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Canto del Ramingo

Cammino e spiritualità sui sentieri di Giandil

Category: Viaggi (Page 1 of 3)

L’ucraino visionario

In questi giorni abbiamo accolto in comunità Eugy, un artista ucraino in viaggio senza soldi per l’Europa, capace di vivere la strada e fare amicizia, di fare arte con ciò che trova, di non soccombere alle ansie e al comfort, di godere dell’attimo fuggente e dei doni del destino. Un vero libero cercatore, un vero visionario, un druido urbano e un animo curioso di vita. Gli auguriamo buon proseguimento di strada. Per cambiare questo mondo abbiamo bisogno di persone libere e sognanti ad occhi aperti come lui. Al prossimo incontro!

 

Visioni

“Formare cittadini liberi e consapevoli”
e ripartire dalle periferie dell’esistenza
costituendosi in piccole comunità di famiglie
anti-sistema, anti-povertà, pro-creatività.
#felicitàcondivisa #cambiamonoi #incammino

Diario Nomade, un blog per raccontare l’Etiopia

Insieme ad Alessia Traverso stiamo raccontando il viaggio in Etiopia su un blog nuovo di zecca che abbiamo chiamato “Diario nomade. Racconti e scorci di mondi altri“. Vi trovate gallery fotografiche, racconti, guide di viaggio e video – in diretta e in differita –  da un viaggio speciale nel cuore dell’Africa.

Vai al blog Diario Nomade

LA ROMANIA SUL CONFINE

Diario di un soggiorno a Sighet. Settimana di volontariato con la Lega Missionaria Studenti

Sighet alto buona

26 dicembre 2014/3 gennaio 2015


La città in campagna, il freddo glaciale, una lingua simile al latino antico, gusci di chiese che si rincorrono in altezza…finché un mattino, il sole si affaccia oltre l’orizzonte e getta su ogni cosa una luce che rivela un mondo gioiello.

 

“Oggi è sereno. Già ieri si era aperto e ho scoperto i monti innevati attorno a Sighet. La bellezza di questa Transilvania che vorrei scoprire coi piedi sulla strada…”


Carretto romania

27 dicembre 2014

Nel cuore dell’Europa tra decadenza e rinascita

Eccomi. In un paese straniero a quasi 2000 chilometri da casa, nel cuore dell’ex blocco sovietico, a due passi e una riva di fiume dall’Ucraina, terra contesa e contrastata. Siamo in mezzo alla storia, da tanti punti di vista. La storia – come ha detto bene oggi padre Massimo – di una chiesa che corre avanti, a scoprire cosa rinasce dal sepolcro vuoto dell’umanità, rispetto a una chiesa dell’istituzione, dei palazzi, del clero, che annaspa fossilizzata e squarciata da strappi tra vecchio e nuovo.

La storia di un’Europa vecchia, stanca, che ha in sé la forza e la cultura per rinascere, ma non la motivazione di una identità e di una finalità chiara, condivisa. Stretta tra crisi finanziarie e diktat dei palazzi di vetro, tra paesi stanchi e paesi recalcitranti, tra popoli addormentati e popoli “rincoglioniti”, tutti comunque frammentati e difficilmente capaci di elevarsi dal “sistema” per cercare alternative.

La storia di luoghi periferici del mondo globalizzato, come questa Romania reduce recente da decenni di regime politico, culturale, mentale, contraddizione di desolazione e di aspirazioni emulatorie dello sviluppo accelerato.


sighet 2

28 dicembre 2014

I bambini per un secondo di felicità

Mi ritrovo qui stanco dopo la prima mattinata di servizio. E’ vero, è un servizio di relazioni che assorbe particolarmente, soprattutto a livello fisico, nel nostro caso di bambini disabili. Qui non te la puoi cavare con giochi di alcun tipo, con alcuni di loro puoi solo donare attenzione, affetto, tenerezza e tempo “da perdere”, conoscendoli e capendoli man mano sempre di più.

E’ anche vero ciò che diceva Massimo: che valore ha una di queste vite? Che senso, che prospettiva ha? Forse nessuno. Eppure noi – folli in questo – siamo qui a darlo. Sulla fiducia, non si bene in chi o in cosa.

Più volte stamattina ho pensato: se anche tutto questo può creare un solo secondo in cui questa bambina, questo bambino si senta felice, amato, oltre ogni sua incapacità a comprendere, pensare, elaborare, allora io ho senso di stare qui al mondo. Questo il livello intimo, personale; è l’unico possibile nell’agire? No. Ci dev’essere, e può esserci proprio grazie all’esperienza intima, un livello di attivismo politico di rete, di movimento, capace di orientare e migliorare la società per quanto riguarda l’organizzazione e la promozione delle persone. Non è necessario adorare Dio come essere astratto, non è necessario frequentare il tempio dei riti prescritti, possiamo adorare l’Uomo, l’Umanità a partire dagli ultimi, e adorare e pregare “in spirito e verità”, nel “chi siamo dentro” e “che facciamo fuori”. Questo credo con sempre maggiore forza.


Sighet chiesa

30 dicembre 2014

Una nonna in Romania

Colazione a base di chai (il thé ai frutti di bosco) e biscotti al cioccolato doppio strato fatti in casa. La nostra Magdalina è una nonna doc, ospitale, pratica, umile e sorridente. A pranzo e cena propone i piatti più ricchi e sostanziosi che ha. Peperoni in salsa dolce ripieni di riso e carne, minestre di verdure e polpette, pasta col pollo, puré e cotolette… e i dolci. Il piccolo Leo mangia sempre con noi, ma non parliamo praticamente di nulla a causa della lingua e della loro reticenza a fare domande. Un peccato. Ma ciò che va, va.

Oggi è sereno. Già ieri si era aperto e ho scoperto i monti innevati attorno a Sighet. La bellezza di questa Transilvania che vorrei scoprire coi piedi sulla strada. Forse, un giorno.


 Sighet neve

1 gennaio 2015

La malattia, la cura e l’umanità

In malattia. Venendo travolto da una bordata di gola infiammata, nausea e febbre a 38, ho potuto oggi sperimentare la tenera e decisa cura di questa Magdalina, questa “mami” che da 6 giorni ci accoglie con pranzi e cene abbondanti, e ci ha dato la sua camera da letto per dormire. Una vera nonna premurosa ma non sdolcinata. In questa terra contadina, per certi versi vicina e per altri lontana dalla nostra realtà. Mi dispiace non essere andato a salutare i bambini, a Cosbuc, oggi pomeriggio. Che ne sarà di Rosa, di Bjorn? Giornate interminabili li aspettano, lì fermi in quella stanza, qualche pupazzo e tv sempre accesa, un’operatrice distratta da sola per 12 creature disabili…con quale senso? Con quale prospettiva? Quanti così o anche molto peggio nel mondo? Provare a proiettare è provare a impazzire. Ma ci dev’essere un modo di stare al mondo senza ignorare tutto ciò. Vivo per diventare Umano.

