quotidiane. E ci spiazza, e ci affascina.

Lulù

* camminatrice di Cammina cammina e Stella d’Italia

ANDATA E…MALE. QUANDO SI CADE NEL “VIAGGIO-INCOSCIO”

Le migliori o peggiori performance di sempre nell’altra faccia del viaggio-incontro: il viaggio-inconscio.

 

Terrori senza motivo…

Prendere il volo sbagliato…

Non capire la domanda “Ti piace Riccione?”…

Non saper bere in compagnia…

Cercare invano un mezzo di trasporto…

Ritrovarsi tra le balle…

Non trovare le risposte…

Mettere le mani avanti…

Non sapersi confondere…

Scoprire personalità multiple…

Provarci con le ragazze sbagliate…

 

Fare goffi tentativi di integrazione…

Stare fuori con un freddo polacco…

Sbagliare a seguire i cOrsi…

Urlare “Veni vidi vikings”…

Sognare il Premio Strega…

Sbagliare palco…

SaPere…saMele… Insomma, essere alla frutta come studente universitario.

…continuando in fondo a viaggiare, zaino in spalla, alla ricerca di uno spirito bambino.

QUARTA TAPPA, I FIORI DI GHEIT E LE STELLE DEL BONELLI

Qui nell’alta val Maira ci sono le mie radici più profonde, le mie sorgenti più dissetanti.

Qui mi hanno accolto gli amici di Gheit, un paese che è un pezzetto di paradiso a 1400 metri, nel vallone di Unerzio. Qui nella Misun de Matteo, questo “fratello grande che dal mare ci sorride”, come io e Francesco abbiamo scritto ne “L’aurora”, sono a casa. Proprio perché è stata ed è la casa di così tante persone, crocevia di incontri, luogo del Signore dell’Incontro, come lo ha nominato don Renzo.

Matteo e Renzo. Due semi caduti in terra, il cui frutto non smette di germogliare più rigoglioso che mai. Qui ho portato i racconti e i pensieri del mio viaggio che sta sbocciando di giorno in giorno, ma qui sono anche stato chiamato da mio fratello Francesco a dire qualcosa di più.

E così sono salito, nel caldo soffocante del primo pomeriggio, dalle sorgenti del Maira fin su al Bivacco Bonelli, una capanna in legno sul Lago d’Apsoe, a 2500 metri, specchio del cielo sospeso sul mondo. Mi sono accampato tra le rovine del bunker frantumato, sul ciglio del dirupo, e ho atteso, mentre il sole faceva il suo corso. La sera verso le sette Francesco è arrivato, insieme a una quindicina di ragazzi e ragazze, e così c’è stata la sorpresa. Trovarci insieme per raccontarci insieme. A tutti loro.

E sotto le stelle della volta celeste, noi “ritornati in riva a un lago”, abbiamo raccontato con parole, silenzi, canzoni, del nostro viaggio comune fatto di mille sentieri diversi, dei passi sulle montagne e delle canzoni nella città, della fiducia profonda e della diversità evidente.

Ho risvegliato in me la sensazione del partire, del mettersi in viaggio. L’importanza dei compagni di viaggio, delle relazioni da coltivare. La bellezza della meta sì, ma soprattutto del percorso, del “durante”, del presente che si trasforma in benedizione continua. La ricerca quotidiana dell’armonia in se stessi, dell’armonia con la natura, vera sorgente dell’umanità, dell’incontro nel viaggio e del viaggio nell’incontro.

Il giorno dopo abbiamo arrancato tra le pietraie del Colletto, pareti franose arrostite dal sole. Siamo riscesi dall’altra parte e così anche quest’anno il mio sentiero mi ha condotto a Pratorotondo. Altri incontri, altri momenti preziosi, scherzi e schitarrate, giochi d’acqua e mangiate come solo in montagna si sanno gustare. La bellezza senza fine che rinasce ogni volta dalle cose semplici. E che fa sentire i “compagni di turno” come se fossero – bellissima frase di Renzo – “le uniche persone da amare per tutta la vita”.

 

Di qui è passato questo mio pellegrinaggio tra ricerca, relazione, incontro e riflessione, che in poche settimane mi sta conducendo in giro per l’Italia. E’ tempo di annuncio, sì, annuncio che vada oltre le crisi e le decadenze del momento presente, annuncio di profetico sguardo “oltre l’invisibile”, a valorizzare e vivere le grandi energie positive che nelle piccole grandi cose sono capaci di far gustare la gioia nuova.

Svegliarsi alla gioia, mettersi in ricerca con la bellezza del presente e la speranza di ciò che è giusto, vero, di ciò che è “amare”.

 

PERO’ VADO.

– Parti? Per dove?

 

– Non lo so.

 

– Come “non lo so”?

 

– Sì, cioè, so dove, ho i posti…ma non so nè come nè quando.

 

– E cosa vai a fare?

