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Canto del Ramingo

Cammino e spiritualità sui sentieri di Giandil

Category: Scampia

Visioni

“Formare cittadini liberi e consapevoli”
e ripartire dalle periferie dell’esistenza
costituendosi in piccole comunità di famiglie
anti-sistema, anti-povertà, pro-creatività.
#felicitàcondivisa #cambiamonoi #incammino

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Giuro che avrei voluto scappare. Non sarei rimasto in quell’appartamento lurido un attimo di più, e non ho intenzione di descriverne i dettagli. Che esistano queste situazioni è risaputo, trovarcisi in mezzo d’improvviso è ammutolente. Come succede che una vita umana venga ridotta a quella di una bestia? Che la solitudine espropri e invada ogni centimetro di un’esistenza? Che ogni orizzonte vitale si estingua, si oscuri? Non lo so. Non so che dire. Non so che fare.

Quelle tre donne con la schiena dritta e gli occhi profondi, che tanti con spregio chiamano “suore” come fossero sagome di cartone inutili e incartapecorite, quelle donne passano tutti i giorni in mezzo a situazioni come queste. Non sono persone spente, buoniste, eroiche, ciniche. Sono vive, serene, affaticate, indaffarate, serie, normali, preoccupate, umane. A cena era squillato il cellulare. Una vicina chiedeva alla sorella di andare a tranquillizzare il ragazzo del piano di sopra… Lei mi dice di venire anch’io, mi spiazza perché mi conosce appena. Se per una volta può non andare sola, male non fa, comprendo. Quello è un bravissimo ragazzo, ma è anche gigantesco, e psichiatrico, e tante altre cose. Una vita devastata.

Me lo ha detto Fabrizio ieri sera, e ora lo sento sotto la mia pelle: chi si permette di giudicare, non ha mai avvicinato la sofferenza. Al rientro, tra i corridoi di questa palazzina di Scampia con 140 appartamenti, la sorella mi racconta come lo hanno trovato, quel ragazzo e suo fratello. La prima volta che sono entrate in casa loro, sono rimaste scioccate. Mai visto niente del genere. Dormivano in terra, sui sedili divelti di una macchina, dopo aver insozzato i materassi al punto da renderli inutilizzabili. Anni di bestialità, droga, solitudine, abbandono, malattia… “Come si vive per anni accanto a cose del genere?” le chiedo. “Non si impazzisce?”. Sorride, le rughe si chiudono attorno agli occhi infossati. “No… Ognuna di noi fa il possibile. E poi cerchiamo di non essere sole. Ci leghiamo agli assistenti sociali, ai condomini, agli amici…” Non tutto quel ch’è oro brilla, dice Tolkien, nè gli erranti son perduti. Sotto la coltre c’è anche la vita.

A Napoli passo dal Centro Direzionale, un complesso futuristico di torri di 16 piani con ascensori stile Star Wars, attraverso mirabolanti nuove stazioni della metropolitana con colori psichedelici o mosaici artistici, fino alla zona dell’università con i suoi vicoli antichi e unti, le botteghe, i giardini nascosti. Lucia mi mostra la mensa occupata, ricavata da collettivi antifascisti nei locali pronti per una nuova mensa del diritto allo studio, e mai aperti per inadempienze politiche. Prezzi popolari tre giorni a settimana e studenti volontari come personale. Lo stesso movimento studentesco festeggia un anno di attività della Palestra Popolare Vincenzo Leone, con tantissimi corsi a 10 euro al mese, molto frequentata. Sono queste le luci di novità e speranza in un mondo dove nulla sembra trasformabile.

Salgo a piedi da solo lungo la via Pedamentina, una scala di oltre 700 anni che collega i Quartieri Spagnoli a Castel Sant’Elmo e alla Certosa, sulla collina da cui si domina il golfo e la città di Napoli, fronteggiando all’orizzonte il possente Vesuvio addormentato. La via è disseminata di cocci e ghiaia, i muretti si sfanno, le piante invadono, fresche di primavera. C’è silenzio e si sta in pace. Un comitato ha affisso cartelli per lamentare il degrado di questo percorso patrimonio dell’umanità. “I ragazzetti dicono che questa via è morta, una discarica, non porta da nessuna parte”, c’è scritto. Forse lo dicono anche delle sorelle e dei fratelli che passano le giornate nei meandri di Scampia, e di chiunque in ogni altro luogo dove si cammina sull’orlo dell’abisso. So che è su questo che gioco la mia fede. E decido di credere che quella strada ha senso: porta tutti in un posto migliore.