Sighet cartina

Informazioni Lega Missionaria Studenti: http://cvxlms.it/

INDIA, CAOS E SPIRITUALITA’ – Avanti, in crescita

di Alessia Traverso

Sono già passati dieci giorni dal mio ritorno, e oggi finalmente riprendo il racconto degli ultimi momenti indiani, delle impressioni da casa, di come mi sento, a freddo.
Ero rimasta ad Agra, l’ultimo giorno. Dopo la suggestiva visita al Taj-Mahal e un abbondante colazione, siamo andate al Red Fort , un forte militare, in parte tutt’ora utilizzato. La parte più suggestiva è quella dove viveva l’imperatore, dal cui porticato poteva vegliare sul sonno dell’amata. Il fiume Yamuna, sinuoso, sembra quasi collegare i due innamorati, come un filo ininterrotto di pensieri e racconti. Di lui. Di lei.
Nel palazzo è ancora visibile l’antico sfarzo tra marmi intarsi e piccoli specchi che creano curiosi giochi di luce. Ancora una volta cerco di immaginare come doveva essere quando era abitato, tra stoffe preziose e mobili pregiati, suonatori e ballerine.
Un elemento che stride fortemente con quanto raccontato e che salta immediatamente all’occhio attraversando la città del Taj, è la costante povertà, lo sporco, la gente per strada. Forse illusa mi aspettavo più ricchezza, o almeno meglio distribuita. Ma in fondo il benessere è un’opportunità di pochi, in questo paese che corre troppo veloce affinché tutti possano stare al passo. Quindi anche qui, la ricchezza proveniente dal turismo è un lusso che appartiene ad un ‘unica casta, quella dei Primi. La moltitudine, gli ultimi non ne sono neppure sfiorati, non sono, forse, neppure in grado di immaginare. Ed è con questa riflessione che lascio Agra; direzione Delhi, nostra ultima tappa… altre ore di viaggio nello stressante traffico indiano. Fortunatamente la stanchezza degli ultimi giorni prende il sopravvento e riesco finalmente ad addormentarmi in macchina.

Delhi. Un ultimo tempio, di una religione ancora diversa di cui non so nulla se non che gli uomini portano eleganti turbanti e le donne al tempio coprono i capelli con un velo.
Lascio le infradito alla Erica e mi avvio lungo la scalinata. Una giovane donna mi ferma e gentilmente mi spiega gesticolando di indossare il velo.
All’interno un ampio spazio luminoso e affollato di fedeli. Dal soffitto grandi lampadari di cristallo e specchi. Oro e tappeti. Mi aggiro serena e rapita dai volti della gente, qualcuno mi scruta incuriosito. In effetti sono proprio l’unica bianca. Ma non mi sento vulnerabile. Esco da una porta laterale e mi ritrovo su un lago artificiale dove qualcuno di immerge con una gestualità, una ritualità particolare. L’elemento acqua ritorna, forte e significativo. Così sacra, così pura e così poco tutelata, nonostante la sua importanza vitale.
Un ultimo elemento curioso di questo tempio è il “corso di turbante.”
E io che immaginavo questi personaggi baffuti e barbuti aprire al mattino l’anta dell’armadio per scegliere il turbante del giorno! In realtà si tratta di otto metri di stoffa abilmente avvolti intorno al capo con movimenti precisi, fissando la complicata struttura con uno spillone che chissà come, ho collegato a quelli che ornavano i capelli della povera Lucia, ignara ancora che quei pomposi preparativi sarebbero stati totalmente inutili.

Ultime davvero

Tornare. Stanca e provata da un’esperienza corposa. Il rientro però è stato in qualche modo più facile perchè più desiderato.

Tornare. Per raccontare. L’India troppa che ho sperimentato è difficile da spiegare, da condividere. Troppo caotica, troppo traffico, troppo calda, troppo povera, troppo ricca, troppa gente, troppo piccante, troppe religioni, troppi odori. Troppa. Mi ha lasciata frastornata.

Ora piano piano, svuoto la valigia. Pronta per andare avanti, tra progetti e realtà. Pronta a riempirla di nuovo, ancora e ancora. A portarmi dietro “il peso della valigia”, danzando, andando, baciando e sorridendo alla vita. Con un energia diversa, con una nuova consapevolezza, “con la passione che fa crescere un progetto”. Avanti in crescita.

INDIA, CAOS E SPIRITUALITA’ – Giorno 25. Emozioni d’amore al Taj Mahal

di Alessia Traverso

Ultimo giorno di avventura. Lo racconto sul treno per Genova, con la mente a mille miglia di distanza, nonostante le voci di discorsi che si intrecciano, lontani da me. Io sono là.
Una delle sette meraviglie del mondo, all’alba. Sono emozionata. L’attesa davanti all’imponente porta d’ingresso aumenta il desiderio. Finalmente entriamo. E per la prima volta in vita mia mi commuovo di fronte ad un monumento, a qualcosa di costruito e inanimato. Forse perchè il Taj-Mahal l’anima in effetti ce l’ha. Può un palazzo, un mausoleo parlare di emozioni? Forse no. Ma qui si percepisce profondo l’amore. L’amore di un re, un imperatore che torna uomo nella perdita della donna amata, perdita che non accetterà tanto da non definire mai il mausoleo tale. Il Taj-Mahal è il palazzo dove lei riposa. Dove lui l’ha raggiunta dopo trentacinque anni di solitudine in cui la cercava ogni istante, al punto da far costruire per lei questo palazzo visibile da ogni punto della città. Un palazzo di una bellezza sublime, da lasciare senza fiato. Perfetto nelle proporzioni, leggero nelle forme e delicato negli intarsi e nelle decorazioni. Il marmo bianco luccica nella luce rosata dell’alba. Non so più descrivere quell’emozione. La purezza dello scenario evoca una purezza di sentimenti così commovente che forse non si può raccontare. Si può solo percepire, sul momento, inafferrabile profonda e fugace.
Ero convinta che a differenza di posti incredibili e non noti, questo non mi avrebbe colpita così in profondità, in fondo è un’immagine inflazionata, mille documentari e scatti famosi.
Invece ancora una volta l’India mi sconvolge, con la sua spiritualità che fa vibrare l’aria con la potenza delle emozioni. E mi commuovo, mi lascio trasportare, meravigliata da queste nuove sensazioni. Accompagnata dalla voce della guida, osservo e sento. Ci avviciniamo fino all’ingresso. Si entra scalzi. Sulla porta d’ingresso fiori di gelsomino e di loto, intarsiati con pietre preziose.
All’interno un bellissimo paravento di marmo finemente lavorato da sembrare pizzo, avvolge e protegge la tomba di lei, in posizione perfettamente centrale. Alla sua sinistra riposa lui. Insieme per l’eternità.

Emozioni.

INDIA, CAOS E SPIRITUALITA’ – Giorno 25. Verso Agra

di Alessia Traverso

Dalla città rosa alla città dell’imperatore innamorato. Due tappe intermedie: il tempio delle scimmie e Fatehpur-Sikri.

Dal finestrino scene di vita quotidiana nella luce del mattino. Le attività si risvegliano, in quel brulicare indiano di gente indaffarata. Per arrivare al tempio lo scenario si fa più rurale e degradato, Povertà accentuata dal cielo plumbeo.