 

– Boh, a stare, a incontrare…a vedere dei posti, delle comunità.

 

– Hai degli amici, laggiù?

 

– Amici…sì. Alcuni che conosco già. Altri che conoscerò.

 

– …ma vai da solo?

 

– Sì, no…vado a incontrare: non sarò mai solo.

 

– Cosa cerchi?

 

– Ci sono dei posti, delle realtà che vorrei sperimentare. E solo vivendoci puoi farlo. E’ una ricerca ampia, grossa, di cui non conosco il confine…nè per tanti aspetti il contenuto. Per quello non faccio programmi a lungo termine. Voglio lasciare libertà al viaggio di sorprendermi, a me di farmi sorprendere. Nel bene e nel male. In ciò che sarà. Potrebbe anche incidere sulla mia vita. Potrebbe non darmi nulla. Non lo so, proprio non lo so. E non ho neanche troppa voglia di pensarci. Però vado.

 

– Paura?

 

– Sì.

 

 

Dedicato a Fra e Ale, che in questi giorni, in modo diverso, sono stati vicini. E lo sono ancora.

RAMINGO, NON FUGGIASCO

Allora il Signore disse a Caino: […] «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra! E ora tu sei più maledetto di questa terra che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra».

Bibbia, Genesi 4

Caino…che fai?

Ti sei creato ramingo e fuggiasco…

Ramingo. Per te è la solitudine, la separazione, l’alternativa obbligata alla terra che prima lavoravi ma che ora non ti dà frutto; è la lontananza, il distacco, il non trovare riposo, sempre vagabondo, scura figura oltre il confine, nella notte.

Ramingo. Per me è invece sapore, guizzo per uscire dall’omologazione forzata, indotta, di sistema. Cammino di armonia e ritorno alla natura, al selvaggio ma soprattutto al semplice. E però non è la fuga da un terreno arido, è la ricerca di un altro spirito di comunità, di viaggio e incontro, è la contemplazione, la commozione, l’armonia, il sogno, la fantasia, la semplicità, l’esser con me stesso, la vitalità che non dipende, che esce dalla routine, che cammina nell’ottica della benedizione.

La parola “ramingo” è qualcosa di diverso da questo brano, ma in parte conserva lo stesso senso: essa è legata a Dio, un Dio che accompagna lontano, nella difficoltà, che chiama “ramingo” l’uomo ma per farlo tornare a sè, attraverso un lungo cammino, il cammino di cui ciascuno con la sua fragilità ha bisogno.

La ricerca che si dispiega in questa parola è quella dimensione, quello spirito che mi accompagna in ogni fase della vita, e mi sa ogni volta scuotere, commuovere, dare una speranza e una prospettiva che non si lasciano ingabbiare. Mi ristora.

 

 

 

 

 

 

 

 

PERCHE’ VIVA LA MEMORIA

Questo è un appello a me stesso e a tutti i giovani e meno giovani che si sentiranno chiamati in causa.

Un appello a cercare, scoprire, comprendere e conservare la memoria.

La memoria è qualcosa che può essere morto, senza alcun interesse, fine a se stesso; oppure vivo, sempreverde, luogo di emozioni e insegnamenti, luogo del lungo cammino della storia.

La memoria può riguardare il mondo intero come un solo atto o un solo pensiero di un’unica vita vissuta.

All’inizio del terzo millennio, ci troviamo ad aver superato un secolo dove la vita del mondo è mutata più che in tutti i secoli di storia umana precedenti.

Stili di vita più o meno caratterizzati nello stesso modo che hanno perdurato per oltre due millenni, col Novecento si sono trasformati per sempre.  I nonni e le prozie con ottanta inverni alle spalle, che oggi troviamo in casa davanti alla televisione, sull’autobus, alcuni al computer o al cellulare, sono cresciuti da bambini probabilmente in campagne con orti, animali, senza frigorifero, senza elettrodomestici, lavando e cucendo a mano, illuminandosi con lampade, riscaldandosi col fuoco, spostandosi su carrozze (forse già di treno, è vero, ma pur sempre carrozze).

C’è tutto un fascino e una sapienza e un’armonia nel vivere umano prima dell’avvento dei grandi boom economici, delle grandi tecnologie, del grande consumismo, un fascino che le ultime generazioni vive ad oggi sanno raccontare, e che noi nuove generazioni spesso facciamo fatica solo a intuire.

C’è un insieme di memorie che non sono quelle delle grandi enciclopedie web, dei grandi documentari e dei libri di storia, ma – molto più vicine a noi – sono quelle di vite piccole e grandi mai fotografate, mai davvero riscoperte, sono aneddoti della singola persona, emozioni e quotidianità trascurate, che nascondo una forza immensa, perchè ci ricordano che certe cose si possono fare in modo diverso. Che certe cose di quello che chiamiamo “progresso“, forse – nel pieno di crisi intrinseche al sistema da noi creato e avallato – possono essere scrostate via: non erano poi tanto un aiuto dell’uomo verso il benessere.

