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Canto del Ramingo

Cammino e spiritualità sui sentieri di Giandil

Canto del Ramingo

Categoria: Viaggio-incontro 2012

UNDICESIMA TAPPA, IN 40MILA A ROMA

Avreste dovuto vederli, 40mila giovani da tutta Europa a pranzo al Circo Massimo. Chitarre, sole, pietre antiche, pietre vive, panini, giocolieri, risate, chiacchiere, abbracci, sorrisi, cielo terso. L’inverno delle stagioni, la primavera della vitalità. Da Genova ci siamo immessi in questa fiumana in alcuni gruppetti. Siamo finiti ospiti in un salone parrocchiale oltre il capolinea di Rebibbia, a quasi un’ora dal centro, e lì abbiamo convissuto per cinque giorni con un gruppo di polacchi e uno di Varese.

In centro saltavamo da un momento comune in una delle basiliche – assorti al lume delle candele e avvolti dal canto e dal silenzio – a questo momento spettacolare del pranzo, ai giri tra le rovine immortali della città eterna. Oggi un museo, domani un laboratorio sull’immigrazione o la storia contemporanea, il tutto condito da passeggiate per lo sterminato centro. Una sera di pioggerella gelida ci siamo ritrovati in dieci su un tram a cantare Guccini e i Modena con chitarra, violino e flauto traverso (per la gioia dell’autista), da un capolinea all’altro senza mai scendere.

La festa dei popoli che abbiamo messo su per capodanno ci ha visti andare a lezione di danze polacche e improvvisare una corale su De Andrè, per non dimenticare il semplice raccoglimento a favore della pace, in ricordo delle sofferenze del mondo, per rinnovare l’unità oltre ogni presunta divisione. Popoli, culture, persone, sensibilità, provenienze, lingue, diversità, religioni…non c’è nulla che possa essere più importante e prioritario della ricerca dialogata dell’unità, del vivere insieme che è già reale, come abbiamo sperimentato a Roma, in 40mila.

Qualche sera dopo sono andato a trovare Irene, che invece di tornare a Varese col suo gruppo si era fermata al Teatro Valle Occupato, un posto unico, un teatro splendido, un’atmosfera tutta da respirare, con le tensioni e gli entusiasmi della libertà e dell’impegno. Finito il grande incontro europeo sono rimasto qualche giorno, ramingo come sempre tra incontri e lunghe passeggiate. Ho incontrato Salvo nell’antico convento di San Saba, tra pizza, schitarrate improvvisate con amici sconosciuti, un po’ di riposo e un confronto molto profondo con lui, siciliano doc e ragazzo in cammino. Si spende qui perchè San Saba sia sempre più luogo di accoglienza per giovani oltre che riferimento nazionale per tante proposte artistiche, culturali e spirituali giovanili.

Per ritirare un premio letterario sulle Vie Francigene ho finalmente incontrato Silvia, di una grande associazione che ha sede sulla terrazza di fronte all’Altare della Patria. Mi sono goduto un tramonto unico su Roma, rosso sangue sui fori, le cupole e la mole bianca dell’altare. Mi sono presentato carico del mio zaino da viaggio, vestito da cammino, in quel palazzone di lusso con sedi importanti, ma credo che lei abbia apprezzato: cosa aspettarsi da uno che scrive diari di viaggio sul cammino?

Don Franco mi ha ospitato nella sua piccola casa all’inizio di Via del Corso per una notte. Dopo una lunga chiacchierata sulla situazione di Roma e le difficoltà di confronto del momento presente, mi ha raccontato la sua storia e di come ormai qualche anno fa sia stato messo sulla lista nera “del sospetto” da parte dei superiori, forse per un esperimento di presenza nel sociale troppo avanzato e “da sporcarsi le mani” nella comunità in cui era. Curioso è che proprio in questa casetta di poche stanza abbia vissuto parecchi decenni fa un certo Angelo Roncalli.

L’ottavo giorno un’ora di treno mi ha portato a Lavinio, sulla costa a sud di Roma, dove Matteo mi aspettava per passare un po’ di tempo insieme. Nella sua comunità hanno appena inaugurato un bellissimo monumento di arte contemporanea dedicato alla pace nel mondo: è un mappamondo di pietra chiara, al centro di un praticello verde che la notte si illumina stagliando tutti i continenti della stessa tinta. Tutto attorno, in tante lingue, la scritta “Beati i costruttori di pace“. Nonostante fosse a letto malato, mi hanno presentato anche Gianni, genovese, uno dei fondatori di questo centro ecumenico dove si radunano diverse comunità immigrate. Si dice che sia il prete con cui De Andrè ha scritto il testo de Il testamento di Tito. Ovviamente non riuscivo a crederci.

 

E ho ripensato a tutte queste bellezze, mentre fuori dal finestrino correvano i colli e le risaie nel mio viaggio di ritorno. Alla quantità di incontri e di passi sulle strade di Roma, la capitale, l’Urbe. La città delle origini e quella in cui, forse, termina per ora questo viaggio-incontro che per mesi si è snodato tra i colli di Genova, la Val d’Aosta, la Val Maira in Piemonte, la Campania con Paestum e Scampia, la Lombardia con Pavia e Milano, e poi Torino e Alessandria, ora Roma. E che ho provato e proverò ancora a raccontarvi, dal momento che “la felicità è vera solo se è condivisa“.

DECIMA TAPPA, UN ARSENALE A TORINO

Sermig Torino

Sono sbarcato a Torino una fredda mattina prima di Natale, con la gente accalcata nelle strade larghe, tra palazzi squadrati. Torino è così, stradoni e stradine disegnate con antico righello, corolle di monti innevati in squarci di orizzonte, e il fiume Po a dare respiro prima della salita sui colli. Procurata una mappa, mi avvio per sterminate passeggiate incantandomi qui e là di fronte a rovine o monumenti straordinariamente possenti. L’aria è frizzante e il cielo striato di nubi poco convinte, mentre costeggio la Dora fino ai cancelli dell’arsenale.

E’ uno dei primi grandi complessi ad aver portato in Italia l’industria bellica moderna, più di un secolo fa. Oggi sulla facciata ridipinta campeggia un’enorme bandiera composta di tutte le bandiere del mondo, su cui domina la scritta azzurra “PACE“. Già, questo posto grazie alla fiducia e alla speranza di un gruppo di famiglie e di giovani è stato “rivoluzionato”, negli anni ’80. Preso in stato di abbandono, trasformato in una comunità accogliente, in un servizio missionario per giovani.

Qui trovo ospitalità per alcuni giorni, aiutato da Paolo a guardarmi attorno e fare incontri significativi per il mio cammino. Lui qui si occupa dei contatti e del soggiorno dei gruppi di giovani che da tutta Italia arrivano, mi dice circa 15mila all’anno.

Conduco le mie passeggiate tra momenti di riflessione e riposo, di incontro con altri ragazzi, pasti comuni e giri all’esterno, per la città. Un pomeriggio mi chiedono di aiutare nel doposcuola, e mi ritrovo insieme ad altri volontari a ricevere e seguire una frotta di ragazzini, quasi tutti immigrati di seconda generazione, dal quartiere, che trovandosi sopra Porta Palazzo è uno dei più multietnici di Torino.

La mattina seguente mi immergo nel quartiere alla ricerca di un Centro dove lavorano molto sul dialogo interreligioso e interculturale. Grazie ad una bicicletta offerta in prestito mi spingo più lontano ancora fino alla grande sede del Gruppo Abele con tutte le sue attività, tra cui la famosa rete Libera. Nel pomeriggio faccio la conoscenza di uno dei fondatori del settimanale Riforma, delle chiese evangeliche, valdesi e metodiste, alla scoperta di una minoranza preziosa e dei suoi contributi assolutamente interessanti.

Riporto la bici alla mia amica Serena, che fa la maestra in una scuola elementare oltre il fiume, anche se è napoletana e da anni collabora col Centro Hurtado di Scampia, dove l’ho già incontrata quest’estate.

C’è anche il momento “little Genova”, con la serata passata in compagnia degli amici Lorenzo, Simon e Caterina. Con Lorenzo ci arrampichiamo (letteralmente, perdendoci al buio) su per un bosco fino ad un belvedere su Torino, in riva al Po, discutendo di viaggi, letteratura e politica.