Il tempio è incastonato tra due colline rocciose, come un gioiello antico, scheggiato dai colpi del tempo. Meraviglioso, nonostante la decadenza. Donne, incenso, colori e bambini. Spiritualità. Scimmiette ovunque. Un’incantatrice di serpenti. Un lago artificiale per i riti di purificazione, gremito e allegro. Immagini meravigliose. Saliamo fino all’altare in alto, in fondo alla scalinata. Giochiamo con le scimmie.
Durante la discesa inizia un diluvio monsonico, arriviamo alla macchina fradice!

La moschea di Fatehpur -sikri è meravigliosa. Ancora di più colpisce la tomba marmorea di un importante santone (qui le religioni si mischiano e confondono), le cui pareti traforate sembrano ricami di pizzo, nella luce rosata del tramonto. Sublime. All’interno fedeli intrecciano braccialetti rossi ai trafori della tomba, pregando di essere aiutati nella vita.

Fuori bambini di strada vendono cianfrusaglie, svegli e furbi, con uno sguardo animalesco, selvaggio. Addestrati a fare tenerezza, a trattare, a parlare poco tutte le lingue, ad adulare le donne ed evitare gli uomini. E’ impressionante. Noi andiamo avanti senza voltarci,austere.
E ancora una volta qualcosa si rompe dentro. La miseria dei bambini, senza infanzia né futuro. E noi andiamo avanti, quasi infastidite. Nella luce del tramonto, oltre la luce selvatica di quegli sguardi. Costrette all’indifferenza, senza soluzione per loro, senza risposte per noi. Ancora tornano immagini di Calcutta e Delhi. Della scuola all’aperto. Del bimbo scheletrico tra le braccia della sorella al Sarnath. Bambini. E mentre io sono qui, nella mia stanza accogliente, senza problemi ne vere paure, gli occhi si riempiono di lacrime e andare avanti mi è difficile…

INDIA, CAOS E SPIRITUALITA’ – Il ritorno

di Alessia Traverso

Lascio l’India con il cuore piccolo piccolo. Mi sento impotente e un po’ demoralizzata oltre che un enorme “merda” occidentale. Ultima immagine, quella di un gruppetto di bambini di strada tra i due e i sette anni che ci chiedono soldi e cibo… noi, appena uscite dal ristorante, con il nostro autista. Non possiamo fare nulla… nulla. Penso ai soldi spesi, alle cose viste, alla mia fortuna che dipende solo dal caso di essere nata dalla parte “giusta” del mondo… Alla loro sfortuna che poteva capitare a chiunque…
Alla consapevolezza che non si può fare nulla e che il mio contributo è misero… e tutti questi bambini che sono bambini di tutto il mondo… che rappresentano tutti i bambini di strada. Senza futuro e senza prospettive.
Io li guardo dall’alto della mia fortuna e posizione. Impossibile accettare…eppure ci sto dentro.

La guerra dei poveri è una lotta silenziosa e nascosta. Per la sopravvivenza. Per un’esistenza misera e ignorata. Questi bambini ne sono il frutto. Possibilità di riscatto? Poche, riservate ai più fortunati nella sfortuna.
Nell’ultimo viaggio indiano verso l’aeroporto mi ritrovo a viaggiare con la mente, a sognare soluzioni per queste piccole vittime, di un mondo che non li vede. Cosa posso fare io? Oggi o nel futuro? Non trovo risposte.
Un’India di interrogativi aperti, di quesiti che non so risolvere. Pensieri da riprendere a mente fredda. Per ora ho gli occhi troppo pieni di immagini, il cuore di avventure, l’animo di storie, racconti, incontri.
Un’india troppo.

Le nostre valigie erano di nuovo
ammucchiate sul marciapiede;
avevamo molta strada da fare.
Ma non importava, la strada è la vita.
(Jack Kerowac)

Ritorno. E’ giunto il momento del ritorno. Atteso e difficile. Da questo viaggio torno con piacere. Ho bisogno di casa, delle persone che per me sono casa. Felice di quanto vissuto. Felice di tornare. Provata da quello che ho visto e dalla convivenza, più difficile del previsto. Confusa rispetto al doppio ruolo sperimentato: volontaria e turista. Perché per quanto lo spirito sia quello della viaggiatrice, gli ultimi giorni li ho vissuti da turista. Con un po’ di imbarazzo ammetto a me stessa di essermi abbandonata alla dimensione di “vacanza” con più facilità del previsto. Godendomi le comodità che il viaggio offriva. Sono convinta di averne avuto bisogno realmente, era tanto che non mi facevo coccolare in questi termini. Ancora una volta mi stupisco della mia capacità di vivere tutto al massimo, di essere tutto. Come possono coesistere in me così tante possibilità di percezione diverse?
A volte mi piace, mi permette di vivere a 360° gradi ogni tipo di esperienza in libertà quasi totale. Altre volte un po’ mi spaventa: come trovare il filo conduttore del mio essere? L’equilibrio tra le molteplici sfaccettature che mi caratterizzano? Come riconoscere tra i mille possibili sentieri quello che meglio concilia queste molteplicità? Altri interrogativi. Senza risposta definitiva. L’unica parola ricorrente è : “VIVERE”.
Proprio come dice l’ultimo pensiero che mi ha scritto Jack:

La strada è la vita.

INDIA, CAOS E SPIRITUALITA’ – Giorno 23. Jaipur

di Alessia Traverso

Il giro sull’elefante e’ una tappa obbligata per chi visita l’Amber Fort, penso addirittura che i turisti non possano entrare in altro modo. E noi beh, abbiamo proprio la faccia da turiste! E quando ci ricapita di viaggiare sull’elefante? Sono animali enormi, mastodontici. Occhioni tristi e ubbidienti. Non nego, che oltre all’entusiasmo immancabile (sarei ipocrita se sostenessi il contrario) provo una fitta di profonda pena.

Animali così splendidi assoggettati alle esigenze dell’uomo, i musi dipinti, le portantine legate al dorso, le bastonate sulle grandi orecchie se cambiano direzione.
Tre pensieri corrono in successione: cavalli, tori, buoi sono infiniti gli animali assoggettati all’uomo, in risposta a quello penso però qui lo scopo non c’è, non è un’esigenza vera e propria. Ma porta turismo e benessere. Se fossero liberi tra l’altro sarebbero abbattuti perché il Rajastan non è riserva naturale. Solo al sud dell’India si trovano circa 2000 elefanti liberi nella foresta. Non so rispondermi: giusto o sbagliato? O fino a che punto comprensibile? Domande sospese. Per una volta mi godo l’esperienza da occidentale. L’elefante oscilla lentamente lungo la strada che porta al forte

Il palazzo del Maraja è pazzesco: decorazioni, marmi e affreschi con colori fatti da pietre preziose, un commercio tuttora molto fiorente. I saloni interni all’aperto sono meravigliosi. Costruito tra il XVI e XVII secolo, è caratterizzato da un lusso, uno sfarzo ed un’eleganza tali da scatenare l’invidia dei più ricchi sovrani d’Europa. La sala degli specchi toglie il fiato, e immaginarla gremita di persone, il riflesso delle candele e le musiche, le sensuali danzatrici e i colori , doveva essere pazzesco. Pensare che ci sono anche sauna, bagno turco jacuzzi, un sistema di condizionamento per rinfrescare le stanze delle maharani, le mogli del Marajà, è incredibile. Lo è ancora di più il fatto che tutti i sistemi (ovviamente) non erano elettronici-elettrici energicamente dipendenti (frase che non significa nulla). L’idromassaggio veniva prodotto insufflando aria da un tubo di rame, ovviamente grazie alla servitù. Lo splendore del posto è qualcosa di indescrivibile. Protetto da una muraglia di 18 km, il Marajà poteva godersi la vita. Uno in particolare. Dodici mogli, dodici appartamenti e un passaggio segreto con cui il Marajà raggiungeva la moglie scelta all’insaputa delle altre.