Che esiste un benessere primario da ricuperare, prendendo pezzettini qui e là dalle civiltà, culture, epoche della storia dell’uomo, ovvero il benessere dell’armonia umana con la natura e con se stessi.

In nome di quel benessere, vera via verso una comunità umana che miri a ciò che è “bene” e ciò che è “giusto” per “tutti”, possiamo farci aiutare da queste memorie che hanno attraversato i cambiamenti del secolo a riscoprire la possibilità di una semplicità che dà sapore alla vita e lascia spazio all’incontro.

Dire ciò non significa desiderare di tornare indietro, perchè “si stava meglio quando…”. Significa cercare la libertà di costruire il proprio vivere, traendo da epoche e stili diversi ciò che di sano è stato raggiunto e vissuto, unendo le perle nascoste in ogni luogo e tempo.

Questo è dunque l’impegno che chiedo a me stesso e propongo a chi vorrà: incontriamo i nostri anziani, parenti o amici, ogni persona che sappiamo ha qualcosa da raccontare. Fermiamo la nostra corsa quotidiana per ascoltarli con sincerità. Raccogliamo le storie che ci emozionano, che ci suscitano il desiderio di condividerle. E fissiamole, i modi e i supporti sono tanti oramai, ma fissiamole, per conservarle.

Perchè viva la memoria. Perchè troviamo la nostra strada, con la libertà di sceglierne il singolo passo.

 

Giandil 

 

[foto di Benedetta Saccomanno] 

“LA BELLEZZA, COSTANTE CRESCITA, LEGGERA COMPAGNA DI VIAGGIO” – Intervista a Stefano Rossi

[Persi, Val Borbera – 24 gennaio 2012] 

 

Giacomo Come ti presenteresti?

Stefano Come…un uomo, molto verosimilmente. E cioè come un grande potenziale che può sbagliare. Che poi è un po’ caratteristico della nostra età: definirsi uomini e quindi lottare un po’ contro i propri errori. […] Perché in realtà sembra che dal momento in cui ti imponi, con una promessa o con un rito di passaggio, appartieni a quell’identità lì, e non può più succedere. Invece come quella frase di Jovanotti […] il discorso è che anche se si può sbagliare, si è comunque straordinari proprio per il fatto di poter sbagliare. Per cui sì, mi presenterei un po’ come un uomo che diventa, che cerca di creare qualcosa attorno a sé, ma periodicamente, per ricordarsi che è uomo, cade.

Giacomo Sei un viaggiatore?

Stefano Sono un viaggiatore… come tutti. […] Perché in realtà tutti, vivendo, compiamo un certo percorso. Però, […] un conto è vivere, un conto è aver la consapevolezza di vivere, aver la consapevolezza di viaggiare, e cercare di trovare l’identità del viaggio. Che è un continuo riscontro con la propria identità[…].

Giacomo Quindi un viaggiatore interiore?

Stefano Un viaggiatore interiore, perché comunque al di là del percorso il viaggio è tutto. […] Io in realtà certi viaggi… Da casa mia a San Nicola a volte ho scoperto più cose che a 18 gradi sotto zero tra le montagne… Dipende perché cammini. Però sì, sicuramente anche viaggiatore fisico […].

Giacomo E se dovessi trovare cinque parole per descrivere le tua essenza?

Stefano […] Diciamo che per una sorta di superstizione, io metterei come prima parola per descrivere la mia essenza – ma in generale un po’ “l’essenza”, come aspetto umano – “timore”, come una sorta di attrito prima di iniziare qualsiasi cosa. Poi sicuramente un sacco di altre cose, tra cui sicuramente una mia essenza è “osservazione”, la concentrazione di osservazioni, guardare le cose con attenzione, cogliere le persone, una caratteristica su cui punto tanto. Mille sfaccettature che potrebbero essere racchiuse in realtà nella parola gioco. Gioco come imprudenza, o come imparare delle regole per giocare (questa parte del poter giocare solo se hai imparato le regole è molto divertente e molto interessante no? Da qui appunto studio le Leggi come regole del gioco, diciamo), il gioco anche come immaturità ogni tanto.

Azzarderei anche un “vanità”, che però non sta indicare un piacere fittizio o una sorta di  cosa un po’ evanescente, ma nel senso di creare delle situazioni belle, complici, che in qualche modo mi prendono l’anima […]. Andare alla ricerca di un “bello” è una continua crescita, un continuo mettersi in gioco e scoprire le cose, trovare cose nuove.

Giacomo […] Cos’è l’idea di bellezza, almeno per la tua esperienza? Per chi non vuole astrarsi dal mondo, ma vuole farci i conti, cos’è la ricerca della bellezza?