 

Ho passato cinque giorni (sembrano pochi a dirlo) estremamente ricchi ma anche vagabondi, come lo stile di questo mio viaggio-incontro si riconferma ogni volta. Nel freddo dell’inverno a due passi dal Natale, con un clima che si palpa “diverso”, più euforico, più spensierato, ho consumato le suole sui lunghi marciapiedi della pianura di città, tra l’oasi sempre in fermento dell’arsenale e qualche appartamento sperduto dove mi sono presentato quasi a sorpresa per incontrare, conoscere, chiacchierare. Ho confuso il mio volto tanto nelle viuzze dello shopping centrale quanto nei vicoli mescolati dei quartieri “bassi”.

In una Torino cosparsa di estensioni e silenzi, acque scivolanti e colori pallidi, ho affacciato il mio volto e un cuore su cui si battono con egual destrezza la felicità di questo vagabondare dominante – iniziato oramai a giugno – e la fatica di portare sempre più “bellezza e conoscenza” da tutti questi incontri, senza il tempo ancora di fare ordine e sedimentarne il significato.

Mi guardo allo specchio e ciò che ottengo è un sorriso tirato. Verrà il tempo del lungo ritorno, ora mi trovo nuovamente ad andare. E’ un andare leggero, quello che tento, spensierato pur in una precisa ricerca. Un andare col mio vero volto, senza maschere, per un incontro di persone autentiche, senza veli. E’ questo in fondo che Ernesto Olivero, fondatore dell’arsenale, mi ha lasciato scritto sul diario di viaggio:

Noi parliamo 

prima di tutto

con la faccia

vacci dietro “alla tua”

difendila

e ti stupirai…!

18-12-12 Ernesto Olivero

 

NONA TAPPA, CASE DI VILLAPIZZONE

libro Villapizzone

Una volta qui era campagna, lo si intuisce dalla chiesetta col suo piazzale e le casette a due piani. Ora è piena Milano. Proseguendo poche decine di metri c’è il cancello in ferro battuto, sempre aperto o accostato, di Villapizzone.

E’ qualcosa cui non siamo abituati, purtroppo, e invece dovrebbe essere la normalità: una comunità. Sette famiglie, tra cui una famiglia “anomala” formata di padri gesuiti. Un’avventura che dura ormai da qualche decennio, cresciuta sull’esperienza nelle missioni del terzo mondo, ricercata e riadattata nella società moderna del nostro “mondo sviluppato”.

Iniziarono con una forte correlazione tra vita comune e lavoro (sgomberi specialmente), in quelle che erano rovine di una qualche vecchia fabbrica o caserma, ora non ricordo. Ricordo Beppe, gesuita, che mi spiega come inizialmente si dormisse con poco più che celofan sul soffitto mancante, e ci fossero croci delle BR dappertutto sui muri dell’attuale cappellina.

Ogni famiglia ha il suo spazio, la sua casa, e accoglie continuativamente ragazzi o adulti che hanno bisogno di un “tempo di comunità”. Disagi, immigrazione, crisi personali… Oggi appare un vero gioiello: il parco ben tenuto che conserva tranquillità e quiete, il pollaio, i giochi per i bambini realizzati al centro, le sale comuni, le case…

Ho passeggiato insieme a Betta lanciando sguardi incuriositi oltre le grandi finestre e porte di vetro da cui si vede l’interno dei focolari domestici. “Non viviamo insieme per fare delle cose” mi ha spiegato Tullio il giorno dopo. “Facciamo delle cose perchè viviamo insieme”. Servizio al quartiere, cui la villa è aperta con iniziative e spazi di sostegno e accoglienza, servizio sociale, con la presa in carico di bambini, ragazzi, migranti, borse lavoro. Servizio della parola anche, con le meditazioni e i gruppi di confronto e cammino proposti in particolare da Silvano Fausti.

Mi sono fermato qualche giorno accostandomi nella quotidianità più semplice a come si vive in una comunità. In una delle famiglie tra ospiti, lavoratori della cooperativa e famigliari, la tavola di pranzo era apparecchiata per dodici. Per il compleanno di Beppe, la sera in sala comune, sono arrivate decine di persone da fuori. Si sente come questo luogo sia riferimento e presenza viva sul territorio.

La sua testimonianza che si può vivere diversamente (tutte le famiglie tengono cassa comune, e ogni famiglia chiede la cifra di cui ha bisogno una volta al mese) è ancora più preziosa in quanto non si tratta di una comunità religiosa. E’ invece un luogo rappresentativo della normalità, di persone comuni che lavorano, vivono, vanno a scuola, ragazzi, adulti, anziani, bambini, ognuno con le sue esigenze, ma con la prassi della vita a stretto contatto, rispettando gli spazi personali senza per quello far mancare l’appoggio e la condivisione di una comunità.

In pochi anni sono nate 30 comunità di questo tipo, sparse per l’Italia, che fanno riferimento a un’Associazione. Un mondo che si espande e che liberamente offre l’opportunità di costruire diversamente da come ci abituano a pensare.

OTTAVA TAPPA, IL CIELO E LA LUCE A CASTELCERIOLO

Sono arrivato a Castelceriolo, un paesino a pochi chilometri da Alessandria, in una mattinata di sole, quel sole autunnale così giallo e piacevole dopo l’acquazzone.

Ho conosciuto Walter leggendo i suoi articoli su alcune riviste. Poi lui ha letto qualcosa di mio, ed ecco che abbiamo inziato a scriverci. La sua passione è la Palestina. I suoi viaggi non si contano più, i suoi racconti sono incantevoli. E’ uno di quei viandanti che nel ricercare la bellezza e il soffio dello spirito non trascura, anzi si innamora della storia vivente, delle persone oltre che delle pietre, sentendo proprie le ingiustizie e battendosi con eleganza per non restare a guardare.

La sua casa, da cui si vede il castello che dà nome al paese, è piena di icone, segni e ricordi intrisi del significato di questi viaggi, delle sue amicizie e delle relazioni che ha stretto con i palestinesi in questi anni. E’ curioso per me essermi trovato d’improvviso in un quieto paesino di campagna piemontese e immergermi nello spirito della Terrasanta.

Il pomeriggio ho mosso alcuni passi incerti per i campi, respirando il silenzio. Non c’era anima viva. Una strada sterrata piena di pozze dove si specchiava il cielo con i suoi rodei di nubi bianche come il cotone. Oltre il ciglio, il verde dei campi ravvivato dalle piogge. La pianura tutt’intorno, ma all’orizzonte verso ovest l’incredibile nitidezza delle catene alpine, cariche della prima neve. Non dimenticherò quella luce, quel cielo, quell’azzurro nell’acqua delle pozzanghere, l’aria frizzantina, il verde e lo spazio aperto nel silenzio, sensazione di bellezza.

Con Walter abbiamo parlato di tante cose, abbiamo passeggiato e girovagato nei dintorni, ci siamo confrontati sul tempo attuale, sulle fatiche e le speranze di chi cammina, in ricerca, nel mondo degli uomini. In casa sua trovano alloggio due migranti in difficoltà, lavoratori in cerca di stabilità. “Da qualche tempo ho deciso di puntare tutto sulla relazione” mi spiega Walter anche riguardo a tutte le sue attività coi giovani, ai viaggi in Palestina, all’essersi un po’ ritirato dalla scena ufficiale dell’alessandrino. Anche la scelta di un paesino di campagna invece della città è stata per lui lo sperimentare una tranquillità maggiore e provare a liberare le energie di una piccola comunità.

E’ proprio l’aria che si respira a Castelceriolo e nella sua casa, per i campi all’intorno e la sera tra la gente. Vivere il silenzio e la quiete cullando l’amore e l’impegno per il mondo e l’altrove, dove si soffre, dove si è determinati a tornare, per viverlo ancora. Quel cielo nelle pozze, d’altra parte, è lo stesso sopra le polverose ferite di Palestina.

SETTIMA TAPPA, LE TORRI DI AMBROGIO

Ricomincia da Milano il mio viaggio incontro che nell’estate appena conclusa mi ha portato dalle cime valdostane ai lotti di Scampia, dai colli genovesi alle baite del Piemonte.

Medhelanon, latinizzata in Mediolanum come racconta Tito Livio, fu piccolo villaggio e sempre più crocevia celtico tra l’Italia e il grande Nord oltre le Alpi. Non è improbabile la sua origine di santuario dei celti, fino alla rifondazione e romanizzazione piena.