All’interno delle mura del palazzo si trova l’unico tempio della dea Kalì in Rajastan. Completamente diverso da quello di Calcutta, questo è luminoso ed accogliente. I marmi di tre colori, verde, bianco e rosa sono intagliati in maniera sublime con decorazioni floreali.
Arriviamo nel pieno svolgimento di una funzione sacra; rimbombano i suoni dei gong e delle campane; mentre il santone danza di fronte all’immagine azzurra di Kalì, con il fuoco sacro propiziatorio. I pellegrini pregano e compiono alcuni riti per il bene della famiglia donando alla dea fiori e soldi. Al centro del tempio una campana: ognuno ha diritto nel corso della vita di esprimere tre desideri che la dea ascolterà non appena la campana verrà suonata. Ognuna di noi ha espresso il proprio desiderio. Tutte uno, forse nella speranza di ritornare o forse per non disturbarla oltre. Quattro rintocchi.
Nel tempio per le grandi cerimonie si usa un tamburo di 65 kg, enorme e tutto placcato di argento. Immagino che suono potente. Anche la porta è argentata e incisa con le 19 reincarnazioni della dea Parvati , moglie di Shiva. Una di esse è appunto Kalì, dea di distruzione nata per uccidere alcuni demoni nel mondo. Per questo è rappresentata con un falce e una ciotola nella quale ha raccolto il sangue dei demoni di cui si è dissetata, diventando blu per il veleno presente in questo sangue marcio. Una divinità tranquilla, insomma. Cui noi abbiamo affidato sogni e desideri… speriamo di non farla alterare e di rientrare nelle sue grazie affinché ci protegga dai demoni del mondo, bevendone il sangue al posto nostro.

Le stoffe hanno una lavorazione particolarissima. Si usano solo colori vegetali miscelati con gomma di mango per fare aderire il colore al tessuto. Da due a otto colori per un singolo disegno.
Stampi di legno o argento vengono impregnati con il colore e stampati con precisione estrema per milioni di volte. Un lavoro di una finezza estrema.
Una volta terminate le stampe si lascia asciugare al sole per 48 ore e i colori cambiano secondo reazioni chimiche innestate dal calore. Il risultato è meraviglioso!

L’osservatorio astronomico, in hindi Jantar Mantar, è un enorme piazzale all’aperto dove sono stati costruiti secondo precisi calcoli di orientazione rispetto al sole diversi monumenti per la misura del tempo e delle stagioni. Costruiti nella prima metà del 1700 per volere dell’imperatore illuminato Sawai Sigh, impressionano oggi per la monumentalità e precisione. Ci aggiriamo tra meridiane e calendari, sotto un sole letale, cercando zone d’ombra dove la guida racconti di storie di tempi passati. Boccheggiando ci spostiamo a vedere uno dei quattordici strumenti presenti sulla piazza: un imponente meridiana, la più grande del mondo. Possiamo leggervi l’ora con una precisione fino a due secondi, semplicemente sfruttando ombre, sole e dimensioni. Incredibile rimango ancora una volta a bocca aperta. India antica di millenni di studi.

INDIA, CAOS E SPIRITUALITA’ – Giorno 22. Pushkar

di Alessia Traverso

Dopo l’abbondante colazione in hotel ci aspettano otto ore di viaggio per raggiungere la sacra città di Pushkar dove non si beve, non si fuma e non si mangia carne. Madan è già pronto ad accoglierci, con il suo sorrisone paterno. Si parte. Ovviamente le prime ore sono di coda, nelle affollate strade di Delhi.

Eccoci qui Pushkar. Sedute al bar, di fronte il lago sacro nato grazie al fior di loto lasciato cadere dal dio Brhama.

Push = fiore

Kar = mano

Lago nato dal fiore caduto dalla mano del Dio costruttore. E’ una cittadina meravigliosa, in una splendida mattina di sole. La nostra guida, ci ha appena salutato dopo averci regalato scorci stupendi e storie degli dei.

Ogni giorno della settimana è dedicato a un Dio diverso. L’accesso a tutti i templi è segnato da cinque porte per rappresentare le cinque divinità principali. Il lago è sacro, dove avviene la puja quotidiana. Gli alberi sono sacri, rappresentano la vita. Le donne pregano intorno all’albero chiedendo lunga vita per il proprio marito. Gli animali sono sacri, i veicoli delle divinità: la mucca, l’aquila il topo; le scimmie rappresentano il dio Hanuman e saltellano indisturbate per la città. L’elefante rappresenta Ganesh, dio della buona fortuna.

La guida ci racconta delle due mogli di Brama, della maledizione della prima moglie, tradita per accendere il fuoco sacro al tempo sacro. A causa di questa maledizione il tempio di Brhama che abbiamo visitato è l’unico al mondo perché chiunque ne costruirà un altro per adorare il Dio attirerà su di sé morte e sventura. Prima di entrare lasciamo i nostri averi e le nostre scarpe. Ancora una volta scalze in un tempio indù. Questa volta però l’atmosfera è più distesa, serena. Una spiritualità più sana verso il Dio costruttore. Molti pellegrini vengono ogni anno in questa città di soli 20.000 abitanti, raddoppiandone il numero, triplicandolo nei periodi di festa. Il tempio è molto particolare, ricco di iscrizioni incise sulle piastrelle di marmo, in mille alfabeti diversi, per ricordare le persone care. Si donano fiori e petali di rosa, caratteristici della città che li esporta in tutta l’India.

L’altare centrale è arancione, colore sacro. Al suo interno le statue di Brhama, con i suoi quattro volti, e della seconda moglie. Intorno il bianco del marmo è esaltato dal turbinare di colori degli abiti dei pellegrini. I santoni in abiti arancioni pregano gli dei, con i loro turbanti di otto metri.

Usciamo per immergerci nel mercato, affollato ma piacevole. Bancarelle e colori. Qualche donna ci mostra con orgoglio un cobra, arrotolato nel cesto di vimini. Che orrore! Ci scostiamo, odio i serpenti. Foto e profumi. Sto bene per la prima volta da Simdega trovo un posto dove il mio animo è sereno. Sopratutto intorno al lago, che offre scorci meravigliosi, come quello che osservo dalla sedia intrecciata su cui sono seduta. Angoli emozionanti.

INDIA, CAOS E SPIRITUALITA’ – Giorno 17. I belli

di Alessia Traverso

Mattinata difficile. Forse la più difficile da quando siamo qui. Ci siamo spostate in un’altra casa di preti dove vengono accuditi alcuni disabili e dove si è allestita una piccola “scuola” per i bambini di strada. Alcuni ci stringono la mano con vigore, altri ci osservano con sguardi vuoti. Qualche sorriso. Un ragazzone intona allegro una canzone. Due sono ciechi e il ragazzo down gestisce il gruppo, a modo suo. Noi osserviamo un po’ da lontano, senza sapere cosa si può fare; io senza sapere come avvicinarmi a loro.