3 aprile 2014, Giandil

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DOVE RESPIRA SCAMPIA/2

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Ieri sera una lunga chiacchierata con Fabrizio mi ha portato in un viaggio lungo le esperienze della sua vita, in ciò che lo porta a spendersi qui, tutti i santi giorni, a Scampia, dove ha fatto cose straordinarie (ma lui non lo direbbe mai), dove ha lotta “contro i mulini a vento” per dare valore ad un’altra immagine di questo posto, continuamente appesantito e ferito dallo stereotipo del disagio e del male. La bellezza, il bene, l’umanità che si scopre, questo vorrebbe trasmettere quando dall’altra parte le fiction, i romanzi e i giornali chiedono lo scandalo, il sangue, il marcio da sbattere con compiacimento sotto gli occhi della “gente normale”. Le parole di Fabrizio ancora una volta mi danno pace, speranza, e un profondo senso di verità. La verità, quella cosa che siamo così incapaci di spogliare da astrazioni e filosofie per riconoscerla nella realtà umana di chi è “giusto”, perché vive con e per la giustizia, con e per la fiducia. Ancora una volta posso riconoscermi completamente nella visione e nell’approccio di una persona credibile, appassionata, sapiente, nella semplicità di un pasto insieme. Mi confronto con lui sul mio percorso di vita, sul senso di una ricerca, ciò che più mi sta a cuore. Non ricevo ricette, risposte, assiomi, ma umiltà, praticità, racconti di vita, coraggio di stare e di andare. Qui, al nono piano di una palazzina di Scampia, dove nell’immaginario collettivo non è concepibile nulla di significativo o per cui valga la pena.

Nella casetta rossa di Mani Tese, in centro Napoli tra il quartiere stazione e il rione sanità, ho assistito a un incontro del Comitato Campano con i Rom. C’era anche il mitico Alex Zanotelli, sempre silenziosamente in prima linea tutti i giorni per i “poveri cristi” di questo mondo, siano essi nella baraccopoli di Korogocho in Kenya, tra i neri di Castel Volturno o nei vicoli napoletani. La riunione è qualcosa di surreale: una quantità di personaggi diversissimi, dai ruoli confusi, tutti a prodigarsi tra dati, notizie, idee, esperienze dirette e aggiornamenti sensazionali, borbottando e commentandosi a vicenda, per dare soluzioni politiche e sociali a lungo termine alla sistemazione di oltre 600 Rom (dei 3000 che vivono a Napoli) al momento in condizioni di emergenza abitativa. Questi omini e queste donnine di mezz’età spendono ore della loro giornata dietro a questioni che riguardano esseri umani, bambini, donne, così facilmente ridotti a cifre, percentuali e slogan elettorali da ben altri gruppi.

In macchina ci ha portati avanti e indietro Raffaele della Casa Arcobaleno. Un altro signore che potrebbe fare il pensionato quieto e sereno e invece da decenni passa le giornate tra senza dimora, immigrati e derelitti da cui è continuamente cercato sul cellulare. Con il compare Enrico hanno ideato una scuola itinerante in roulotte per far studiare le donne nei campi rom. Son tutte cose che vengo a sapere indagando, o intuisco ascoltando le conversazioni. Questa è gente che non sbandiera nulla. Sanno di smuovere un granello di polvere nel mondo intero. Hanno deciso di metterci tutto se stessi, perché è il significato maggiore da dare a una vita.

Ho fatto da guida a un’amica che studia a Napoli. Io genovese guido per le strade di Scampia una bergamasca che vive a Napoli. Tutto sottosopra… Abbiamo passeggiato tra le Vele, passando in mezzo a questo non luogo straripante di vita confusa, esistenze arrangiate, architetture decadenti e – a quanto si sa – lo spaccio coperto. In fondo alla grande e allucinante piazza Giovanni Paolo II (un piazzale cementificato largo 150 metri senza una panchina) entriamo al Mammut, Centro Territoriale di aggregazione giovanile, una delle più graziose luci di speranza per i ragazzi qui. Poi siamo entrati nella Villa Comunale per sederci al sole sul prato, tra palme e odore di erba tagliata. I bambini giocano e le mamme chiacchierano. Da sopra il parapetto il mega giardino della villa è sormontato dalle sagome delle Vele retrostanti. E’ una delle icone che amo di più in questa Italia. La bellezza e l’inferno. Ci ricorda che nella naturalità della bellezza tutto può fiorire, anche qui. E allora le Vele di Scampia saranno spiegate verso la felicità.