Stefano Mi piace pensare la bellezza un po’ legata alla nudità. Mi spiego. La nudità è quella cosa che in realtà non si ottiene mai, ma che costantemente rimane coperta. E’ una cosa irraggiungibile. Però nei suoi passaggi – una scala a chiocciola infinita – conosci, esplori, trovi nuove curve, nuove forme geometriche, trovi nuove essenze. La bellezza è connessa alla nudità […] perché quando ricerchi la bellezza non te ne stai mai di quello che ti arriva, ma è tutto pretesto per imparare, e non è una cosa frustrante e difficile da portare, ma una compagna fedele di viaggio, uno stimolo. Anche perché la bellezza è una realtà molto sfuggente di per sé. […]

Giacomo E bellezza e arte, sono la stessa cosa?

Stefano […] L’arte è per come l’ho vista io finora, più che legata alla bellezza, un mezzo – per esprimere, per comunicare, per provocare. Però sicuramente c’è da dire che bellezza e arte un po’ si rincorrono, […] nel senso che l’arte cerca la bellezza nelle cose che si fanno, e quindi di per sé è una costante crescita.

Giacomo E in tutto questo c’è della spiritualità, anche?

Stefano La risposta è “dipende”. La spiritualità è una realtà intrinseca all’umanità. […] La spiritualità cristiana, che è una fetta, la trovo più nelle cose concrete, nelle cose vere, che fai con le mani. Nell’arte la spiritualità entra ma in modo diverso, quasi più rivolta verso se stessi che verso gli altri. Chiaramente la dimensione del viaggio no, la dimensione della bellezza no. Sono scelte forse un po’ più ampie. E la spiritualità è effettivamente bellezza. Come domande, come continuo vagare di domande, e quindi come desiderio di crescita costante. C’è in tutti. […]

NUOVA CASA PER IL BLOG, CON LA LINFA DI SEMPRE

La nostra vecchia casa Splinder è prossima alla chiusura. E così dopo un veloce trasloco di Canto del Ramingo, eccoci qui. Come si può notare, ne abbiamo approfittato per dare una bella ridipinta alla grafica, e non solo. Anche i post sono suddivisi adesso per categorie, più facili da rintracciare a seconda dell’interesse. Sono più in vista le canzoni, e anche i video.

 

Siamo abituati dal nostro sistema e dai luoghi comuni a pensare che le cose passano, che c’è un’età tassativa per tutto, che come esseri umani attraversiamo delle fasi circoscritte e indiscutibili che si escludono a vicenda, nella crescita.

Questo blog è nato nel settembre 2006, a cammino già iniziato di un ragazzino di 16 anni. E nasceva per condividere pensieri, racconti e sogni da sentieri un pò diversi da quelli su cui siamo abituati a proiettarci. Nasceva non da una persona, ma attraverso di me dalle condivisioni, discussioni, confronti che c’erano con tanti altri amici, fratelli di viaggio. Con luoghi. Con storie.

 

Siamo a fine 2011, più di cinque anni dopo. Non cambierei una parola di quello che ho scritto, pensato, sognato. Direi le stesse cose – in effetti lo faccio – e continuerò. Altre parole, nuovi sentieri, fratelli di viaggio vecchi e nuovi, diverse sfumature, focalizzazioni più nette.

Sullo stesso sentiero, disposti ad attraversare qualsiasi terra vecchia e nuova ci si ponga davanti. Tutto allora può cambiare, senza paura, perchè canta nel profondo un’essenza che non si perde.

 

“La via prosegue senza fine,

lungi dall’uscio dal quale parte.

Ora la via è fuggita avanti,

devo inseguirla ad ogni costo.

Rincorrendola con piedi alati,

fino all’incrocio con una più larga,

dove si uniscono piste e sentieri.

E poi dove andrò? Nessuno lo sa”

RAMINGHI DI SVEZIA/12 – COSA VUOL DIRE RAMINGO, PENSIERI DI FINE VIAGGIO

Estratti dalla Lettera a un'amica in viaggioramingo a riposo nel tutto
 

Parte 1 – Pranzo sul lago (secondo giorno sui sentieri)

   Rimarresti estasiata come me di fronte allo spettacolo dal quale ti sto scrivendo. […] E qui vedo con i miei occhi quale mondo ha ispirato Tolkien, i Lingalad, Pullman, e i grandi miti della mitologia norrena. E ne capisco tanto. 

