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Canto del Ramingo

Cammino e spiritualità sui sentieri di Giandil

Tag: genova

Tra queste cime. A teatro il 15 ottobre

L’ucraino visionario

In questi giorni abbiamo accolto in comunità Eugy, un artista ucraino in viaggio senza soldi per l’Europa, capace di vivere la strada e fare amicizia, di fare arte con ciò che trova, di non soccombere alle ansie e al comfort, di godere dell’attimo fuggente e dei doni del destino. Un vero libero cercatore, un vero visionario, un druido urbano e un animo curioso di vita. Gli auguriamo buon proseguimento di strada. Per cambiare questo mondo abbiamo bisogno di persone libere e sognanti ad occhi aperti come lui. Al prossimo incontro!

 

Don Renzo, 9 anni dopo (LiguriTutti.it)

Oggi, 9 anni fa, cadeva dal sentiero don Renzo Ghiglione.
Per non dimenticare il valore e la lucidità del suo modo di stare al mondo, che tanti ha incoraggiato, formato e reso protagonisti, ho recuperato la lettera che don Renzo scrisse nel 2000 alla comunità di Certosa, appena arrivato. Proponeva 4 priorità di lavoro collettivo, “nuovi orizzonti” che richiedevano “risposte adeguate”:
– l’integrazione tra persone di diversa provenienza e cultura;
– le nuove povertà, economiche, di solitudine e di emarginazione;
– la scarsa partecipazione dei giovani alla messa, insieme alla poca disponibilità di molti adulti a intraprendere una seria formazione;
– trovare modi e strumenti per lavorare insieme, confrontarsi, capire come collaborare all’applicazione del Vangelo.
Don Renzo sapeva in molti casi suscitare la generazione dal basso di azioni sociali, senza farsi leader, valorizzando i talenti altrui.
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Dove siete Hobbit? Il video di Giandil con la voce di Campanati

Scritto e interpretato da Giandil, ripreso e montato da Guglielmo Cassinelli, il trailer “Dove siete Hobbit?”, girato a Genova in luoghi urbani abbandonati, vanta l’amichevole collaborazione di uno dei migliori attori e registi genovesi di teatro, Enrico Campanati.

Dove sono oggi hobbit, elfi, nani, stregoni, orchi e…uomini? E’ un’illusoria contraddizione cercarli in un mondo deturpato dal progresso selvaggio e così incapace di ritrovare un’armonia con i popoli e con il mondo naturale? Ha ancora senso rifarsi ad una fiaba, ad una Terra di Mezzo dove i piccoli hanno il coraggio di fare la storia? Cosa troviamo per noi stessi e per la vita reale, addentrandoci nelle pieghe del “fantastico”, dimensione tutt’altro che morta? Cosa cerchiamo davvero sui passi di Bilbo, di Gandalf, di Thorin, di Elrond, che parla alla nostra emotività e alla nostra esistenzialità?

Abbiamo scelto di affidare questi versi, queste domande aperte, queste visioni tra realtà e fantasia, alla voce esperta e autentica di Enrico Campanati, e siamo andati a riprendere alcuni dei luoghi urbaniabbandonati più suggestivi di Genova, città di mare, di cantautori, antica repubblica marinara, vecchio triangolo industriale, nella stretta Liguria dove la civiltà è presto respinta sulle scogliere da una natura sorprendente, suggestiva, inesorabile.

Il trailer prelude alle canzoni dell’album Andata e Ritorno di Giandil, ispirato a Lo Hobbit di J.R.R.Tolkien, ne racchiude il senso e l’attualità dei temi, richiama la poesia e la concretezza del cammino, del viaggio reale con occhi capaci di cogliere il fantastico. [Per ascoltare estratti delle canzoni e ordinare l’album in CD o mp3 clicca qui]

Le Blanc

Andrea Bianchi è stato un professore di lettere ed un amico, un maestro di amore per la cultura, la letteratura, la critica e la ricerca del pensiero.