3 aprile 2014, Giandil

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DOVE RESPIRA SCAMPIA

Scampia Vele notte 2014

Nel viaggio ritrovo già il gusto di scrivere. Napoli poi è sempre fonte di stupore e novità. Ai miei piedi si agita inquieta una cagna bianca che due ragazze – una coppia, mi accorgo – tengono buona al guinzaglio. Così pallida, rosata e spelacchiata sembra quel che resta della stirpe dei dinosauri, o una larva di drago ancora da crescere. Si capisce che ha sofferto tanto. Non riesce ad accoccolarsi sul pavimento per il piccolo dettaglio che questo pavimento sfreccia a 100 chilometri orari sotto terra. La nuova tratta di metropolitana porta dalla stazione centrale direttamente a Piscinola, che poi è Scampia.

Un ragazzo si alza per scendere, ammicca al cane e ne approfitta per fare un saluto gentile a queste due sconosciute. Le ascolto parlare. Le persone semplici si riconoscono in queste situazioni da come biascicano le parole, le espressioni e dal parlare troppo di sé con un certo egocentrismo. Non che sia un giudizio negativo sulla persona. Ma un tratto, quello sì.

Da Roma in giù sul treno si sente che l’Italia cambia. Più voci, più parole, più accenti. E’ più semplice attaccare bottone. Una signora sui settanta, in tiro come fosse Sofia Loren, mi assolda per portarle su e giù dal treno il trolley, un blocco granitico di un terribile azzurro elettrico. Mi congeda con una carezza scandendo in perfetto romanesco: “godd bless gliu”.

I colori della pianura sono accesi, dopo tutta la pioggia di questo tiepido inverno. E’ quel tipo di tonalità che mi richiama l’Irlanda. Devo tornarci prima o poi, ne ho visto così poca… A sprazzi rifletto sul fatto curioso che ancora una volta (la terza in un anno e mezzo) i miei passi mi riconducono qui, a Scampia. Uno dei luoghi meno attraenti d’Italia, ancor più per un camminatore del bosco e del monte. Qui, a questo cuore che palpita e che per motivi diversi mi ha legato a sé, facendosi parte del mio sentiero, del mio respiro quotidiano. Essere qui è muovere i piedi in direzione ostinata e contraria, è ridere in faccia all’ovvietà, sfidare l’apparente inutilità, è continuare a coltivare quelle relazioni inaspettate, quelle curiosità sfrigolanti, quel tentativo di impegno, che mi chiamano ancora qui, una sera di fresca primavera, camminante all’ombra sinistra delle Vele.

1 aprile 2014

Giandil

IL CAMMINO DELLA PASQUA PER OGNI UOMO

Dal messaggio di Fabrizio Valletti sj della comunità di Scampia. 

 

Tempo pieno di contraddizioni, speranze e sofferenze. Ma è proprio nello stato di confusione, di smarrimento che meglio scopriamo quelle energie interiori che ci fanno reagire con forza e decisione.
Insieme ad un riscatto morale si fa strada la coscienza che sia necessaria una svolta culturale, ricercare cioè le coordinate di un vivere civile e comunitario che sia fondato sulla lealtà, sull’onestà, sulla responsabilità personale e non sull’immagine o sulla apparenza dettata da manovratori interessati ai propri tornaconti personali.

Si avverte urgente restituire alla legalità il riferimento dell’agire personale e sociale, senza sconti e scorciatoie, a cui sembra che il nostro popolo si sia assuefatto, sulla scia di chi ha gestito il potere nelle tante forme della politica, dell’amministrazione pubblica, della finanza, dell’organizzazione mediatica.
La rinascita culturale parte dall’ attenzione verso quella parte della popolazione che è più sprovveduta di mezzi interpretativi della realtà, a partire dall’alfabeto del leggere e dello scrivere, della conoscenza dei fenomeni sempre più subìti ed etero diretti, della partecipazione attiva alla vita sociale e politica. La conseguenza sempre più grave è rimanere vittime della logica che investe il mondo del lavoro, con la perdita di occupazione e con la prospettiva per i giovani di non avere mai un impiego.

E’ il motivo per cui sentiamo vivo ed attuale lo sforzo di proseguire quello che nel nostro piccolo abbiamo avviato con il “progetto Scampia”. […]
Si è ampliata l’azione che vede la formazione dei più piccoli e dei giovani come obiettivo prioritario. Formazione al sapere attraverso la bellezza, con la biblioteca “le nuvole”, il laboratorio di cinema, l’esperienza della “musica d’insieme”, del doposcuola e della parallela attività scout.

Ma siamo anche preoccupati di dimostrare che si può lavorare onestamente, sperimentando nei laboratori di sartoria e di legatoria-cartotecnica l’opportunità di investire in forza lavoro delle risorse che, se pure povere, sono frutto di una solidarietà che va contro corrente rispetto all’incombente pressione della camorra e della cultura dell’ “arrangiare”.
[…] Fra le esperienze più belle devo segnalare anche la presenza nel carcere, con il servizio di assistenza spirituale e culturale e, come gioiello, di tutela e di utilizzo del “creato”…un corso di orti e giardinaggio!