Rubo uno scatto. Il ragazzo down si avvicina ad un uomo seduto sulla sedia a rotelle, paraplegico. Lo controlla per vedere se è in ordine. Gli abbottona i bottoncini dei polsini della camicia. Tenerezza.

Bimbi seduti su alcune stuoie, fuori. La loro classe ha il soffitto di cielo e le pareti di vento. Aspettano il prete che insegna loro a scrivere i numeri e le lettere. Bambini di tutte le età, presi per strada, da famiglie senza casa che non si possono permettere la retta della scuola pubblica.

Torniamo nella casa per aiutare le suore a cucire i bottoni delle camice, prima di rientrare.


 

“Non ce la fanno

i belli non resistono

sono le farfalle

sono le colombe

sono i passeri,

non ce la fanno”

(Charles Bukowski)

I belli oggi per me sono gli ultimi di qui. Sono Rohit con il suo dolce sorriso. Sono i malati incontrati oggi, incompresi e abbandonati fuori, accolti e amati dentro… incompresi da me, limitata. Sono i bambini di strada di Ranchi, di Calcutta, del mondo. E’ quel cucciolo di Varanasi, di fronte al tempio di Budda, così piccolo e magro, in braccio alla sorella. E’ Butoy che non ce l’ha fatta. E’ chi lotta ogni giorno contro il mondo, contro se stesso, per la vita, per la sopravvivenza. Chi sommerso e chi salvato. Chi non ce la fa.

INDIA, CAOS E SPIRITUALITA’ – Giorno 16. Caos

di Alessia Traverso

Di una città non apprezzi

le sette o settanta meraviglie,

ma la risposta che dà ad una tua domanda.

(Italo Calvino)

Tornate a Ranchi ripenso a Varanasi. La risposta alla domanda è arrivata. Come possono convivere così tanti culti, religioni diverse e spesso in contrasto, contraddizioni e realtà lontane in un unico luogo?

Esattamente nel modo in cui convivono per strada donne, cani, bambini e mucche, venditori, cavalli, mendicanti e gente bene. In un calderone ribollente di vita. Tutti insieme e ognuno per la propria strada. Insieme senza incontrarsi quasi mai. Da ciò deriva l’insostenibile caos, insostenibile per noi occidentali che non siamo abituati a stare al mondo estraniandoci dallo stesso, come in una bolla.

INDIA, CAOS E SPIRITUALITA’ – Giorno 15. Budda

di Alessia Traverso

sarnath india

Al Sarnath, luogo dove Budda parlò per la prima volta, resto rapita. Tutt’altra atmosfera rispetto all’inquietudine dei luoghi sacri induisti. Qui una serenità, una pace. Nel primo tempio sull’altare spicca la statua di Budda, alla sua destra un monaco canta una litania. Alle pareti affreschi mostrano scene di imperturbabilità rispetto ai problemi, alle pulsioni del mondo. Qualche passo scalzo nel parco…

Entriamo in un tempio giainista digambra i cui sacerdoti seguono questo motto: “i quattro punti cardinali sono il mio vestito unico. Il cielo è la mia coperta e la terra il mio giaciglio“. Girando nudi per il mondo, nutrendosi solo di frutta e verdura ma non di radici, non lavandosi mai per rispetto delle creature che sul loro corpo abitano. Un altro culto curioso e incomprensibile.

Una passeggiata tra resti del primo tempio buddista. Tanto verde intorno; ne approfittiamo per una pausa all’ombra di un albero. Fa caldissimo oggi.

Una statua gigantesca domina l’orizzonte. Un altro luogo sacro, dove cammino scalza nonostante le pietre ustionanti. Mi piace questo luogo. Sono incuriosita da questo culto di cui so poco. Sono troppo curiosa per una vita sola.


…perchè il canto delle sirene può essere fatale,

ma non ascoltarlo è da pavidi, quando si è davvero in viaggio.

(Antonio Tabucchi)

Lasciarsi travolgere, trasportare, avvolgere dal canto delle sirene. Dal mondo nuovo che ci circonda. India. Come aveva detto Rosa, non si deve essere reticenti all’India, ci si deve spogliare, sentirsi vulnerabili e lasciarla entrare, fluire attraverso di te anche se a volte ferisce, anche quando è troppo. Per assaporarla fino in fondo o almeno il più possibile. Per provare a coglierne l’essenza. Essere viaggiatori è spogliarsi, lasciarsi un po’ alle spalle se stessi per vestirsi di novità e tornare arricchiti per poi fondere quanto si è scoperto in viaggio con quanto è rimasto a casa, ad aspettarci. Crescere, scoprire, mettersi in gioco. Un pizzico di coraggio per lasciare l’uscio, mantenendo quel cordone ombelicale con la capacità di sentirsi cittadini del mondo, parte del mondo, non fuori luogo, anche quando non si può capire tutto.

INDIA, CAOS E SPIRITUALITA’ – Giorno 14. Varanasi, la sacra

di Alessia Traverso

scimmietta india

Varanasi. Desolazione e sporcizia. Scendiamo dal bus arruffate e saliamo in macchina per spostarci alla cattedrale dove saremo ospitate. Insonnolite e silenziose osserviamo nuovi scorci di India nella città sacra per eccellenza. Lo scenario che ci si propone non è tanto diverso dalle città già viste: mucche e carri, fango, fogne, caos e bancarelle.
Una volta arrivate, la cattedrale è bellissima, immersa nel verde tra scoiattoli e uccelli. Ci rilassiamo un istante e dopo un’abbondante colazione a base di uova sode e pane imburrato, ci ributtiamo in macchina alla volta dei templi induisti.

Nel complesso i templi induisti hanno una nota stonata, un elemento di inquietudine costante. Il primo che visitiamo non mi dispiace: bianco e spazioso, un grande giardino attorno. All’interno statue delle divinità e di alcuni animali sacri come mucca e serpente. Incenso e pellegrini in preghiera, verso déi di cui non so nulla. Il secondo tempio è rosso porpora e oro, immerso tra bancarelle di fiori, incenso e icone. Ogni volta è d’obbligo togliersi le scarpe, e non è una sensazione meravigliosa.

Il tempio che mi ha colpito di più è quello in cui centinaia di scimmie vagano in libertà tra strade piastrellate e alberi. Cuccioli accoccolati tra le braccia delle mamme che li proteggono in atteggiamento molto umano. Alcune saltano da un albero all’altro. Il tempio è sporco. Un po’ di ribrezzo nel muoverci scalze. Al centro una struttura arancione al cui interno immagini del Dio Scimmia di cui ignoro il nome osserva i fedeli offrire doni. Fede e contraddizioni. Fuori per strada la gente muore di fame e nessuno si attiva concretamente per cambiare le cose, mentre qui si acquistano cibi fritti sacri che vengono impachettati con stile per essere donati alle scimmiette cui peraltro il fritto forse non fa neppure così bene.

Assurdità delle diverse religioni… La gente soffre la fame ma la vacca è sacra, il maiale è sacro. La guerra è santa e la tolleranza si perde. Ma come giudicare ciò che non conosco e non capisco?