Qui muovo i miei passi svelti nel delirio della città moderna, che proprio non riesce, a quanto pare, a liberare se stessa dall’invivibile, per lasciar vivere l’uomo. Qui incontro e conosco gli amici di San Fedele, vicino alla bianca cattedrale, che ogni giorno si impegnano per offrire le bellezze dell’arte, della cultura e della conoscenza del mondo a chi passa per di qua o li riceve a distanza. Dai problemi del sociale alla ricerca nel dialogo, dalle notizie del mondo al confronto comunitario attraverso le opere degli artisti vecchi e nuovi, si interrogano insieme su come raccontare e trasmettere. Scorte di senso, di comprensione e di prospettive di fronte a una realtà che sì, è possibile conoscere ed affrontare pienamente.

La sera mi ritrovo a passeggiare fuori, da solo. Certi giorni vedo un amico o un’amica, ma per lo più mi ritrovo spaesato senza sapere dove andare. Allora cammino. Le vie illuminate scorrono ai miei lati, il freddo arrivato d’improvviso ripiega i passanti su se stessi. L’inverno sta arrivando…

 

Una sera scopro la pusterla di Sant’Ambrogio, quella che nel passato era considerata una delle porte minori per l’ingresso in città. “Chi sei, Ambrogio?” Mi muovo lentamente tra le pietre antiche, corrose, fiocamente lambite da qualche raggio di luce. “Ti immagino austero, caparbio, dire la pace in un mondo devastato di guerre, barbarie, traffici di ogni sorta. Ti vedo corrucciato, la sera, guardare la città addormentarsi, conoscendo la malvagità e la perdizione degli uomini. Preoccupato dei tuoi figli, del tuo gregge. Alla ricerca delle parole giuste. Chi sei, Ambrogio?” La pietra non mi risponde, la mia domanda echeggia a lungo sotto le torri squadrate di mattoni rossicci.

Chissà se questa solitudine ha un senso, penso. Chissà cosa avrò in cambio. Nulla. Costeggio un grande memoriale ai caduti, tra la gente che cammina rapida via, da una parte o dall’altra, nel buio. E’ freddo.

 

Poco più tardi sono nella taverna del signor Antonio, un sarto abruzzese di 81 anni (ma ne dimostra 20 di meno) tanto elegante nel vestire quanto bonariamente volgare nelle allusione dei poster ed altri oggetti che campeggiano in mezzo a una collezione invidiabile di caffettiere. Mi ha invitato Erica, 27 anni, camminatrice come poche. Cena in tavernetta a base di tre “anziani terroni” uno più simpatico dell’altro, tutti sarti, tutti eleganti, tutti ospitali più che mai.

Racconti di paese, vecchie barzellette, qualche presa in giro della tv d’oggi, risate. Più tardi, a fine serata, il signor Antonio si fa serio, stappa una bottiglia di rosato delle sue parti, al sud, e ricorda. I suoi vecchi, quando era ragazzo, avevano vissuto nel Regno Borbonico, il Regno delle Due Sicilie. E lì, a pochi chilometri, la frontiera con lo Stato Pontificio, su cui lui stesso andava a giocare con gli amici. Solo le guardie erano sparite, dopo l’unificazione. I suoi vecchi ce l’avevano negli occhi l’arrivo di Garibaldi, che aveva fatto l’Italia.

Mi sento un grande peso nel giungere così d’un balzo, per le parole e gli occhi del signor Antonio, al confine tra Stato Pontificio e Regno borbonico. Il passaggio è straordinariamente corto: i miei occhi, i suoi occhi, gli occhi dei suoi vecchi. E siamo a un secolo e mezzo fa, quando il mondo era qualcos’altro e le guerre mondiali non erano neanche immaginabili.

 

Nella redazione di Aggiornamenti Sociali, al termine di una giornata, stringo la mano per la prima volta a un uomo appena arrivato per tenere un incontro serale. Si chiama Silvano Fausti, gesuita, biblista. Vive a Villapizzone, in una comunità di famiglie. Provo una grande ammirazione e sono emozionato di fronte alla sua semplicità. Uno che ha rifiutato la carriera all’Università Gregoriana di Roma per portare la Bibbia ai semplici in una lettura popolare, dal Sudamerica alla caotica Milano.

Il giorno dopo, invitato a pranzo dagli amici di San Fedele, conosco di persona Paolo Dall’Oglio, gesuita, espulso di recente dalla Siria per il suo sostegno contro il regime, pioniere del dialogo cristiano islamico nel monastero Deir Mar Musa.

Si ha quell’emozione del percepire il valore di una persona, per quello che ha scelto, per quello che ha fatto, per quello che è. Sono cercatori della giustizia. Sono persone in prima linea, dalla parte di chi ha bisogno. Sono uomini come possiamo esserlo tutti. E ci camminano accanto ogni giorno.

SESTA TAPPA, LE VASTITA’ DI SCAMPIA (parte 6)

Cosa è stato?

Tirare le somme del mio passaggio a Scampia non è facile. E’ un ritorno lungo, tra i più incisivi che avrò vissuto, mi sembra di capire. Dopo averne comunque scritto molto, tentando di rimettere in ordine i vari incontri, non c’è un dipinto di parole che possa tirarne fuori e condividere tutto ciò che è stato. So solo che per la mia vita questi giorni sono preziosi, lo “sono” al presente, perchè lo restano.

Se nelle tappe precedenti ho avuto modo di osservare alcuni miei limiti, Scampia ha scoperchiato quasi potentemente la mia capacità di “stare“. E ancora ora non posso che offrire pennellate, voci, immagini, parole di questo passaggio. Cosa è stato, mi chiedono in molti…

E’ stato percorrere – coi miei passi di sempre – le vastità di un luogo senza senso. E’ stato sporcarmi letteralmente i piedi. E’ stato iniziare la giornata con le urla delle prediche del vecchio Pizzuti, proseguirla andando tra i palazzi a cercare e raccogliere bambini assonnati, è stato portarli sulle spalle al parco, farli giocare, insegnare loro qualche accordo di chitarra. E’ stato perdermi alla ricerca dei vari posti, solitario per lunghi viali deserti. E’ stato accorgermi di prendere a riferimento certi cumuli di rifiuti per individuare gli svincoli giusti. E’ stato entrare nelle “vele”, i palazzi mostri di rovine, monnezza, abusivismo, perdizione, giri di droga. E’ stato entrare in casa dei bambini col padre che mi offre un bicchiere d’acqua; una casa linda e pulita, dove non manca nulla, un padre normalissimo, dei bambini bellissimi.

E’ stato muovermi per Napoli in lunghe tratte di metropolitana, è stato salire al Parco del Virgiliano ad ammirare il tramonto sul golfo insieme a tutti i ragazzi Scout. E’ stato fare grandi pizzate “a metri”. E’ stato sentire per telefono i miei più cari amici, da lontano, senza trovare le parole per raccontare dov’ero, cosa mi stava capitando. E’ stato raccontarsi la vita con un newyorkese immersi tutti e due nell’assurdo continuo di questo posto.

Passare a Scampia, con un briciolo di fiducia, è stato poter scoprire che nel non senso e nel silenzio e nel vuoto opprimente di questo posto si trovano oasi e perle e sorgenti di una bellezza che altrove è introvabile. La bellezza nell’inferno. L’inferno nella bellezza. Un mondo a parte, davvero. Per il luogo, la gente, le consuetudini. Per le energie, il lavoro, le vite spese qui, a servizio.

In fondo, non è stato altro che vivere con il mio corpo, la mia mente, il mio spirito, esattamente quello che ho trovato scritto al mio arrivo qui: “Basta crederci, e trovi un mare di bene a Scampia”.

SESTA TAPPA, LE VASTITA’ DI SCAMPIA (parte 5)

Il cappello di Pizzuti, la sciarpa di Zanotelli

Domenico Pizzuti e Alex Zanotelli.

Il primo gesuita, sociologo, già professore universitario e autore di vari saggi. Il secondo comboniano, missionario, impegnato per anni nelle baraccopoli di Korogocho, in Africa, uno dei maggiori attivisti italiani sui diritti civili e i beni comuni.