[…]

Succedono sempre tanti imprevisti e disagi, quando si fa l’atto coraggioso – e spesso un po’ controvoglia! – di mettersi in viaggio. Ma anche oltre ai fastidiosi imprevisti, è comunque faticoso. Psicologicamente, spiritualmente soprattutto. Sai, il fisico bene o male si adatta, ma rispecchia molto il cuore. Basta un filone di pensieri cupo, agitante, avvilente, e ci si ritrova a camminare stanchi, giù, con astio quasi nei confronti di ciò che si ha intorno.
   Perché cavolo mi sono infilato in questa situazione? – ti chiedi. Perché non me ne sono stato un po’ tranquillo, un po’ nel mio ambiente rassicurante? Posti che conosco, gente amica, le comodità di casa… Qui c’è sempre da cambiare, da esser pronti a tutti, da patire la fame, da tenere ritmi irregolari e spossanti… Da sopportare e sostenere un compagno di viaggio…cosa non facile nel decidere e nell’organizzarsi.
   […] la fatica, tanta, nelle lunghe ore di cammino in silenzio; viene fuori tutto, lasci spazio ai pensieri, alla mente di esplorarti, e soprattutto ai desideri, altro pericolo se capitano nel modo sbagliato. Già, perché mi succede di fissarmi su cose che vorrei fare ora, persone con cui vorrei stare, attività su cui vorrei spendermi, e di nuovo insultarmi per essermi ficcato nel viaggio, di nuovo, mettermi a contare i giorni che mancano alla fine e magari è solo il primo che siamo partiti.
   Desiderare di essere altrove, di fuggire dall’isolamento del viaggio (magari senza Internet e senza cellulare), seconda fatica che ti confesso sincero.diario di viaggio

Parte 2 – Volo di ritorno
 […]
   Viaggiare non è rose e fiori. Viaggiare da raminghi, intendo. Essere ramingo nel cuore e nello spirito e quindi poi nella propria vita, attraverso le cose quotidiane o i viaggi speciali, richiede forte volontà. Il sistema in cui siamo immersi è in agguato senza che ce ne accorgiamo, minuto per minuto, per omologarci. E checché ne dicano tanti, funziona perfettamente.
   Prendi per esempio i soldi. Ci è stato insegnato che è importante avere tanti soldi. Perché? Per poter comprare. E ci è stato insegnato che poter comprare è bello, è importante. Più puoi permetterti di comprare, più è bello, stai bene, sei felice. Ecco, felice. Questo passaggio ce lo insegnano come logico: se posso comprare, se compro, sono felice, sto bene. E allora, conseguenza, devo fare della mia vita qualcosa per avere i soldi, tanti, più sono e meglio è, mi sento tranquillo, posso essere felice.
   E guardati intorno, siamo ridotti a ciò. Questo non è un esempio di estremismo consumista, questa è la realtà che vive la maggior parte delle persone intorno a noi. Anche molte di quelle più care, amiche, in gamba davvero per molti aspetti. Ma il sistema costringe tutti, chi più chi meno, a dare per scontati certi ragionamenti.
   Il ramingo non rinnega tutto questo, non accusa nessuno, riconosce di stare in piedi (e di essere cresciuto per quello che è) in questo stesso sistema. Eppure, con forte volontà vuole provare a fare diverso. Vuole sperimentare e mostrare alternative. Cos’è la felicità? Come conseguire la propria? Quali strade possiamo/ci è permesso scegliere? Mai convincerci che c’è un solo modo (previsto uguale per tutti) per fare queste domande, e per darsi/applicare le risposte. Non è tutto costretto nel sistema. Ci sono altre vie? Il ramingo crede di sì. Ne coglie le testimonianze attraverso l’incontro, le cerca attraverso il viaggio.
   Davvero ci sono tanti modi di fare le cose. Penso che noi nati e cresciuti nel benessere e nell’affetto, in esperienze e possibilità di privilegio, possiamo, forse dobbiamo esplorare quelle vie, resistendo alla macchina ingranaggio del sistema. Fare un viaggio ramingo a costo zero è esplorare una di queste vie. E’ dimostrare al mondo che il viaggio non è per chi ha i soldi, non è nell’hotel e basta, ma può essere una grande immersione nel mondo e nella vita, per chiunque. E può essere incontro, crescita, cammino dello spirito, benessere del corpo. […]
 legni sul lago