L’autista ci porta da uno degli ultimi artigiani che producono meravigliose stole intrecciate a disegni finissimi. Per creare un centimetro e mezzo il piccolo indiano seduto dietro al telaio impiega un’intera giornata. Le mani esperte muovono velocissime sul telaio di mille fili i vari rocchetti colorati. Osserviamo affascinate, testimoni di un’arte che sta lentamente sparendo. Meravigliate e rapite ascoltiamo qualche spiegazione. Poi ci invita a provare e anche noi intrecciamo quei fili che creeranno motivi splendidi.

Incontro. In lontananza un bimbo sulla sedia a rotelle. Ci avviciniamo. Ci osserva sbavando. Mosche lo assillano ma i suoi movimenti disarticolati gli impediscono di liberarsi del fastidio. Arriva la mamma, le stringiamo la mano. La stringo a lui. Sorride. Rimaniamo soli… sono rapita da questo sguardo dolce e triste. Non provo paura. Un forte senso di tenerezza. Rimaniamo ad osservarci, sereni. Rohit.


Quanto è vero che contiamo i passi che ci separano dalla nostra casa, legati da un cordone sì prezioso per il senso di appartenenza che ci trasmette, ma a volte traditore perchè ci impedisce di lasciarci andare e di considerare ogni posto la nostra casa, e ogni casa il nostro posto.

(Roberto D’Alessandro)

INDIA, CAOS E SPIRITUALITA’ – Giorno 13. Magic bus to Varanasi

di Alessia Traverso

magic bus varanasi

Quello che ho capito è che sono le persone a fare la differenza. Le persone. Una persona. Non la gente. La gente non fa la differenza. La “gente” è il gregge in cui ci mettono o in cui ci nascondiamo, che così è più facile stare al riparo. […] Basta anche solo una persona. Una persona che ci metta la faccia. Che ci metta il cuore. E che si faccia portavoce di un messaggio costruttivo.

(Roberta Medini)


Bellissimo spunto con cui iniziare la giornata, sul tetto della struttura, scrivendo e riflettendo un po’. Ho persino iniziato un racconto che non so se sarò mai in grado di finire. Trovo bellissima la distinzione tra gente e persone. Una persona fa la differenza, tante persone fanno la differenza; questo plurale in qualche modo mantiene concretamente l’individualità del singolo, sottolineandone impegno e potenzialità. “Gente” è sempre un plurale ma dispersivo e senza identità in cui è facile nascondersi. In questi termini associo a persone la parola azione mentre a gente collego il termine adagiarsi. Chi può fare la differenza deve esporsi, mettersi in gioco e rischiare, trovando il coraggio di uscire di casa, di estraniarsi dalla folla; non è mai una scelta facile.

Voliamo al piano di sopra per un paio di chapati con il sale e via, di corsa giù per le scale, zaino in spalla alla volta di una nuova avventura! Un istante dopo siamo in jeep, immerse nel traffico della sera, preoccupate di perdere il bus. Sciocche illuse! Un bus in India puntuale? Non scherziamo! Con noi verrà suor Astrita, per la tranquillità di Kudi. In realtà si rivelerà più un intralcio che un aiuto. Ma è comprensibile considerando che non è praticamente mai uscita dal convento e non ha idea di come muoversi nella realtà del mondo, oltre il cancello.

Profondo disagio sul bus! Tra tendine viola e neon fluo, il tipico kitch indiano emerge nella sua massima espressione. Le tendine non hanno mai visto del sapone e il materasso non solo puzza ma pullula di germi, pulci e insetti… Presto ci dimentichiamo di tutto, attente a non volare al piano di sotto non appena il bus inizia a muoversi! Dal finestrino un po’ d’aria ci permette di respirare. Varanasi arriviamo.

INDIA, CAOS E SPIRITUALITA’ – Giorno 12. Nuovi mondi dal finestrino

di Alessia Traverso

La sveglia suona prima dell’alba. La jeep ci attende nel buio fresco della mattina. Sono sei ore fino a Simdega e sono abbastanza preoccupata per il mal di stomaco. Cerco di resistere, sudando freddo. Mi concentro sulla musica nelle cuffiette e sulle immagini che scorrono rapide dal finestrino. Nelle prime luci dell’alba la città si risveglia. Inizio a stare meglio. Amo viaggiare in jeep, potrei farlo per ore senza annoiarmi, ammirando ogni scorcio con rinnovata curiosità; c’è sempre qualcosa di nuovo, qualche dettaglio da scorgere e immortalare. Usciamo da Ranchi e lo scenario cittadino lascia il posto ad una sterminata campagna. Gli occhi si riempiono di verde intenso e di piccoli villaggi dove si vive a un altro ritmo. Una fonte, bimbi che giocano, panni stesi. Uomini affaccendati intorno al fuoco su cui sfrigolano chapati e frittelle.

Due foglie di quella radura che non c’era già più…
e gli occhi han preso il colore del cielo, a furia di guardarlo,
e con quegli occhi ciò che vedevi, nessuno può saperlo.

E sole pioggia neve tempesta sulla valigia e nella tua testa
e gambe per andare e bocca per baciare
E sole pioggia neve tempesta sui tuoi capelli su quello che hai visto
e braccia per tenere e fianchi per ballare.

Il peso della valigia, Ligabue

Intorno a noi le risaie dove uomini convincono buoi recalcitranti a trascinare l’aratro, mentre molte donne punteggiano colorate l’orizzonte, chinate a raccogliere i preziosi frutti della terra. Immagino lo sforzo fisico che una vita del genere deve richiedere e mi spiego così le numerose donne anziane piegate dagli anni e dal duro lavoro che faticosamente si trascinano per le strade, senza poter guardare verso l’orizzonte.
Alberi enormi, boschi impenetrabili, muschio verde brillante. Qui vivono gli elefanti e le scimmie, che per nostra fortuna – dice Kudi – non incontreremo sul nostro percorso. La strada scorre sotto di noi, tra buche e oscillazioni mentre cantiamo e sgranocchiamo banana fritta. Il tempo vola e il sole inizia prepotente a far sentire la sua presenza. Risate e racconti. Caldo e paesaggi. Momenti di felicità da assaporare fino in fondo.
Umanità e natura. Incontri che rimarranno per sempre nelle immagini rubate dalla macchina in corsa, nei ricordi che conserveremo per raccontarli a chi avrà voglia di ascoltare le nostre avventure.

Superiamo un villaggio ai confini del quale tende e baracche si susseguono nel verde. Un ragazzo cammina quando ad un tratto, poco distante da lui, un guizzo. Un serpente! Per fortuna siamo distanti e protette… Quando è il momento di scendere per andare in bagno (nel bosco), ci guardiamo bene dall’addentrarci nel folto del fogliame, restiamo quasi sulla strada, a costo di essere viste: l’idea di incontrare un altro serpente non alletta nessuna di noi.
Ancora fiumi, alberi e rocce. Villaggi sempre diversi e sorpassi azzardati che però non ci preoccupano: V-jay sa esattamente cosa fa e comunque non abbiamo alternativa se non fidarci. La campagna ci dà respiro e per la prima volta mi sento davvero nel posto giusto, in pace con me stessa e con quest’India che difficilmente accoglie. Fuori dal caos della città mi sento libera e serena. Lontane dal degrado e da quella miseria sporca, il cuore si alleggerisce, anche se lo sguardo accoglie un’altra povertà.