Pizzuti ho avuto il privilegio di averlo “in casa”, visto che nonostante i suoi 83 anni continua ad abitare nell’appartamento al nono piano del Parco Lara di Scampia, con gli altri gesuiti. Semplice tra la gente, fino alla fine.

Lo vedi inforcare il cappello bianco e uscire solo per le strade di Scampia, qua e là tra i suoi impegni, la messa mattutina nella parrocchia, un incontro, una commissione, una visita ad amici o collaboratori. In casa passa il tempo a leggere, a smanettare sul suo vecchio computer scrivendo articoli o mail, a riposare dietro le persiane chiuse per il caldo soffocante. Le sue prediche al mattino scuotono tutti, dalle devote signore dei palazzi accanto ai gruppi Scout venuti da chissà dove.

Poche parole per lanciare il messaggio rivoluzionario del Vangelo, stimolare la coscienza civile, alimentare la speranza del cambiamento che comincia da noi. Lui, vecchio e gracile, il più radicale ed entusiasta.

Abbiamo passato più di un pomeriggio insieme a confrontarci sulla metodologia della mia ricerca, sui criteri sociologici e le idee pratiche, sulle fonti e le impressioni generali. La sera è andato a riposare presto: l’indomani di buon’ora avrebbe preso la metropolitana per andare con il suo amico Zanotelli in prefettura. “Con il caldo che c’è – mi dice – bisogna che portino dell’acqua ai campi Rom. Non possono lasciare così dei bambini”.

 

Zanotelli sono andato a trovarlo direttamente a casa sua, nel Rione Sanità in centro Napoli. Una casa minuscola e povera, straripante di libri, riviste, ricordi delle missioni. Lui è sempre uguale, il volto scuro incorniciato di barba e capelli bianchi, la sciarpa colorata attorno al collo, maglietta a mezze maniche e occhiali a ingrandire lo sguardo dolce.

Lui che quasi dieci anni fa, in un tempo oltre ogni sospetto, decise di “venire in missione” a Napoli, dall’Africa, e iniziò ad alzare la voce sul tema dei rifiuti e dell’acqua pubblica. Quattro anni dopo sarebbe scoppiata l’emergenza su entrambi i fronti. E’ questa la sua profezia, confermata da un impegno costante, resa credibile dal suo vivere povero tra chi ha bisogno e dalla sua vitalità sempre a servizio dei problemi degli “ultimi”.

Parliamo a lungo della situazione attuale e della difficoltà di comunicare, di convogliare energie e impegno sulle questioni lasciate sempre nell’ombra. Nel tempo dei nostro incontro siamo interrotti almeno tre volte. Ora sono dei ragazzi con cui porta avanti la battaglia acqua pubblica; ora è una persona che gli comunica l’emergenza di un ragazzo straniero a rischio espulsione; ora un amico che passa a salutare e a ricordare un impegno del giorno dopo.

E’ anche così che sperimento quanto le persone che incontro siano reali, non figure mediatiche, non ciarlatani, non intellettualisti. Gente che vive appieno, gente in prima linea. Basta entrare nella loro vita per un’ora, e lo si tocca con mano.

Quando ci salutiamo, prende un suo libretto su Paolo di Tarso appena pubblicato; scrive a mo’ di dedica queste parole: “A Giacomo, non ci si incontra mai per caso. Datti da fare!” Come non provarci?

SESTA TAPPA, LE VASTITA’ DI SCAMPIA (parte 4)

Enrico nella Casa Arcobaleno, l’energia di Serena, i murales di Mirella

Più difficile è stato trovare la Casa Arcobaleno. Muovendomi a piedi attraverso grandi incroci, percorro vie interminabili per circumnavigare palazzi interminabili, schivo detriti, macchie di percolato e qualche cumulo di monnezza, il tutto con un sole famelico sulla nuca.

La prima cosa che imparo, arrivato a destinazione, sono i colori. Tutto è colorato, come da mani di bambino. E di bambini se ne trova sempre uno sciame nel cortile. La seconda cosa che imparo è che dove c’è Enrico ci sono bambini. “Fratel” Enrico, per la precisione, un uomo brizzolato sui 40, corpulento, voce tranquilla.

Mi accoglie in un grande salone arredato come una classe elementare, ci procuriamo una brocca d’acqua fresca e tentiamo di chiacchierare tra un assedio dei ragazzi, le domande di un volontario e un saluto di chi passa. Più volte durante questo viaggio mi sono chiesto cosa possa pensare la gente che mi incontra. Questa volta sono arrivato totalmente di sorpresa. E nuovamente vengo accolto in un’atmosfera da “amici di vecchia data”.

Enrico racconta come si è trovato qui. Parla delle difficoltà di questa scelta, senza nascondimenti. “Qui siamo una comunità di due Lasalliani, e viviamo a stretto contatto con le Suore della Provvidenza, con cui teniamo in piedi questo centro e tutte le attività connesse” spiega. “Non tutti hanno visto di buon occhio questa nostra scelta, siamo un pò isolati anche all’interno della congregazione”.

I ragazzi, neanche loro sono facili. Spesso arriva qui alla Casa Arcobaleno chi non ha alcun posto dove andare. Spesso sono figli di gente invischiata con la Camorra, e hanno tanti problemi a relazionarsi, a convivere e crescere insieme. Ma offrire loro una presenza e uno spazio per esprimersi è fondamentale. Mi mostra tutti i dipinti, i murales e gli schizzi artistici dei loro laboratori.

A un certo punto i ragazzi del cortile decidono di fare i dispettosi, e prendono a entrare dentro facendo caos, nascondendosi per non farsi mandare fuori. Enrico si alza, quieto, non alza la voce ma li invita a uscire. Una, due, tre…almeno cinque volte. E loro, impenitenti, continuano a non lasciargli tregua. Osservo il tutto un pò imbarazzato, senza sapere se dare una mano o stare al mio posto. Osservo lui che non perde la pazienza mai, nemmeno per un momento. Non grida, non minaccia, non impreca, non dice male dell’irrispettoso di turno. Continua, volta per volta, col suo metodo tranquillo e paterno, ma deciso, fino a che loro non si stancano. Una pazienza che non si fa disintegrare, perchè piena di qualcosa di grande. Lo vedo coi miei occhi.

Dopo molto tempo mi accompagna al cancello. “Il panettiere là di fronte – mi dice – so che compra il 30 per cento del suo pane dalla Camorra, tutti i giorni. E io cosa dovrei fare? Togliergli il mio euro e ottanta giornaliero facendo perdere quel poco di guadagno alla sua famiglia? Qui è tutto così…”

 

In qualche modo sono stati incontri preziosi anche momenti apparentemente più marginali, di questi miei giorni nelle vastità di Scampia. L’amica Serena Gaudino, camminatrice, pensatrice, promotrice culturale e volontaria importante del Centro Hurtado. E’ maestra elementare, da qualche anno su a Torino. Con Serena si ha la sensazione di poter pensare e realizzare qualsiasi iniziativa. E si incontra una limpidezza, una competenza di ragionamenti tale da aprire davvero gli occhi sulla realtà più concreta.

Anche quello di Mirella Pignataro del GRIDAS (Gruppo di Risveglio Dal Sonno) è un volto che in pochi minuti si è impresso nella mia mente. Lei e il suo compianto artista di strada, Felice Pignataro, con i loro murales, i carnevali e altre pazzie anno dopo anno, per colorare il grigio delle periferie.

SESTA TAPPA, LE VASTITA’ DI SCAMPIA (parte 3)

Carmela e Figli in Famiglia, Aldo e la Comunità di Base

[continua dalla seconda parte]

Nel primo pomeriggio mi sposto a San Giovanni a Teduccio, lungo la circumvesuviana. E’ qui che incontro Carmela Manco, fondatrice della comunità Figli in Famiglia. In un luogo in cui – racconta – quando arrivò lei trent’anni fa la gente viveva nelle stalle, e i bambini stavano chiusi in casa o abbandonati per strada, Carmela ha fatto la scelta di “abitarci” per dare quello che mancava più di tutto: una famiglia.

Carmela ” ‘a Chiesa”, la chiamano qui. Lei che, donna e laica, è andata a vivere con un prete, don Gaetano, e insieme a lui ha cercato giorno dopo giorno di rispondere ai problemi della gente, andando di casa in casa, ospitando in canonica ragazzi in difficoltà, ottenendo finalmente lo spazio di una vecchia fabbrica diroccata che oggi appare un’oasi nel deserto.