   La vita è una, e il tempo scorre. Quanti begli autori […] che puntano su questo. Orazio per esempio (carpe diem…). L’insegnamento prezioso che ne ho tratto non è tanto quello di vivere alla giornata, tanto del futuro non importa. Ma che la vita è preziosa, le energie e il tempo che abbiamo meritano di essere usati al meglio. Cogliere l’attimo, cogliere i frutti di ogni giorno. E questo non perché non c’è un senso nello scorrere dei giorni, ma proprio perché il senso lo diamo noi a seconda di come decidiamo di vivere, di essere liberi, di buttarci a osare, di cogliere preziosamente le cose più significative. 
   L’altra cosa che può dare un senso più grande, è quella di non voler essere felici per i fatti nostri, ma in condivisione. Questo ci lega di conseguenza ai nostri fratelli di viaggio, ai nostri amici, e via via a tutti gli altri uomini. E la realtà è che c’è nel mondo, da sempre, tanta, troppa ingiustizia e sofferenza. C’è un sistema che permette a un terzo del mondo di vivere al 170 per cento lasciando – senza nemmeno saperlo e accorgersene – il resto dell’umanità in condizioni che portano la non libertà, la sofferenza, la fame, lo sfruttamento, la guerra. Questa è l’altra realtà che il nostro sistema ci insegna a non percepire, a obliare, a relegare in una casella vaga e alla fine poco rilevante.
   Per questo il Ramingo deve scegliere la comunità e non l’eremitaggio. Perché non cerca un viaggio-incontro personale ed egoistico, non gli basta la natura per essere felice. Deve avere un senso per il suo viaggio-incontro. Per questo Grampasso è chiamato a diventare Aragorn, a stare con e per gli uomini. E quale senso più grande del volere bene agli altri, dello stare in felicità e armonia con loro, del realizzarci nelle nostre qualità perché anche gli altri – specie gli “ultimi” – ne abbiano a godere? L’alternativa è rassegnarci a costruirci una delle tante vite standard che il sistema confeziona, dove si vive per il lavoro e la carriera, si guadagna per poter comprare, si compra per essere felici. E magari ci si lava la coscienza con qualche donazione a distanza.
   Il Ramingo vuole cercare la sua felicità personale stando “dalla parte scura della strada”, come dice Cisco. Cioè sempre dalla parte dei deboli e degli ultimi, delle vittime del mondo a causa dei sistemi che abbiamo creato e alimentiamo tutti.    Questo lo si può fare per tante vie. Ogni Ramingo ha la sua. E’ l’approccio che va condiviso. E gli obiettivi generali. A ognuno la sua strada e la sua ricerca, per il resto.
[…]

cartelli kungsleden
   Viaggiare è duro. Essere raminghi è una sfida continua. Non dei superbi, ma cercando l’umiltà e l’ascolto. Non dei martiri, ma dei contenti e liberi di fare diverso. Non degli esiliati, ma di chi sa stare con le altre persone, nei loro ambienti, nel sistema. Una sfida col sorriso, per amare e amarsi, essere contenti e dare la vita per ciò che di più bello possa esserci: la felicità di tutti. Ognuno con la sua strada e la sua personalità unica e particolare da trovare e mettere in cammino.

   Avere compagni di viaggio è bello. Avere luoghi di viaggio naturali anche. Ma è necessario il senso, più che mai. E anche il ritorno. Nel ritorno si mette ordine nel bagaglio accumulato, si distingue, si rielabora, si comprende, si concepisce il racconto del viaggio. Si prepara la partenza successiva. Si cercano compagni nuovi. Saper ritornare è anche fondamentale. Aragorn ha bisogno della sua Casa Accogliente, Gran Burrone. Il Ramingo ha bisogno di poter tornare per darsi un tempo di pace e frutti e riposo, di comunità fissa. E’ un viaggio anch’esso.
   Ti scrivo dal mio ritorno.
Un ritorno dal Sentiero del Re (o Re dei sentieri), il Kungsleden della Lapponia Svedese. Abbiamo vissuto dodici giorni il grande Nord. Abbiamo toccato il Circolo Polare. Tornare indietro, dall’ultimo passo di sentiero a casa, non è uno scherzo: 20 ore di treno – 90 minuti di bus – due ore e mezza di aereo – 20 minuti di bus – un’ora di treno – due ore di macchina. Circa 27 ore di viaggio, tolte le pause tra i mezzi.
   Ora è il mio tempo del ritorno. So che hai camminato anche tu in questi giorni, per cieli stellati a noi affini. Sarà anche il momento di far incontrare i nostri ritorni, e di scambiarci molti racconti.
[…]
 
Giandil il Biondo
tramonto falso

 

IL MIO FRATELLO “CANTO DEGLI ALBERI”

Giandil in concerto con i Lingalad a Belgioioso Fantasy 2011 Giuseppe Festa è un viandante davvero speciale. E' nel grande nord che comprese davvero la musica degli alberi, e da quel momento, ormai parecchi anni fa, essa prese a scorrere nelle sue vene, poi sulle corde della chitarra e nel soffio di flauto. Ancora una volta, la magia della Terra di Mezzo gli suggerì le parole, e nacque un luogo di Voci, voci che potete ascoltare, pronte ad accompagnarvi in viaggio tra hobbit ed elfi, "tra le ombre di un bosco e la vita reale".
Giuseppe ha portato sul suo sentiero le poesie di Tolkien, ha vissuto, sentito e riportato le sinfonie del Verdecammino, poi ha preso a raccontare anche altre storie, storie più sconosciute ancora, vecchie e nuove, sempre ispirato dalla musica delle selve. Per questo ha scelto per quel cammino, condiviso presto con altri viandanti, il nome Lingalad. Quale lingua più immortale dell'elfico per consegnare il "canto degli alberi" ai grandi e piccini offuscati e imprigionati dal cemento delle nostre fumose città?
E' tra le parole e le canzoni che io e Giuseppe ci incontrammo. Tra la poesia e la melodia, a lume di candela, e ancor oggi, dopo un lungo tempo in cui solo lettere ci hanno tenuti uniti, e stretti, stretti sempre più in amicizia e condivisione, ancor oggi "elen sila lumenn omentielvo": una stella brilla sull'ora del nostro incontro.
Incontrare Giuseppe, anche solo attraverso la sua musica, equivale a partire, a sentirsi sul sentiero, in viaggio. La verità è che esiste una colonna sonora per ogni luogo, per ogni cuore, per ogni sguardo. Tutta la vita, esiste sempre la colonna sonora adatta al momento. Lingald è stato ed è in assai preziosi e frequenti passi la colonna sonora del mio orizzonte, del mio mantello, del mio passo.
E' un onore condividerlo con voi. Che possiate incontrare la stessa musica, un giorno o l'altro.
Per sentirsi insieme in viaggio. Ancora.