Per tutto questo il Tempo Pasquale ci invita a vivere con speranza, immergendoci in quel Mistero di morte e Resurrezione che Gesù per primo ha voluto vivere, colpito dalla violenza degli uomini, per donarci l’energia interiore e sociale che si fonda in pratiche di amore, di giustizia e di liberazione.

SESTA TAPPA, LE VASTITA’ DI SCAMPIA (parte 6)

Cosa è stato?

Tirare le somme del mio passaggio a Scampia non è facile. E’ un ritorno lungo, tra i più incisivi che avrò vissuto, mi sembra di capire. Dopo averne comunque scritto molto, tentando di rimettere in ordine i vari incontri, non c’è un dipinto di parole che possa tirarne fuori e condividere tutto ciò che è stato. So solo che per la mia vita questi giorni sono preziosi, lo “sono” al presente, perchè lo restano.

Se nelle tappe precedenti ho avuto modo di osservare alcuni miei limiti, Scampia ha scoperchiato quasi potentemente la mia capacità di “stare“. E ancora ora non posso che offrire pennellate, voci, immagini, parole di questo passaggio. Cosa è stato, mi chiedono in molti…

E’ stato percorrere – coi miei passi di sempre – le vastità di un luogo senza senso. E’ stato sporcarmi letteralmente i piedi. E’ stato iniziare la giornata con le urla delle prediche del vecchio Pizzuti, proseguirla andando tra i palazzi a cercare e raccogliere bambini assonnati, è stato portarli sulle spalle al parco, farli giocare, insegnare loro qualche accordo di chitarra. E’ stato perdermi alla ricerca dei vari posti, solitario per lunghi viali deserti. E’ stato accorgermi di prendere a riferimento certi cumuli di rifiuti per individuare gli svincoli giusti. E’ stato entrare nelle “vele”, i palazzi mostri di rovine, monnezza, abusivismo, perdizione, giri di droga. E’ stato entrare in casa dei bambini col padre che mi offre un bicchiere d’acqua; una casa linda e pulita, dove non manca nulla, un padre normalissimo, dei bambini bellissimi.

E’ stato muovermi per Napoli in lunghe tratte di metropolitana, è stato salire al Parco del Virgiliano ad ammirare il tramonto sul golfo insieme a tutti i ragazzi Scout. E’ stato fare grandi pizzate “a metri”. E’ stato sentire per telefono i miei più cari amici, da lontano, senza trovare le parole per raccontare dov’ero, cosa mi stava capitando. E’ stato raccontarsi la vita con un newyorkese immersi tutti e due nell’assurdo continuo di questo posto.

Passare a Scampia, con un briciolo di fiducia, è stato poter scoprire che nel non senso e nel silenzio e nel vuoto opprimente di questo posto si trovano oasi e perle e sorgenti di una bellezza che altrove è introvabile. La bellezza nell’inferno. L’inferno nella bellezza. Un mondo a parte, davvero. Per il luogo, la gente, le consuetudini. Per le energie, il lavoro, le vite spese qui, a servizio.

In fondo, non è stato altro che vivere con il mio corpo, la mia mente, il mio spirito, esattamente quello che ho trovato scritto al mio arrivo qui: “Basta crederci, e trovi un mare di bene a Scampia”.

SESTA TAPPA, LE VASTITA’ DI SCAMPIA (parte 5)

Il cappello di Pizzuti, la sciarpa di Zanotelli

Domenico Pizzuti e Alex Zanotelli.

Il primo gesuita, sociologo, già professore universitario e autore di vari saggi. Il secondo comboniano, missionario, impegnato per anni nelle baraccopoli di Korogocho, in Africa, uno dei maggiori attivisti italiani sui diritti civili e i beni comuni.

Pizzuti ho avuto il privilegio di averlo “in casa”, visto che nonostante i suoi 83 anni continua ad abitare nell’appartamento al nono piano del Parco Lara di Scampia, con gli altri gesuiti. Semplice tra la gente, fino alla fine.

Lo vedi inforcare il cappello bianco e uscire solo per le strade di Scampia, qua e là tra i suoi impegni, la messa mattutina nella parrocchia, un incontro, una commissione, una visita ad amici o collaboratori. In casa passa il tempo a leggere, a smanettare sul suo vecchio computer scrivendo articoli o mail, a riposare dietro le persiane chiuse per il caldo soffocante. Le sue prediche al mattino scuotono tutti, dalle devote signore dei palazzi accanto ai gruppi Scout venuti da chissà dove.

Poche parole per lanciare il messaggio rivoluzionario del Vangelo, stimolare la coscienza civile, alimentare la speranza del cambiamento che comincia da noi. Lui, vecchio e gracile, il più radicale ed entusiasta.