Bar, tavolini, cortile pulito, palco per spettacoli, giochi per bambini, un laboratorio di restauro, un punto di ristorazione… Mi racconta queste cose con un’energia travolgente, una passione e una fiducia sconcertanti, così concreta e coraggiosa, così poco artificiosa e complicata. Non tralascia le difficoltà, le solitudini, le trepidazioni per i debiti da pagare…

“Io ho davvero una fede piccola – mi dice – perchè mi preoccupo sempre tanto di tutte queste necessità, e invece ogni volta ricevo aiuto, non mi manca niente…”.

Oggi questo posto è sempre pieno di gente. Mamme coi bambini, giovani che sperimentano la possibilità di fare della propria vita qualcosa di più, feste tutte le settimane, una rassegna teatrale e di spettacoli vari durante l’inverno, borse lavoro di cooperativa, formazione. Prospettive che si inseriscono dove le persone non ne avevano, che danno una possibilità di scelta, di conoscenza, di elevazione. Qui si autogenera la fertilità per le grandi potenzialità di questa gente.

Lo vedo anche durante il nostro incontro, in tutte le volte che qualche ragazzo o ragazza ci interrompono per dire qualcosa a Carmela. Un viavai, un fermento, un mondo che si muove in pienezza, con un entusiasmo palpabile e impensabile, solo qualche metro più in là per la strada.

Mi abbraccia forte tre ore dopo, quando ci lasciamo. Mi invita a tornare in futuro, per parlare ai suoi gruppi di giovani nel loro cammino. Mi riavvio verso la metropolitana, tra palazzi scalcinati e strade sbiadite, dove nulla sembra avere vita. Ma in questo deserto, ora so, c’è un’oasi stupenda.

 

Una sera, insieme agli Scout di Parma e Trecate, ascoltiamo la testimonianza di Aldo Bifulco, che insieme a uno storico gruppetto del quartiere promuove nella scuole l’agricoltura, in particolare il piantare e curare le piante nelle aiuole di Scampia, come segno forte di rinascita; educare i bambini e i ragazzi, con questo piccolo “gioco”, questa attività, a crederci, a prendersi cura, a “generare”.

Al termine chiedo ad Aldo di vederci, e la mattina dopo mi ritrovo seduto sul divano di casa sua davanti a una tazza di tè; l’ho voluto incontrare perchè, oltre a tutte le attività sociali di cui si occupa nel quartiere, Aldo è uno dei fondatori e referenti della Comunità di Base del Cassano, la principale di Napoli, una delle più vive in Italia a distanza di 30-40 anni.

Mi racconta in breve la loro storia, il sentirsi sempre più stretti nella Chiesa istituzionale, il soffocamento dell’autonomia e del rinnovamento che stava prendendo forma, fino alla necessità insieme ad altre famiglie di “essere comunità” per vie nuove, più libere, più autentiche. Un percorso che ha preso – specie nei loro figli – la forma dell’impegno civile, politico, ambientale, sociale. E che oggi sceglie di rimanere fortemente ancorato alla realtà di Scampia, dove si svolge la Scuola della Pace, la formazione ambientale, la battaglia per i diritti, la giustizia e la liberazione umana.

Parlare con Aldo è per me importantissimo: mi permette di ripercorrere una parte fondamentale della storia recente dei cristiani in Italia, di entrare nei meccanismi e nelle ragioni che hanno portato ai percorsi delle Comunità di Base. Ma mi permette anche di porre le mie domande, le mie perplessità per comprendere cosa oggi si muova, cosa stia passando attraverso le generazioni e in quale direzione sia meglio andare per far fruttare questo patrimonio rimasto “isolato” e a rischio esaurimento.

Ammiro la tenacia di queste persone semplici, che di un posto insensato come questo hanno fatto il loro giardino, e dopo decenni sono qui, ogni giorno in prima linea, a battersi con iniziative, appelli, reti, sulla questione di turno. Questa è gente che merita di essere raccontata. Di essere conosciuta. Sono quei piccoli che fanno “la base”, dove germoglia la profezia, il cambiamento, la lucina.

Che sta a noi raccogliere per trasformare in “domani”, già oggi.

SESTA TAPPA, LE VASTITA’ DI SCAMPIA (parte 2)

Sergio, panda rossa, campo Rom, speranza e diossina 

[continua dalla prima parte

I primi giri per Scampia li faccio in macchina con Sergio, nel sole accecante che arroventa asfalto, cemento, monnezza. Poco più di 40 anni, vicentino, Sergio è gesuita. Spalle larghe, fare deciso, pantaloncini e maglietta con su la polvere di Scampia, mi racconta aneddoti e curiosità, mi dà gli strumenti, giorno dopo giorno, per leggere quello che vedo, e notare quello che non si vede a un primo sguardo.

Sulla sua vecchia panda rossa mi porta al campo Rom. Scampia ha cinque campi Rom dei sette presenti a Napoli. E visto che “i Rom non sono gente”, nella cattiveria comune, la strada che porta al campo è una enorme discarica a cielo aperto, alta e larga metri, sciolta dal sole. Il puzzo è irrespirabile. Dentro, i campi sono più puliti dell’intero quartiere, più ordinati, quasi più umani. Scambiamo due parole, alcuni di loro sono preoccupati perchè qualcuno ha scoperchiato un grosso tombino e c’è il rischio che i bambini si facciano male…

Sergio mi mostra una baracca dove ha scelto di abitare un pastore Battista, con la moglie. Una presenza, un integrarsi al contrario, una scelta di “camminare con”, condividendo tutto quanto.

Racconta sempre aneddoti allucinanti, il Sergio, che danno un’idea della realtà in cui si trova immerso da circa sei anni. E’ lui che organizza e accoglie i gruppi Scout che da tutta Italia vengono in estate a fare servizio. Lui che pensa a portarli in giro, che li mette a contatto con il luogo, procura le testimonianze, propone dei servizi, si preoccupa della pratica delle attività del Centro Hurtado. Lo puoi trovare sotto i porticati dei palazzi a chiedere alle mamme di mandare giù i bambini per farli giocare con gli Scout, e un’ora dopo in riunione con i volontari del Centro per pianificare progetti e percorsi dell’anno a venire.

Non è tipo da lasciarsi andare in smancerie, non si stupisce di nulla, non si spaventa. Va avanti. Ma il suo ridere delle cose divertenti che gli capitano, il suo silenzioso preoccuparsi di chi gli sta attorno, tradiscono la grande passione interiore che lo anima e tiene fresca la sua speranza.

 

Di speranza mi sono trovato a parlare con Fabrizio Valletti, una sera dopo cena, sul balcone al nono piano del Parco Lara, dove abitano i gesuiti. Fabrizio è il responsabile della comunità, un uomo calmo, sorridente, sguardo penetrante dietro gli occhiali. Lorenzo una mattina mi ha detto: “Lui ha una caratura che potrebbe fare il ministro”. Ed è così. In poche parole scelte con cura, nella semplicità e del vivere quotidiano e dell’apparire in pubblico, quasi anonimo a un primo sguardo, Fabrizio racchiude il significato di questo posto, le ragioni della speranza, l’importanza del costruirsi persone forti, libere, che conoscano la realtà, che scelgano.

Mentre parliamo, l’aria si riempie dell’odore pungente di gomma bruciata, e in lontananza nella notte il quartiere è soffocato dal fumo. “Questi sono i roghi di monnezza – fa lui con un sorriso rassegnato – diossina pura…”. E’ qui da parecchi anni ormai. Dalle parole dei tanti che ho incontrato mi sono reso conto di come dietro quella figura per nulla appariscente vi sia un riferimento indispensabile per molti. Uno che ha saputo intessere una rete tra le realtà più disparate, mettendo a collaborare insieme tanti talenti al servizio del quartiere. E soprattutto, un umile che continua a interrogarsi, a saper ascoltare, a sapersi affiancare compagni di viaggio con l’idea di cercare insieme la strada, senza nessuna imposizione o autorità. Una presenza che illumina questo luogo senza senso.