Giandil
(www.lingalad.com)

RAMINGHI DI SE STESSI

La notte è fonda.
Il silenzio avvolge le mura, la città respira piano col suo solito rumore di fondo, ma è più calda, di notte. Come se tutta fosse concentrata su di me, e io mi sentissi suo. Basta passare lo sguardo su un'immagine per sentire il sussulto. Sono le immagine le creature più abili a risvegliare il cuore, a toccarlo nelle chiavi di volta, a liberare o smuovere un sentimento.
La notte è fonda.
Tempestato di luci, il manto ombroso della città sembra chiedermi: che cerchi? Cosa vuoi da me? Cosa vuoi da te? Il desiderio del deserto è grande. Il desiderio di contemplare una luce, enorme. Di adagiarsi, le membra insonnolite, la mente lucida come lama fredda, lo sguardo in ricerca. Quali compagni? Quale sentiero? Quale risoluzione?
La notte è fonda.
Siamo piccole creature in ricerca, affascinate dal bosco, dall'acqua, dall'albero, dall'orizzonte. Siamo raminghi non oscuri ma a loro agio nel silenzio e nel buio notturno. A loro agio in compagnia, attorno a un fuoco. A loro agio su un sentiero. Siamo viandanti, non vagabondi. Siamo tra le persone, ma sappiamo stare da soli. Inseguiamo il sole, all'orizzonte, giorno dopo giorno. Ci avvelena la mancanza della natura, nei nostri luoghi, nelle nostre relazioni. Ci avvelena la mancanza della contemplazione, della condivisione, del viaggio e dell'incontro.
La notte è fonda.
Nella notte sappiamo essere sentinelle invisibili, ma dentro di noi un'altra notte sa essere pauroso mostro che incombe, e logora. Viviamo della fiducia, della speranza, dell'andare verso. Cerchiamo di prendere con noi un pò del dolore del mondo, per non divenire mai raminghi eremiti e solitari, indifferenti, egoisti, individui. Non siamo individui. Siamo fratelli.
La notte è fonda.
Si contorce in me l'incertezza e la malinconia, il desiderio e la rabbia. Quale uscita? Una fiamma torna a interrogarmi. Era nascosta, ora ritorna. A tratti, ritorna, forte forse non meno di prima, e mi chiede: cosa cerchi? Cosa vuoi da me? Affido la risposta non alle mie sole forze. Siamo piccole creature, che un lungo inverno può provare con intensità fuori dal normale. Non soli possiamo andare. Non soli vogliamo andare.
La notte è fonda.

Giandil

C’E’ BISOGNO DI ESSERE DIVERSI

Le conversazioni del nostro cuore con gli alberi, i prati, con l'acqua del mare e con la terra sporca e violentata delle nostre città, non fanno altro che ripetercelo: c'è bisogno di essere diversi.
Oggi. Più che mai.
Di essere per scelta radicalmente diversi.
Di non tralasciare nulla nel nostro "dire qualcos'altro": come vestiamo, come appariamo, cosa compriamo, come scegliamo di spendere soldi, tempo, energie, ansie e speranze.
C'è bisogno di cambiare radicalmente.
Nella storia tutti i grandi cambiamenti sono sempre stati di due tipi: veri e apparenti. Quelli veri si sono sempre realizzati in due modi: con la violenza o con la fede. In alcuni casi, purtroppo, fede e violenza sono passati insieme, l'uno nell'altro, e solo una manciata di volte questo è stato "accettabile" per scongiurare un male infinitamente più grande.
Ma oggi noi dobbiamo essere un cambiamento vero.
Che ha seppellito nel passato ogni forma di violenza.
Che fa una "scelta", radicale, di convinzione, di coraggio, di fiducia, di fede. Un cambiamento che certo non passa rapidamente come quello violento, ma che forse, se davvero radicale, se davvero coinvolgente TUTTO il nostro essere, apparire, vivere, amare, può avvenire nell'arco di una nostra vita. Donata, spesa, vissuta per questo cambiamento.
Cambiare noi stessi e il nostro vivere ci salverà.
Dal rimpianto, dalla mediocrità, dalla mancanza di senso. Non dalla fatica. Anzi, sarà molto più faticoso. Ma ci salverà. E forse salverà altri.
Forse salverà questo mondo, violentato dall'umanità che ha dimenticato il significato della parola "umanità".