Dopo più di sei ore di viaggio raggiungiamo Simdega, cittadina alla periferia della quale le suore stanno costituendo una nuova piccola comunità. Per ora vivono davvero nel nulla, una piccola casetta con bagno e doccia all’esterno, lontani. Due fonti cui attingere l’acqua e campi coltivati a zucchine e arachidi. Una capra. Vita dura e semplice. Al centro del terreno proseguono i lavori di costruzione del nuovo convento e del dispensario che, si spera, dovrebbero concludersi entro l’anno. Facciamo un giro e qualche foto per mostrare l’avanzamento del progetto.
Oltre al caldo, ci torturano gli insetti. Ci ritiriamo nella stanza che una volta finita sarà adibita al ricovero dei pazienti.
Verso l’una ci attiviamo per il pranzo spartano per la situazione, inaspettato e ottimo per la qualità! Aiutiamo Giaianti e le altre suorine a trasportare piatti e viveri, ci accampiamo al meglio. Menù completo pur essendo quasi nel nulla: pasta, pollo e ottimi fiori di zucchina appena colti e fritti. Peccato per i fagiolini con cui rischiamo la fusione dell’esofago: sono letali! Conditi con puro peperoncino. Sara e Roberta, prima che tornino le suore, si liberano delle verdure della morte chiudendole in un sacchetto, che finisce in borsa. Io ed Erica, meno furbe, non abbiamo tempo di liberarci dei quel fardello. Con sorrisi falsissimi, volti paonazzi e lacrime affrontiamo la nostra sfida contro il cibo. I fiori di zucchina e il caffè ci fanno tornare la bocca alla normalità, ma ormai le labbra sono senza sensibilità. Fuoco!

Nel pomeriggio nuvole nere e fulmini incorniciano l’orizzonte e nel giro di qualche istante si scatena il temporale. La partenza ritarda: saremo costrette a viaggiare di notte, sempre poco consigliato. Appena spiove, con una sorella ci avventuriamo nel fango per andare a visitare la scuola, dove purtroppo non ci sono i bimbi perchè è una giornata di festa. Dopo la pioggia il verde è ancora più luminoso e le grandi foglie imperlate dalle gocce luccicano nel sole che fa capolino tra le nubi. La vecchia scuola è una struttura fatiscente e abbandonata mentre quella nuova è grande e luminosa; a fianco, la casa delle novizie, spartana ma funzionale. Strano pensare che alcune di loro sono state in Italia per un periodo. Chissà come percepiscono i contrasti e le differenze nel modo di vivere. Tornare nel nulla e nelle difficoltà di una quotidianità dura. Non trovo risposte.

INDIA, CAOS E SPIRITUALITA’ | Giorno 15. Un’alba sul Gange

di Alessia Traverso

Alzarsi prima dell’alba, nel buio ancora fitto della notte serena dopo il diluvio monsonico di ieri sera, per godersi l’alba sul Gange, nella sacra Varanasi. Una falce di luna ci dà il benvenuto.
Raggiungiamo in macchina la strada che ci condurrà a piedi ai ghat, i grandi scaloni che portano alle rive del fiume sacro. La strada semideserta in quest’ora mattutina offre un po’ di respiro al viaggiatore stanco del caos penetrante di questo paese. Oltre a noi pochi pellegrini e qualche santone in abiti arancioni. Arriviamo al primo ghat, già affollato nella flebile luce, e ci defiliamo su alcuni gradoni laterali per godere la mistica scena in fronte a noi, abbracciando con lo sguardo l’immensità del fiume che scorre rapido e marrone, indifferente al mondo, inconsapevole del suo valore sacro; le barche a remi legate al molo incorniciano uomini e donne che compiono il rito delle abluzione mattutine, per purificarsi nelle torbide acque. Donne, uomini, adulti, bambini e malati insieme nella sacralità del gesto. Qualcuno accende un piccolo lume che lascia scivolare sulla superficie unito a fiori di loto.

Ci spostiamo sul ghat affianco, più grande ma meno inflazionato. Rimango senza fiato, dall’emozione e non dagli odori: siamo le uniche occidentali e per una volta non siamo degne di troppe attenzioni, il che ci consente di immergerci nell’atmosfera mistica del fiume, avvolto ora da una luce rosata e tenue. Per un istante mi sento parte di un mondo di cui non so nulla, che non mi appartiene, lontano e incomprensibile. Ci sediamo sui gradoni, silenziose. Volti meravigliosi, segnati da anni di lavoro, droghe e sole; volti lisci e innocenti di bimbi che vendono fiori; sguardi allucinati di santoni. Un uomo di età indefinibile, folta barba bianca, avvolto nei classici abiti arancioni, sfoggia un tridente decorato da corone di fiori, sul capo un grosso turbante. Dolce, sotto le sopracciglia arruffate; accenna un sorriso e si allontana. Un contatto, un incontro.
Il sole sorge lentamente, la luce cambia, accentua i contrasti. Contemplazione.
Un altro volto, un nuovo incontro: una donna bellissima, di una bellezza antica, cammina avvolta in un sari viola. Ci libera da un ragazzo fatto o ubriaco che sta iniziando a infastidirci. Uno sguardo complice incontra occhi grati; il sorriso di un istante.

Un uomo riposa su una barca tirata a secco. Sullo sfondo un piccolo tempio rosso scuro.
Umanità che scorre come il fiume… Pellegrini in viaggio da chissà quanto tempo, giunti alla tanto agognata meta, Varanasi. La città in cui ogni indù desidera arrivare, almeno una volta nella vita. Dove desidera morire, affinché la sua anima possa raggiungere la pace eterna dopo molteplici reincarnazioni. Un incenso fumoso ci avvolge.

Ci perdiamo in qualche vicoletto, tra vacche che ostacolano il passaggio e cuccioli di cane. Qualche donna sull’uscio ci saluta, altre cucinano su banchetti sgangherati. Ovunque si cucina all’aperto: frittelle, pannocchie, gulab jamoon; molti preparano il chai tea. Perdersi nei vicoletti senza guida è un attimo. Sulla strada principale fervono i preparativi del mercato, frutta e verdura sono disposte ordinatamente per terra o sui carretti, si contratta, i venditori pesano apparentemente senza criterio sulle loro bilance a doppio piatto. Ancora una volta veniamo investite da odori nauseabondi provenienti dai macelli, dalla spazzatura ammonticchiata ad ogni angolo, nel fango. Lungo la strada del ritorno un incantatore di serpenti mostra orgoglioso i suoi due cobra. Un brivido lungo la schiena.