SESTA TAPPA, LE VASTITA’ DI SCAMPIA (parte 1)

Il mio arrivo a Scampia è in metropolitana, verso sera. Di fronte a me, su due grandi palazzi bianchi, due manifesti giganteggiano la scritta “Benvenuti a Scampia. Se ci credi, puoi trovare un mare di bene a Scampia”. Autore: il Centro Hurtado. E’ proprio lì che sto andando. Cerco di orientarmi dalle poche indicazioni ricevute per telefono.

Cammino, i viali sono larghi, costeggiati da ampie aiuole. Piene di spazzatura. Qualche macchina sfreccia qui e là. Nessuno in giro. Chiedo ad alcuni passanti. Ci capisco sempre di meno. Nel rossore del tramonto, giganteschi palazzi scalcinati come cupi mostri assopiti mi sovrastano. Mi sembra di andare verso nulla. Di essere nel nulla. Silenzio. Questo posto è muto, celato, senza brecce.

Ad un certo punto mi avvicino a un ragazzo, sul marciapiede. Mi dice che può portarmi lui, va nella stessa direzione. Intanto aspetta. Dal balcone del primo piano gli calano una vaschetta di plastica blu attaccata a una corda. Lui ci molla dentro 10 euro e raccoglie un pacchetto di sigarette. Poi andiamo. Mi chiede cosa ci faccio qui. Gli dico che mi fermerò qualche giorno per fare alcuni incontri, conoscere le realtà che lavorano qui, vedere Napoli…

“Non è un bel posto qui… Tutti se ne vorrebbero andare, appena possono” dice. “Sei costretto a cedere, prima o poi. Ti dicono ‘vieni a rubare con noi’, e tu rispondi di no un giorno, di no due, di no tre, il quarto ci vai”. Scuote la testa. “Quando vedi che tu lavorando guadagni 50 euro in una settimana, e loro 250…poi cedi”.

Ineluttabile. Senza senso. Questo è stato il mio battesimo a Scampia.

 

Per primo ho incontrato Lorenzo. Direttamente da Manhattan, dove sta da dieci anni a fare da agente alle giovani modelle di tutto il mondo, catapultate lì nel circuito della moda, Lorenzo ha scelto di spendere qui al Centro Hurtado la sua seconda settimana di ferie. “Sentivo il bisogno di fare del volontariato – dice semplicemente – sono qui a dispozione, facciamo quello di cui c’è bisogno”.

E’ romano, Lorenzo, ha un passato da Scout e un fare simpatico e stimolante che trasmette da subito amicizia.

 

Antonio è qui per un tempo più lungo. E’ un ragazzo di Grosseto, da tre anni in cammino per diventare prete, a Siena. Un forte impegno antimafia che rinfresca con letture e servizio, e un fare riservato, amichevole, che non nasconde la sua timidezza e a tratti i suoi conflitti interiori. Una persona che conosce la direzione in cui cammina, e se ne porta consapevolmente tutti i dubbi e le opportunità. Con un forte senso della giustizia.

QUINTA TAPPA, LA SPERANZA A PAESTUM

Il treno si è appena fermato in stazione. Non passano trenta secondi che si affaccia un tipo in scompartimento. “La vuoi una collana d’oro? Ottima occasione, ottima occasione!” Per la serie: benvenuti a Napoli.

Scendo a Salerno, decisamente caldo. Negli occhi mi è scorso già un sunto di queste terre in contraddizione continua. Il verde assolato di monti, colli e campanili, gli scheletri detritici di capannoni e cumuli di monnezza. La bellezza e l’inferno…

A pranzo arrivo a Paestum, costeggiando le sue splendide pietre vecchie di due millenni, sono incantato a guardare da lontano il grande tempio greco quando Marta arriva a prendermi, dopo aver girato in tondo per dieci minuti senza beccarci. E’ così che iniziano i miei giorni al Revolution Camp dell’Unione degli Universitari, al riparo di una grande pineta impolverata, dove si mischiano gruppi di Cagliari, di Palermo, del Nord Italia… Qui ritrovo gli amici di Pavia, quelli che durante l’anno si sbattono a organizzare dibattiti, rassegne, incontri, eventi, feste, manifestazioni. Gli svaghi e le battaglie. La bellezza e l’inferno…

I giorni al campeggio sono un divertimento e uno stimolo, libertà piena e legame forte, riflessione e spensieratezza. La spiaggia mi ricorda molto la riviera ligure: trenta metri ritagliati a forza di spiaggia libera ogni 150 metri di stabilimenti. L’acqua al mattino è limpida, guardo i pesci nuotarmi tra i piedi. Al pomeriggio diventa un riflusso di alghe e monnezza da far spavento. La bellezza e l’inferno…

Al pomeriggio e alla sera in pineta ascoltiamo qualche dibattito sull’impegno degli universitari, il lavoro del sindacato studentesco, le problematiche più scottanti. Dopo parte la musica fino a notte fonda, o qualche passeggiata in spiaggia, sotto la luna piena. Mai a letto prima delle 4. E mai un letto, in tenda. Nonostante tutto la mattina mi alzo di buon’ora, vado in spiaggia col fresco, mi siedo, scrivo e leggo un pò addentando una brioche appena sfornata. Qualche bimbo schizza il papà sulla riva, qualche pensionato arriva col giornale sottobraccio. Mi piace semplicemente stare, vedere senza guardare, pensare senza pensare, sentirmi scorrere in un tempo che sembra rilassato, non mi spinge, non mi urge, non mi inquieta.

Che centinaia di ragazzi da tutta Italia siano qui per divertirsi ma anche per confrontarsi, per svagarsi senza lasciare l’impegno, per rigenerarsi rinnovando la presenza e la battaglia, per lasciarsi andare dando spazio alla formazione, è bello. Semplicemente bello. Non c’è da fare grandi discorsi, grandi ragionamenti, grande dissertazione. C’è da stare, vedere, vivere. Imparare e scegliere di essere se stessi tanto in un aula o nel cortile dell’università quanto in pineta o sulla spiaggia di Paestum.

Tutto è relazione. Tutto è bellezza. Tutto è inferno. Il desiderio di continuare a muoversi, incontrarsi, scontrarsi in mezzo a questo miscuglio, a questa contraddizione continua, a questa urgenza del pensiero e dell’azione, resiste. Permane. Si rigenera. Muore e rinasce più forte, qui, nel semplice vivere insieme, dove si fonda, un pezzetto alla volta, una speranza comune.

[foto di Alessandro Lucia]

QUARTA TAPPA, I FIORI DI GHEIT E LE STELLE DEL BONELLI

Qui nell’alta val Maira ci sono le mie radici più profonde, le mie sorgenti più dissetanti.

Qui mi hanno accolto gli amici di Gheit, un paese che è un pezzetto di paradiso a 1400 metri, nel vallone di Unerzio. Qui nella Misun de Matteo, questo “fratello grande che dal mare ci sorride”, come io e Francesco abbiamo scritto ne “L’aurora”, sono a casa. Proprio perché è stata ed è la casa di così tante persone, crocevia di incontri, luogo del Signore dell’Incontro, come lo ha nominato don Renzo.

Matteo e Renzo. Due semi caduti in terra, il cui frutto non smette di germogliare più rigoglioso che mai. Qui ho portato i racconti e i pensieri del mio viaggio che sta sbocciando di giorno in giorno, ma qui sono anche stato chiamato da mio fratello Francesco a dire qualcosa di più.

E così sono salito, nel caldo soffocante del primo pomeriggio, dalle sorgenti del Maira fin su al Bivacco Bonelli, una capanna in legno sul Lago d’Apsoe, a 2500 metri, specchio del cielo sospeso sul mondo. Mi sono accampato tra le rovine del bunker frantumato, sul ciglio del dirupo, e ho atteso, mentre il sole faceva il suo corso. La sera verso le sette Francesco è arrivato, insieme a una quindicina di ragazzi e ragazze, e così c’è stata la sorpresa. Trovarci insieme per raccontarci insieme. A tutti loro.

E sotto le stelle della volta celeste, noi “ritornati in riva a un lago”, abbiamo raccontato con parole, silenzi, canzoni, del nostro viaggio comune fatto di mille sentieri diversi, dei passi sulle montagne e delle canzoni nella città, della fiducia profonda e della diversità evidente.

Ho risvegliato in me la sensazione del partire, del mettersi in viaggio. L’importanza dei compagni di viaggio, delle relazioni da coltivare. La bellezza della meta sì, ma soprattutto del percorso, del “durante”, del presente che si trasforma in benedizione continua. La ricerca quotidiana dell’armonia in se stessi, dell’armonia con la natura, vera sorgente dell’umanità, dell’incontro nel viaggio e del viaggio nell’incontro.