Vi abbraccio, Giandil

VIAGGI DA PREPARARE

Cosa c'è di più esaltante che preparare nuovi viaggi per una nuova estate?
Tanto si sa, poco ci serve: gambe buone, desiderio grande, coperta e mantello, mappe e una meta.
E compagni di viaggio.
Il sentiero è là, da tempo aspetta, e chiama urlando silente, la luna.

Giandil

INTERVISTA A GIANDIL

di Hawk

 – Persi, 8 dicembre 2009, 

(Tettoia nel bosco alto – Fuoco acceso – Pranzo consumato – Calore e riflessione)

1) Chi sei?

Sono un ramingo.

Ma cosa vuol dire? Sono un figlio che cammina per amare e racconta scrivendo, suonando, cantando, parlando, guardando. Scelgo il sentiero. Scelgo la povertà. Scelgo la fiducia. Con un unico scopo: l’amore che dà tutto se stessi per gli altri.

E sono libero: dai tabù, dalla tecnologia, dall’abitudine, dal senso comune, dalla diffidenza, dalla complicazione. Solo di una cosa sono prigioniero…di Cristo, e della paura di non riuscire a seguirlo. Sono ciò che voglio essere e scelgo di voler essere ciò cui sono chiamato. Quando mi diranno che la ricerca è un’illusione, io mi metterò a cercare anche per loro.

 

2) Dai un aggettivo a Cristo!

E’ l’amore.

 

3) Cinque parole che descrivano il tuo cuore.

Spirito, Ramingo, sentiero, Amore, Mondo.

Spirito: parola che scelgo  più spesso per tutto ciò che riguarda l’anima, la fede, la riflessione, la spiritualità, il pensiero, la relazione; la scelgo perché è una parola che può andare bene a tutti.

Ramingo: per la sua definizione devi leggere Tolkien e dopo che lo hai letto capisci perché lo sono, senza che servano spiegazioni. Perché è un termine non usato, misterioso, apparentemente negativo, ma che affascina.

Sentiero: perché è la scenografia che ho scelto per la mia vita ed è la proposta che faccio agli altri.

Amore: perché è il senso lo scopo e la causa del mio vivere.

Mondo: perché l’amore non ha confini, né il viaggio del ramingo e dunque la mia casa, il mio sentiero, le persone che voglio amare, le realtà che voglio vivere, non possono essere più piccole del mondo.

 

4) Stagione preferita?

Noi ci riduciamo a dare preferenza della nostra stagione in base a ciò che vi facciamo. Io amo ogni stagione per il modo unico ed irripetibile col quale mi presenta il bosco e il sentiero, ma anche la spiaggia e la vecchia chiesa.

Ma anche le sensazioni del mio fisico.

 

5) Se uno sconosciuto ti fermasse e ti chiedesse: “Cosa abbiamo in comune?”. Tu gli risponderesti:

(prima risposta: “Il sindaco e gli assessori!”)

“Oltre ad appartenere alla specie umana, vogliamo tutti e due la felicità e siamo tutti e due in cammino. E abbiamo bisogno di amore”.

 

6) Cos’è per te l’arte?

E’ ciò che un uomo costruisce con tutte le sue possibilità e che lui stesso ama e si sente felice/realizzato di aver fatto. E’ qualcosa cui per essere tale basta il riconoscimento di un solo uomo.

E’ un frutto.

 

7) Perché lo scrivere?

Per fissare te stesso e per lasciare che gli altri ti ascoltino a modo loro.

Scrivere per me è una frase, un libro, una canzone, una musica, è l’incontro con qualcuno. Trasmetti qualcosa che in parte l’altro ricorderà e magari deciderà di portare con sé. E magari dirà a qualcun altro  scriverà.

Perché scrivere: per vivere oltre la morte. Per amare oltre se stessi. Per esistere oltre l’esistenza.

 

8) Cos’è per te la “gente”?

La gente è un concetto comune fastidioso.

Troppo facile e troppo inesatto. E’ un concetto che uso solo a tema: la gente come “gli elettori”, “i consumatori”, “gli spettatori”, ma non rende comunque mai giustizia all’unicità della diversità umana.

 

9) Cosa sarai?

Sarò un Ramingo! E quindi, con l’aiuto dei miei fratelli, sarò un Cristiano.

Non perché l’obiettivo sia essere cristiani, ma essere uomini “come Cristo”.

accampati nei boschi –

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