Abbiamo passato più di un pomeriggio insieme a confrontarci sulla metodologia della mia ricerca, sui criteri sociologici e le idee pratiche, sulle fonti e le impressioni generali. La sera è andato a riposare presto: l’indomani di buon’ora avrebbe preso la metropolitana per andare con il suo amico Zanotelli in prefettura. “Con il caldo che c’è – mi dice – bisogna che portino dell’acqua ai campi Rom. Non possono lasciare così dei bambini”.

 

Zanotelli sono andato a trovarlo direttamente a casa sua, nel Rione Sanità in centro Napoli. Una casa minuscola e povera, straripante di libri, riviste, ricordi delle missioni. Lui è sempre uguale, il volto scuro incorniciato di barba e capelli bianchi, la sciarpa colorata attorno al collo, maglietta a mezze maniche e occhiali a ingrandire lo sguardo dolce.

Lui che quasi dieci anni fa, in un tempo oltre ogni sospetto, decise di “venire in missione” a Napoli, dall’Africa, e iniziò ad alzare la voce sul tema dei rifiuti e dell’acqua pubblica. Quattro anni dopo sarebbe scoppiata l’emergenza su entrambi i fronti. E’ questa la sua profezia, confermata da un impegno costante, resa credibile dal suo vivere povero tra chi ha bisogno e dalla sua vitalità sempre a servizio dei problemi degli “ultimi”.

Parliamo a lungo della situazione attuale e della difficoltà di comunicare, di convogliare energie e impegno sulle questioni lasciate sempre nell’ombra. Nel tempo dei nostro incontro siamo interrotti almeno tre volte. Ora sono dei ragazzi con cui porta avanti la battaglia acqua pubblica; ora è una persona che gli comunica l’emergenza di un ragazzo straniero a rischio espulsione; ora un amico che passa a salutare e a ricordare un impegno del giorno dopo.

E’ anche così che sperimento quanto le persone che incontro siano reali, non figure mediatiche, non ciarlatani, non intellettualisti. Gente che vive appieno, gente in prima linea. Basta entrare nella loro vita per un’ora, e lo si tocca con mano.

Quando ci salutiamo, prende un suo libretto su Paolo di Tarso appena pubblicato; scrive a mo’ di dedica queste parole: “A Giacomo, non ci si incontra mai per caso. Datti da fare!” Come non provarci?

SESTA TAPPA, LE VASTITA’ DI SCAMPIA (parte 4)

Enrico nella Casa Arcobaleno, l’energia di Serena, i murales di Mirella

Più difficile è stato trovare la Casa Arcobaleno. Muovendomi a piedi attraverso grandi incroci, percorro vie interminabili per circumnavigare palazzi interminabili, schivo detriti, macchie di percolato e qualche cumulo di monnezza, il tutto con un sole famelico sulla nuca.

La prima cosa che imparo, arrivato a destinazione, sono i colori. Tutto è colorato, come da mani di bambino. E di bambini se ne trova sempre uno sciame nel cortile. La seconda cosa che imparo è che dove c’è Enrico ci sono bambini. “Fratel” Enrico, per la precisione, un uomo brizzolato sui 40, corpulento, voce tranquilla.

Mi accoglie in un grande salone arredato come una classe elementare, ci procuriamo una brocca d’acqua fresca e tentiamo di chiacchierare tra un assedio dei ragazzi, le domande di un volontario e un saluto di chi passa. Più volte durante questo viaggio mi sono chiesto cosa possa pensare la gente che mi incontra. Questa volta sono arrivato totalmente di sorpresa. E nuovamente vengo accolto in un’atmosfera da “amici di vecchia data”.

Enrico racconta come si è trovato qui. Parla delle difficoltà di questa scelta, senza nascondimenti. “Qui siamo una comunità di due Lasalliani, e viviamo a stretto contatto con le Suore della Provvidenza, con cui teniamo in piedi questo centro e tutte le attività connesse” spiega. “Non tutti hanno visto di buon occhio questa nostra scelta, siamo un pò isolati anche all’interno della congregazione”.

I ragazzi, neanche loro sono facili. Spesso arriva qui alla Casa Arcobaleno chi non ha alcun posto dove andare. Spesso sono figli di gente invischiata con la Camorra, e hanno tanti problemi a relazionarsi, a convivere e crescere insieme. Ma offrire loro una presenza e uno spazio per esprimersi è fondamentale. Mi mostra tutti i dipinti, i murales e gli schizzi artistici dei loro laboratori.