INDIA, CAOS E SPIRITUALITA’ | Giorno 11. La Domenica

di Alessia Traverso

La domenica ci si alza presto per andare al Don Bosco alla messa dei bambini. Sulla strada per la chiesa incontriamo madri e figli nei vestiti della festa, diverse moto e cani randagi. La sala è affollata, maschietti a destra, femmine a sinistra, e noi ci mettiamo tra loro, in fondo, dopo aver lasciato le scarpe fuori. La funzione inizia, ovviamente in hindi. Mi ritrovo a pensare a Kudi, la madre superiora, una donna meravigliosa che è stata in grado dicondensare in sé umiltà ed importanza. Questo la rende una leader amata e rispettata da tutti, sorridente ed energica, che si occupa delle sorelle, dei bimbi e anche di noi, con dolcezza; dei lavori e della struttura, con pugno fermo e cipiglio deciso. Pronta a ridere di gusto, simpatica e bonaria, per noi si è fatta in quattro più volte aiutandoci ad organizzare i viaggi a Calcutta e Varanasi, preoccupandosi per la nostra salute e per il cibo, facendoci sentire a casa. Ha vissuto 15 anni in Italia e da questo deriva il suo perfetto italiano e la sua passione per il caffè, che in India non si trova e che puntualmente si fa spedire. Una donna semplice e impegnata, la prima di dieci fratelli. Ci racconta dei bimbi, dei progetti da portare avanti, dei soldi che non bastano mai. A volte ha lo sguardo stanco, ma trasmette un’energia e una pace che fanno venire voglia di tirare fuori il meglio.

Il pomeriggio scorre veloce, troppo veloce tra pennarelli e disegni, aquiloni e danze. Sono proprio i bimbi a chiederci le attività e noi siamo ben contente di viziarli un po’! Propongo ad Auro e Tosky di fare qualche gioco-canto Scout. Il porompompero è il più apprezzato: lo portiamo avanti per un’abbondante mezzora, coinvolgendo le sisters che, divertite e imbarazzate, ridono come matte saltellando al centro del cerchio. Momenti indimenticabili. Ancora una volta mi rendo conto di quanto è importante per me il valore di un sorriso. Di mille sorrisi. Alla fine delle attività, una delle bimbe, Lavlen dice: “Thank you didi!” con gli occhi luminosi di felicità. Nessuna di noi, credo, potrebbe desiderare di più.

INDIA, CAOS E SPIRITUALITA’ | Giorno 10. Bucato e doccia

di Alessia Traverso

Oggi è la giornata della pulizia: vestiti coperte e soprattutto se stessi! Le suore ci chiamano per aiutare i bimbi al pozzo. Con secchi sapone e spugnette ci mettiamo a fregare le pieghe delle gonne, i colletti delle camicie. E’ un momento di condivisione molto divertente, tra schizzi e bolle di sapone. Si pompa l’acqua alla fonte, si riempiono i secchi e si corre via, con il proprio bucato bagnato e insaponato. Aiuto Sailin con una camicetta gialla e Roni con un’enorme coperta. Tanti sorrisi divertiti di fronte al nostro essere un po’ impacciate. I maschietti fanno casino, le bimbe sono più diligenti, come un po’ ovunque nel mondo. Dopo aver strizzato e steso il bucato al sole che finalmente ha fatto capolino tra le nubi, ci dedichiamo a lavare i bimbi. Insaponiamo i loro capelli corvini e gli esili corpi, ridendo e giocando. Doccia fredda e via! Pronti ad una nuova giornata! Sono felice di far parte di questo mondo, di assaporarne con gusto la semplicità nei piccoli gesti di ogni giorno.

Il pomeriggio scorre tranquillo tra tempere e giochi, danze e allegria. Basta davvero poco a rendere felici questi bimbi, come per tutti i bimbi del mondo. Chiaro, il nostro ruolo come volontarie è marginale e non strettamente necessario. Ma la consapevolezza di fare la differenza regalando un po’ di allegria e svago è già una piccola soddisfazione. L’altro ruolo fondamentale che abbiamo è assorbire il più possibile di questa realtà, delle esigenze più impellenti per Kudi, i bimbi e la struttura, in modo da riportare a casa materiali e testimonianze, raccontare e raccogliere sostegno e fondi per i progetti da portare avanti.

INDIA, CAOS E SPIRITUALITA’ | Giorno 9. Independence Day

di Alessia Traverso

E’ una giornata importante: i bimbi indossano la divisa bianca, la più bella che possiedono, le ragazze caftani e sari colorati, meravigliose con i lunghi capelli intrecciati. Per l’occasione la scuola è tutta decorata con festoni, palloncini e bandiere dell’India. Al cancello un cartellone di benvenuto al sindaco oscilla nel vento caldo. Al suo arrivo la parata può avere inizio, scandita da tamburi. Tum tum tum. A passo rigido i bambini più grandi accompagnano il sindaco, Komudni e la suora direttrice al palco per un breve discorso, poi bandiere e marcia, cantando l’inno della patria, festeggiando la liberazione, la fine del colonialismo inglese nel 1947. Su tutto spicca il rosso dei nastri che legano le trecce delle bambine.

Ci attende un pranzo sontuoso per festeggiare. Riso, carne, verdure, chapati, frutta e patatine. Assaggiamo i gulab jamoon, dolcetti di pan di spagna e zucchero caramellato. Per ognuno di noi c’è un rosario, dono prezioso di Kudi. Caramelle e bibite gasate. Tutti si augurano ”happy indipendence day”. Anche per le strade qualcuno si ferma e stringe la mano. Gesto inaspettato da questa gente riservata e schiva, per quanto sorridente e accogliente.

Pomeriggio, giochi e attività! Portiamo tempere e pennarelli e si scatena un delirio di colori, macchie e allegria. Sagar è felicissimo. I disegni sono fiori, mani, soli e casette. Le magliette hanno macchie fuxia e arancioni. Sono più belle così… A seguire aquiloni! Si scatenano definitivamente colorando il cielo grigio con qualche sprizzo di felicità. Infine lezione di danza con Aurora coreografa che si lancia in passi, giri e battiti di mani. Le bimbe prima ci guardano sconcertate poi si lasciano andare e ci seguono in balletti improvvisati; il massimo è quando anche suor Anitha, sempre riservata con i bimbi, si lascia trasportare e balla in prima fila. Alla fine, il velo un po’ fuori posto e qualche ciuffo ribelle, ci raggiunge per chiederci se possiamo ripetere domani.

Alle sette meno un quarto i bambini sono fuori per recitare il rosario, passeggiando. La serata è serena e quasi fresca. Io e Ro siamo sedute sui gradini dell’ingresso a scrivere il diario, accompagnate dal suono dolce delle preghiere cantate in hindi dai bimbi. Affianco a noi Anmal, sul cuscino, disegna. La malattia della pelle che lo sta torturando è peggiorata. Ha pustoline e piaghe ovunque. Alcuni ragazzini tra i grandi, invidiosi delle attenzioni che riceve, lo deridono. Gli altri bimbi invece lo aiutano e lo coinvolgono, più consapevoli della sofferenza del più piccolo per la voglia repressa di correre, saltare e arrampicarsi. Cucciolo, ha due occhioni grandi e tristi, del nero liquido della notte senza stelle.

Mentre scrivo arriva il papà di Anmal, lo stesso sguardo triste. Pochi mesi fa ha perso la moglie, e non ha soldi per mantenere i figli che quindi sono accolti qui. Ha portato loro un pacco di biscotti e un sorriso sul volto magro. Anmal, le manine piene di crema, gli porge il disegno che avevamo colorato tutti insieme. Mi salgono le lacrime. Li lasciamo soli.

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