Il giorno dopo abbiamo arrancato tra le pietraie del Colletto, pareti franose arrostite dal sole. Siamo riscesi dall’altra parte e così anche quest’anno il mio sentiero mi ha condotto a Pratorotondo. Altri incontri, altri momenti preziosi, scherzi e schitarrate, giochi d’acqua e mangiate come solo in montagna si sanno gustare. La bellezza senza fine che rinasce ogni volta dalle cose semplici. E che fa sentire i “compagni di turno” come se fossero – bellissima frase di Renzo – “le uniche persone da amare per tutta la vita”.

 

Di qui è passato questo mio pellegrinaggio tra ricerca, relazione, incontro e riflessione, che in poche settimane mi sta conducendo in giro per l’Italia. E’ tempo di annuncio, sì, annuncio che vada oltre le crisi e le decadenze del momento presente, annuncio di profetico sguardo “oltre l’invisibile”, a valorizzare e vivere le grandi energie positive che nelle piccole grandi cose sono capaci di far gustare la gioia nuova.

Svegliarsi alla gioia, mettersi in ricerca con la bellezza del presente e la speranza di ciò che è giusto, vero, di ciò che è “amare”.

 

TERZA TAPPA, ACCAMPAMENTO DI ESTERATE

“Lui è Giacomo, l’ho trovato giù al Mulino e ha detto che si ferma fino a domenica”. Così mi ha presentato il compare Pietro ai suoi scout del reparto D. Livingstone del Genova 5. Era primo pomeriggio. La corriera mi ha lasciato a Entraque, in Val Gesso sopra Cuneo, e da lì mi sono avviato a piedi alla ricerca di Esterate, villaggio diroccato tra prati color paglia e i boschi accaldati delle pendici montane.

 

Solo Pietro sapeva del mio arrivo, agli altri abbiamo fatto una strana sorpresa (strana perché la maggior parte li ho conosciuti sul momento). I ragazzi si erano montati solamente con legni e corde delle robuste piattaforme sopraelevate (due metri da terra) su cui sorgevano imponenti le loro grandi tende verdi. Tra i pali del basamento avevano costruito tavoli da campo su cui mangiare i grezzi ingredienti che strappavano alla cambusa del campo e che si cucinavano autonomamente.

 

Girando di gruppo in gruppo ho visto volti fieri, a proprio agio, con ironia e determinazione nello sguardo. Ho visto tante ragazze che col loro semplice stare lì scardinano quell’odioso archetipo della donnicciola velina smorfiosetta che da anni ci propinano in tv e in quell’enorme passerella pubblicitaria che si è estesa a quasi tutti i campi della vita pubblica.

 

E così mi sono affiancato un po’ in punta di piedi e un po’ tuffato di testa alla loro quotidianità. Non avevo nessun ruolo, e così mi sono ritrovato spinto un po’ in tutti. Un po’ cambusiere, un po’ cantastorie, un po’ intruso, un po’ osservatore, un po’ spaventapasseri, un po’ compagno di burle ma anche di serietà, un po’ niente di niente e tutto di tutto.

Le due notti le ho passate accanto alle ceneri del falò, stretto nel mio sacco a pelo, sotto una stellata indimenticabile. Mi sono alzato nella brina sciolta dal primo sole sul campo, respirando a pieni polmoni l’aria più fresca che si potesse desiderare. Ho chiacchierato coi capi delle loro difficoltà e delle loro soddisfazioni coi ragazzi. Ho raccontato qualcosa del mio essere in viaggio e del mio esser capitato lì a chi non conoscevo. Ho imparato un mucchio di cose sulla loro vita da campo, sulle necessità, sui valori e le intenzioni che li muovevano. Mi sono sentito a casa in loro compagnia, nella semplicità dei pasti, della sistemazione, del passare il tempo sotto le fronde lontani dal mondo.

 

Lontani dal mondo, nella natura, “nel selvaggio”…quello stesso cammino che hanno scelto di seguire a livello di confronto e di spirito, attraverso la traccia di Chris McCandless e del suo “into the wild”. Perché si cerca la libertà e la natura non per fuga, ma per imparare – insieme – che la felicità è vera se è condivisa. La verità di queste parole non si può misurare a tavolino o leggere su un’enciclopedia, non è una legge religiosa o un’imposizione educativa. Può essere solo una verità scoperta, nel cuore e “nel selvaggio” del mondo.

 

“C’è una gioia nei boschi inesplorati, c’è un’estasi sulla spiaggia solitaria, c’è vita dove nessuno s’intromette, accanto al mar profondo, e c’è musica nel suo boato. Io non amo l’uomo di meno, ma la Natura di più”.

Giandil

 

(la citazione finale è tratta da “Nelle terre estreme” di Jon Krakauer. Le foto sono di Pietro Barabino) 

SECONDA TAPPA, CASTELLO DI SAINT OYEN

Quando io e Fede siamo scesi dalla corriera non ci saremmo mai aspettati di venire accolti in un castello. Chateu Verdun, con le sue salette e saloni in legno e pietra, le lampade alle pareti e nel giardino una fonte ombreggiata da un maggiociondolo di 800 anni, accoglie pellegrini da dieci secoli.

Salendo da Aosta verso il passo del Gran San Bernardo si raggiunge Saint Oyen e si scende verso il fiume. Vi siamo rimasti tre giorni, ospiti del mio amico Matteo, un trentenne sveglio, sempre allegro e pronto a sobbarcarsi qualsiasi necessità, generoso e determinato nel trattamento principesco che ci ha riservato.

Con lui abbiamo passato pacifiche serate nel giardino, a perdere lo sguardo nel rosato tramonto di fondo valle, dove le cime si perdono e la strada si sfuma.

Appena arrivati ci siamo incamminati sul fiume, e consumato un pasto frugale in una macchia di alti pini abbiamo imboccato alla cieca uno dei sentieri. Due ore dopo spuntavamo dal bosco in cima alla Tête de Bois (2250 metri), con l’intera valle ai nostri piedi e i nevai resistenti sullo sfondo delle vette. Poco prima, in una radura scoscesa intenti a riprendere fiato, ci eravamo trovati davanti uno splendido cerbiatto, ignaro e bellissimo, sparito alla vista in un attimo con la grazia di una visione.

Al ritorno, la chicca. Uno va in un paesino sperduto della Val d’Aosta un giorno qualsiasi, e chi incontra a passeggiare? La Roncallo! La geniale e indimenticata professoressa di matematica e fisica dei miei anni di liceo… Una persona di cui è difficile farsi un’idea, perfetta nelle spiegazioni, spietata nelle interrogazioni, e al contempo capace di perle impagabili. Entrando in classe: “Buongiorno bambini, ma che bell’aula che abbiamo!” “Prof, è la stessa da cinque mesi…”. Uscendo: “Arrivederci bambini, buon weekend!” “Prof, ma è martedì…”

Anche a Chateu Verdun non sono mancate le burle. Una simpatica signora di 80 anni, parcheggiata dai figli tutta l’estate alla casa di accoglienza, ha regalato emozioni tra il suo camminare arzillo che la portava ad andare in gita alle 9 di sera, e la sua vista ciecata per cui parlava dieci minuti con una persona per poi scusarsi dicendo di stare cercando un altro.

In questo luogo dove il tempo sembrava non avere fretta, ho preso il giusto tempo del camminare, del mangiare, del riposare, del chiacchierare, dello scrivere e leggere. Ho ascoltato le nuove avventure di Matteo, che da pochi mesi qui in valle insegna ai ragazzi delle superiori, gestisce questa casa, prende le misure del suo nuovo percorso nel tentativo di mantenere la libertà di dire ciò che pensa, proporre ciò che ritiene, agire in maniera corretta. E’ la sfida delle relazioni, del costruire, che raccontata da lui, con ottimismo e simpatia, mi si è rinfrescata nella sua bellezza, nella sua difficoltà, nella sua speranza.