A un certo punto i ragazzi del cortile decidono di fare i dispettosi, e prendono a entrare dentro facendo caos, nascondendosi per non farsi mandare fuori. Enrico si alza, quieto, non alza la voce ma li invita a uscire. Una, due, tre…almeno cinque volte. E loro, impenitenti, continuano a non lasciargli tregua. Osservo il tutto un pò imbarazzato, senza sapere se dare una mano o stare al mio posto. Osservo lui che non perde la pazienza mai, nemmeno per un momento. Non grida, non minaccia, non impreca, non dice male dell’irrispettoso di turno. Continua, volta per volta, col suo metodo tranquillo e paterno, ma deciso, fino a che loro non si stancano. Una pazienza che non si fa disintegrare, perchè piena di qualcosa di grande. Lo vedo coi miei occhi.

Dopo molto tempo mi accompagna al cancello. “Il panettiere là di fronte – mi dice – so che compra il 30 per cento del suo pane dalla Camorra, tutti i giorni. E io cosa dovrei fare? Togliergli il mio euro e ottanta giornaliero facendo perdere quel poco di guadagno alla sua famiglia? Qui è tutto così…”

 

In qualche modo sono stati incontri preziosi anche momenti apparentemente più marginali, di questi miei giorni nelle vastità di Scampia. L’amica Serena Gaudino, camminatrice, pensatrice, promotrice culturale e volontaria importante del Centro Hurtado. E’ maestra elementare, da qualche anno su a Torino. Con Serena si ha la sensazione di poter pensare e realizzare qualsiasi iniziativa. E si incontra una limpidezza, una competenza di ragionamenti tale da aprire davvero gli occhi sulla realtà più concreta.

Anche quello di Mirella Pignataro del GRIDAS (Gruppo di Risveglio Dal Sonno) è un volto che in pochi minuti si è impresso nella mia mente. Lei e il suo compianto artista di strada, Felice Pignataro, con i loro murales, i carnevali e altre pazzie anno dopo anno, per colorare il grigio delle periferie.

SESTA TAPPA, LE VASTITA’ DI SCAMPIA (parte 3)

Carmela e Figli in Famiglia, Aldo e la Comunità di Base

[continua dalla seconda parte]

Nel primo pomeriggio mi sposto a San Giovanni a Teduccio, lungo la circumvesuviana. E’ qui che incontro Carmela Manco, fondatrice della comunità Figli in Famiglia. In un luogo in cui – racconta – quando arrivò lei trent’anni fa la gente viveva nelle stalle, e i bambini stavano chiusi in casa o abbandonati per strada, Carmela ha fatto la scelta di “abitarci” per dare quello che mancava più di tutto: una famiglia.

Carmela ” ‘a Chiesa”, la chiamano qui. Lei che, donna e laica, è andata a vivere con un prete, don Gaetano, e insieme a lui ha cercato giorno dopo giorno di rispondere ai problemi della gente, andando di casa in casa, ospitando in canonica ragazzi in difficoltà, ottenendo finalmente lo spazio di una vecchia fabbrica diroccata che oggi appare un’oasi nel deserto.

Bar, tavolini, cortile pulito, palco per spettacoli, giochi per bambini, un laboratorio di restauro, un punto di ristorazione… Mi racconta queste cose con un’energia travolgente, una passione e una fiducia sconcertanti, così concreta e coraggiosa, così poco artificiosa e complicata. Non tralascia le difficoltà, le solitudini, le trepidazioni per i debiti da pagare…

“Io ho davvero una fede piccola – mi dice – perchè mi preoccupo sempre tanto di tutte queste necessità, e invece ogni volta ricevo aiuto, non mi manca niente…”.

Oggi questo posto è sempre pieno di gente. Mamme coi bambini, giovani che sperimentano la possibilità di fare della propria vita qualcosa di più, feste tutte le settimane, una rassegna teatrale e di spettacoli vari durante l’inverno, borse lavoro di cooperativa, formazione. Prospettive che si inseriscono dove le persone non ne avevano, che danno una possibilità di scelta, di conoscenza, di elevazione. Qui si autogenera la fertilità per le grandi potenzialità di questa gente.

Lo vedo anche durante il nostro incontro, in tutte le volte che qualche ragazzo o ragazza ci interrompono per dire qualcosa a Carmela. Un viavai, un fermento, un mondo che si muove in pienezza, con un entusiasmo palpabile e impensabile, solo qualche metro più in là per la strada.

Mi abbraccia forte tre ore dopo, quando ci lasciamo. Mi invita a tornare in futuro, per parlare ai suoi gruppi di giovani nel loro cammino. Mi riavvio verso la metropolitana, tra palazzi scalcinati e strade sbiadite, dove nulla sembra avere vita. Ma in questo deserto, ora so, c’è un’oasi stupenda.