Con Fede il secondo giorno siamo saliti per la strada e poi i sentieri al famoso Passo del Gran San Bernardo, col suo lago spazzato dal vento freddo, rimasugli della grande neve invernale, le bianche case dove addestrano i celebri cani da soccorso e grandi prati costellati di rocce in ogni direzione. Milleduecento metri di dislivello solo a salire, da Saint Oyen. E sempre troppo pochi gli incontri sul sentiero… Troppo poche le persone che vogliono fare una passeggiata più o meno lunga tra le bellezze della terra, che la montagna per la sua impervia ancora mantiene quasi immacolate.

Annesso al castello c’era un monastero di monache benedettine, una quindicina, con le quali alcune volte abbiamo fatto la preghiera della sera. Matteo mi ha suggerito di fare due chiacchiere con la priora, madre Agnese, che mi ha accolto gentile per raccontarmi un po’ della loro vita, del loro senso, della sostanza della loro chiamata. A mia volta le ho raccontato del mio viaggio, della mia ricerca, chiedendo qualche consiglio su come ritagliarsi spazi di “deserto”, di riflessione, per mettere ordine e gustare le tante cose di ogni giorno, nella quotidianità, senza lasciare che questi luoghi siano contaminati dal fervore e dalla fretta, ma siano oasi rigeneranti nel tempo. Con Agnese abbiamo parlato tanto anche delle potenzialità e dei rischi della nostra “era della comunicazione”, con le sue impensabili tecnologie, le possibilità, i canali, e il sottile crinale sempre da riconoscere che separa l’uso dall’abuso, lo strumento dal fine a se stesso.

E’ nella natura dell’uomo attingere la gioia dalla sorgente dell’incontro. Un incontro vero, fisico, spirituale, intellettuale, cui si approda dal mettere i piedi in strada, per “andare incontro”. Questo è stato a Saint Oyen, seconda tappa del mio viaggio. Dove tanto ho attinto, per andare avanti fresco nei sogni, ancorato alla realtà, innamorato dell’umanità.

PRIMA TAPPA, GUARDIA

Monte Figogna

Salire al monte Figogna, sopra la Valpolcevera di Genova, è una delle cose più ripide che si possano fare “dalla città”. Come arrampicarsi su un davanzale sospeso alto sul mare, e man mano che si avanza verso il belvedere, sentirsi circondare, strusciare dalle piante selvatiche e da tentacoli di silenzio. La città così vicina, di cui non giunge alcun rumore. Il mare così vicino, di cui non senti il sapore. Quando nel tardo pomeriggio la nebbia come fumo vorace si dispiega a lambire la cima, non si vede più niente. E’ davvero la palla di cristallo, dove fuori della casa, della chiesa, del piazzale, oltre le ringhiere il nulla, che aspetta caotico e spietato. Il mondo non c’è più, il mondo è da disegnare.

 

E in fondo è un pò questo che sono andato a ragionare alla Guardia. Lassù, vicino ma lontano dalla mia Genova, sono stato tre giorni ospite del mio amico Marco. Una persona generosa, semplice e profonda, con lo sguardo sottile e le mani grosse cha agita in aria quando parla appassionato. Un amico che a oltre 70 anni non smette di cercare, di interrogarsi, di fare proposte per aprire strade nuove. Mai chiudendosi nel circolo dei “saputi”, nello studiolo dei teorizzatori, ma sempre a metà fra il ragionare sul dialogo, il confronto, le relazioni al nostro tempo, e la chiacchierata con l’anziana signora di turno che non sa dove sbattere la testa, a chi chiedere un consiglio.

 

Abbiamo passato ore a chiacchierare, mentre fuori dalle finestre il fumo bianco si assottigliava a tratti lasciando intravvedere pennellate di casette, giù a valle, 800 metri più sotto. Le volte che sono uscito era piacevole fare due passi solitari ora sul piazzale, ora sotto gli alberi, o sotto i portici. Ma più bello è stato il Sentiero della Contemplazione, un tappeto d’erba e foglie dolce, che gira attorno al monte aprendo nelle curve gli scorci più infiniti, infilandoti la testa in gallerie boscose degne del profondo Nord. Non un rumore, non un disturbo, si percorre piano, gustando se stessi, cercando un senso nel cuore, sognando l’armonia con il tutto, senza nemmeno accorgersi di girare attorno al monte. Ci si ritrova sulla strada principale, delusi che sia finito troppo presto.

 

Ho passato una serata giocherellando con un bimbetto di nome Karol, raccontandogli storie, facendomi spiegare i suoi disegni. Mi sembra ancora di sentire la sua vocina che prova a mettere insieme il mio nome. Altre volte ho incontrato gli sguardi e i capelli bianchi dei volontari che da anni danno un pezzo della propria vita e del proprio animo per stare qui ad accogliere chi arriva. Sotto gli alberi Marco si è inventato una sorta di parlatorio aperto a tutti, a chi viene e a chi va, butta lì qualche spunto, qualche provocazione, finchè inziano a farsi avanti, la signora di mezz’età, l’anziano pensieroso, la coppia che passava di lì. Ognuno a dire la sua, a raccontare qualcosa, a mettere giù un problema, una fatica, un divertimento, una speranza.

 

Le mie ore lassù sono trascorse quiete, tra parole dette, molte ascoltate, sogni biascicati e visioni e idee, il silenzio del vento e l’incerto della nebbia, qualche incontro, qualche passo, sguardi ampi sull’orizzonte del mare, una lettura e una risata, un pò di vita. Tra i miei scritti, i miei pensieri, l’incertezza del senso, del domani ma spesso anche dell’oggi, i desideri forti e deboli, l’aridità e qualche risveglio, la sensazione di essere in viaggio, e di dover viaggiare. Per imparare sempre di più a fermarmi, con passi lenti, capaci di stare, capaci di sentire e di dire “oltre”. Di stare da soli, di affiancarsi ad altri.

 

Sono sceso a valle stamattina, all’alba. Nessuno in giro, cielo limpido e aperto, colli verdi e strade lontane, il luccichio del grande azzurro, oltre la costa. Con qualche libro in più e qualche albicocca in meno nello zaino scuro, sono sceso a piedi, per i sentieri assopiti e la quiete del mattino, fino al primo paese. Lì ho provato a chiedere un passaggio, sulla strada. Sono diffidente, poco convinto, ogni volta che mi metto in testa di provarci. Chi dovrebbe andarsi a fidare, oggigiorno…? Neanche un minuto. Si ferma un’auto, scende una signora anziana: “Vieni, vieni, libero i sedili dietro…!” Suo marito guida, sorride. Ha un dito fasciato, sarà stato qualche lavoretto nell’orto, o con gli attrezzi… Mi raccontano di loro nipote, 24 anni, anche a lui piace camminare, andare in giro così, in ricerca e in cammino.

“Siete bravi ragazzi, non se ne trovano tanti come voi…”

 

Arrivo alla fermata dell’autobus per guadagnare il centro esattamente all’ora che mi ero prefisso. Gente di poca fede che siamo. Prima di scendere stringo loro la mano, li ringrazio con forza. Agostino e Sandra. Non mi dimenticherò i vostri nomi. Voi che oggi, semplici in un mondo indistricabile, siete stati la mia piccola provvidenza.

PERO’ VADO.

– Parti? Per dove?

 

– Non lo so.

 

– Come “non lo so”?

 

– Sì, cioè, so dove, ho i posti…ma non so nè come nè quando.

 

– E cosa vai a fare?

 

– Boh, a stare, a incontrare…a vedere dei posti, delle comunità.

 

– Hai degli amici, laggiù?

 

– Amici…sì. Alcuni che conosco già. Altri che conoscerò.

 

– …ma vai da solo?

 

– Sì, no…vado a incontrare: non sarò mai solo.

 

– Cosa cerchi?

 

– Ci sono dei posti, delle realtà che vorrei sperimentare. E solo vivendoci puoi farlo. E’ una ricerca ampia, grossa, di cui non conosco il confine…nè per tanti aspetti il contenuto. Per quello non faccio programmi a lungo termine. Voglio lasciare libertà al viaggio di sorprendermi, a me di farmi sorprendere. Nel bene e nel male. In ciò che sarà. Potrebbe anche incidere sulla mia vita. Potrebbe non darmi nulla. Non lo so, proprio non lo so. E non ho neanche troppa voglia di pensarci. Però vado.

 

– Paura?

 

– Sì.

 

 

Dedicato a Fra e Ale, che in questi giorni, in modo diverso, sono stati vicini. E lo sono ancora.

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