 

Una sera, insieme agli Scout di Parma e Trecate, ascoltiamo la testimonianza di Aldo Bifulco, che insieme a uno storico gruppetto del quartiere promuove nella scuole l’agricoltura, in particolare il piantare e curare le piante nelle aiuole di Scampia, come segno forte di rinascita; educare i bambini e i ragazzi, con questo piccolo “gioco”, questa attività, a crederci, a prendersi cura, a “generare”.

Al termine chiedo ad Aldo di vederci, e la mattina dopo mi ritrovo seduto sul divano di casa sua davanti a una tazza di tè; l’ho voluto incontrare perchè, oltre a tutte le attività sociali di cui si occupa nel quartiere, Aldo è uno dei fondatori e referenti della Comunità di Base del Cassano, la principale di Napoli, una delle più vive in Italia a distanza di 30-40 anni.

Mi racconta in breve la loro storia, il sentirsi sempre più stretti nella Chiesa istituzionale, il soffocamento dell’autonomia e del rinnovamento che stava prendendo forma, fino alla necessità insieme ad altre famiglie di “essere comunità” per vie nuove, più libere, più autentiche. Un percorso che ha preso – specie nei loro figli – la forma dell’impegno civile, politico, ambientale, sociale. E che oggi sceglie di rimanere fortemente ancorato alla realtà di Scampia, dove si svolge la Scuola della Pace, la formazione ambientale, la battaglia per i diritti, la giustizia e la liberazione umana.

Parlare con Aldo è per me importantissimo: mi permette di ripercorrere una parte fondamentale della storia recente dei cristiani in Italia, di entrare nei meccanismi e nelle ragioni che hanno portato ai percorsi delle Comunità di Base. Ma mi permette anche di porre le mie domande, le mie perplessità per comprendere cosa oggi si muova, cosa stia passando attraverso le generazioni e in quale direzione sia meglio andare per far fruttare questo patrimonio rimasto “isolato” e a rischio esaurimento.

Ammiro la tenacia di queste persone semplici, che di un posto insensato come questo hanno fatto il loro giardino, e dopo decenni sono qui, ogni giorno in prima linea, a battersi con iniziative, appelli, reti, sulla questione di turno. Questa è gente che merita di essere raccontata. Di essere conosciuta. Sono quei piccoli che fanno “la base”, dove germoglia la profezia, il cambiamento, la lucina.

Che sta a noi raccogliere per trasformare in “domani”, già oggi.

SESTA TAPPA, LE VASTITA’ DI SCAMPIA (parte 2)

Sergio, panda rossa, campo Rom, speranza e diossina 

[continua dalla prima parte

I primi giri per Scampia li faccio in macchina con Sergio, nel sole accecante che arroventa asfalto, cemento, monnezza. Poco più di 40 anni, vicentino, Sergio è gesuita. Spalle larghe, fare deciso, pantaloncini e maglietta con su la polvere di Scampia, mi racconta aneddoti e curiosità, mi dà gli strumenti, giorno dopo giorno, per leggere quello che vedo, e notare quello che non si vede a un primo sguardo.

Sulla sua vecchia panda rossa mi porta al campo Rom. Scampia ha cinque campi Rom dei sette presenti a Napoli. E visto che “i Rom non sono gente”, nella cattiveria comune, la strada che porta al campo è una enorme discarica a cielo aperto, alta e larga metri, sciolta dal sole. Il puzzo è irrespirabile. Dentro, i campi sono più puliti dell’intero quartiere, più ordinati, quasi più umani. Scambiamo due parole, alcuni di loro sono preoccupati perchè qualcuno ha scoperchiato un grosso tombino e c’è il rischio che i bambini si facciano male…

Sergio mi mostra una baracca dove ha scelto di abitare un pastore Battista, con la moglie. Una presenza, un integrarsi al contrario, una scelta di “camminare con”, condividendo tutto quanto.

Racconta sempre aneddoti allucinanti, il Sergio, che danno un’idea della realtà in cui si trova immerso da circa sei anni. E’ lui che organizza e accoglie i gruppi Scout che da tutta Italia vengono in estate a fare servizio. Lui che pensa a portarli in giro, che li mette a contatto con il luogo, procura le testimonianze, propone dei servizi, si preoccupa della pratica delle attività del Centro Hurtado. Lo puoi trovare sotto i porticati dei palazzi a chiedere alle mamme di mandare giù i bambini per farli giocare con gli Scout, e un’ora dopo in riunione con i volontari del Centro per pianificare progetti e percorsi dell’anno a venire.

Non è tipo da lasciarsi andare in smancerie, non si stupisce di nulla, non si spaventa. Va avanti. Ma il suo ridere delle cose divertenti che gli capitano, il suo silenzioso preoccuparsi di chi gli sta attorno, tradiscono la grande passione interiore che lo anima e tiene fresca la sua speranza.

 

Di speranza mi sono trovato a parlare con Fabrizio Valletti, una sera dopo cena, sul balcone al nono piano del Parco Lara, dove abitano i gesuiti. Fabrizio è il responsabile della comunità, un uomo calmo, sorridente, sguardo penetrante dietro gli occhiali. Lorenzo una mattina mi ha detto: “Lui ha una caratura che potrebbe fare il ministro”. Ed è così. In poche parole scelte con cura, nella semplicità e del vivere quotidiano e dell’apparire in pubblico, quasi anonimo a un primo sguardo, Fabrizio racchiude il significato di questo posto, le ragioni della speranza, l’importanza del costruirsi persone forti, libere, che conoscano la realtà, che scelgano.

Mentre parliamo, l’aria si riempie dell’odore pungente di gomma bruciata, e in lontananza nella notte il quartiere è soffocato dal fumo. “Questi sono i roghi di monnezza – fa lui con un sorriso rassegnato – diossina pura…”. E’ qui da parecchi anni ormai. Dalle parole dei tanti che ho incontrato mi sono reso conto di come dietro quella figura per nulla appariscente vi sia un riferimento indispensabile per molti. Uno che ha saputo intessere una rete tra le realtà più disparate, mettendo a collaborare insieme tanti talenti al servizio del quartiere. E soprattutto, un umile che continua a interrogarsi, a saper ascoltare, a sapersi affiancare compagni di viaggio con l’idea di cercare insieme la strada, senza nessuna imposizione o autorità. Una presenza che illumina questo luogo senza senso.

SESTA TAPPA, LE VASTITA’ DI SCAMPIA (parte 1)

Il mio arrivo a Scampia è in metropolitana, verso sera. Di fronte a me, su due grandi palazzi bianchi, due manifesti giganteggiano la scritta “Benvenuti a Scampia. Se ci credi, puoi trovare un mare di bene a Scampia”. Autore: il Centro Hurtado. E’ proprio lì che sto andando. Cerco di orientarmi dalle poche indicazioni ricevute per telefono.

Cammino, i viali sono larghi, costeggiati da ampie aiuole. Piene di spazzatura. Qualche macchina sfreccia qui e là. Nessuno in giro. Chiedo ad alcuni passanti. Ci capisco sempre di meno. Nel rossore del tramonto, giganteschi palazzi scalcinati come cupi mostri assopiti mi sovrastano. Mi sembra di andare verso nulla. Di essere nel nulla. Silenzio. Questo posto è muto, celato, senza brecce.

Ad un certo punto mi avvicino a un ragazzo, sul marciapiede. Mi dice che può portarmi lui, va nella stessa direzione. Intanto aspetta. Dal balcone del primo piano gli calano una vaschetta di plastica blu attaccata a una corda. Lui ci molla dentro 10 euro e raccoglie un pacchetto di sigarette. Poi andiamo. Mi chiede cosa ci faccio qui. Gli dico che mi fermerò qualche giorno per fare alcuni incontri, conoscere le realtà che lavorano qui, vedere Napoli…

“Non è un bel posto qui… Tutti se ne vorrebbero andare, appena possono” dice. “Sei costretto a cedere, prima o poi. Ti dicono ‘vieni a rubare con noi’, e tu rispondi di no un giorno, di no due, di no tre, il quarto ci vai”. Scuote la testa. “Quando vedi che tu lavorando guadagni 50 euro in una settimana, e loro 250…poi cedi”.

Ineluttabile. Senza senso. Questo è stato il mio battesimo a Scampia.

 

Per primo ho incontrato Lorenzo. Direttamente da Manhattan, dove sta da dieci anni a fare da agente alle giovani modelle di tutto il mondo, catapultate lì nel circuito della moda, Lorenzo ha scelto di spendere qui al Centro Hurtado la sua seconda settimana di ferie. “Sentivo il bisogno di fare del volontariato – dice semplicemente – sono qui a dispozione, facciamo quello di cui c’è bisogno”.

E’ romano, Lorenzo, ha un passato da Scout e un fare simpatico e stimolante che trasmette da subito amicizia.

 

Antonio è qui per un tempo più lungo. E’ un ragazzo di Grosseto, da tre anni in cammino per diventare prete, a Siena. Un forte impegno antimafia che rinfresca con letture e servizio, e un fare riservato, amichevole, che non nasconde la sua timidezza e a tratti i suoi conflitti interiori. Una persona che conosce la direzione in cui cammina, e se ne porta consapevolmente tutti i dubbi e le opportunità. Con un forte senso della giustizia.

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