Se ne è andato troppo presto, proprio lui che aveva letto, nel mio spettacolo Passeggiata a Spoon River, la poesia di Charles Bukowski di cui sono innamorato: “Non ce la fanno, i belli non resistono…sono le farfalle, sono le colombe, sono i passeri, che non ce la fanno…”.

Con lui mi accorgo di aver avuto le discussioni più stimolanti e per me “maieutiche” di riflessioni, motivazioni, opinioni, sia in fatto di fede sia in fatto di politica. Le rare discussioni costruttive perché incontro curioso e affine tra sguardi ed esperienze pur molto diverse.

Con lui abbiamo come studenti ricevuto la provocazione ad amare lo studio, gli autori, le letture ben declamate, la potenza fragile e immortale delle parole e delle opere. Con lui ci siamo sentiti liberi di essere noi stessi come studenti, ma anche di fare di più, di organizzare uscite e autogestioni, di metterci in gioco nel discorso politico, di giocare e divertirci in un confine scardinato tra scolastico ed extra-scolastico.

Non ce la fanno. I belli non resistono. Andrea è sparito così, sul più bello, quando cominciava a cimentarsi in cose nuove, traduzioni, articoli, ricerche su Camus, spettacoli, nuovi filoni cui prestare la sua enorme cultura appassionata, e la sua passione per la vita del mondo. Andrea è sparito quando poteva dare più che mai, ma anche dopo aver dato a sufficienza, ben oltre il suo “mestiere”, in una missione per cui aveva la vocazione, avendo tirato su generazioni di ragazzi i cui i frutti si colgono fin da subito.

Negli ultimi mesi l’ho cercato invano, io come tanti. Ha preferito chiudersi, con pochi cari, salvo rispondere cortesemente ai messaggi che gli arrivavano. Forse è solo un po’ di egoismo, un po’ di rimpianto e impotenza a lasciarmi l’amaro in bocca, o forse è il timore che Andrea potrebbe essersi lasciato più solo di quanto non sarebbe stato, limitando quella dimensione speciale che si crea nelle relazioni quando la morte le rasenta, sublimando ogni gesto, ogni scambio, ogni affetto con incisività più forte che mai. Eppure ha dato, e ha continuato a dare, questo legame che me lo faceva sentire presente, vicino, ridondante in fiducia e curiosità.

Al funerale, una celebrazione laica intensa e bellissima, animata da studenti e amici, si è respirato quel Colombo di cui siamo stati parte, protagonisti e fortunate vittime, quel Colombo di quattro o cinque annate che ha intessuto con professori, presidi e vita scolastica in senso lato un rapporto comunitario, solidale, amichevole, appassionato. Più unico che raro, credo.

All’ultimo saluto, assiepati e silenziosi, si è respirata un’atmosfera contemplativa, profumata di lacrime, turbamento e legami caldi. Così cerchiamo di raccogliere e discernere tutto ciò che Andrea ci ha trasmesso e suscitato, per andare avanti con speranza e decisione, in cerca di relazione, di saggezza umana, di quel mai rimovibile monito: “sol nella libertà l’anima è intera”.

“…dico che lascio parole d’amore:

dico quelle che scrissi e che non scrissi,

dico quelle che dissi e che non dissi,

quelle pensate e quelle non pensate,

ma che, a pensarci, però, ci pensavo.”

[Novissimum Testamentum – Edoardo Sanguineti]

Viaggiare in musica con Bacci

L’andare profondo. Un reading sullo sconfinamento

Al Suq Festival lo scorso 22 giugno io e il musicista irlandese Joel Cathcart abbiamo portato in scena un reading musicale dal titolo “L’andare profondo. Racconti e musiche per sconfinare“. Le canzoni cantautorali di Joel scritte tra Irlanda, Arizona e Italia. Racconti da me narrati tratti da Moresco, Terzani, Capo Seattle, Teller e riflessioni comuni con Joel.


 

Da “Repubblica nomade” di Antonio Moresco

Siccome la storia la scrivono sempre i vincitori, la forma di vita nomade e migrante è stata criminalizzata e definita inferiore, perturbante e inquietante, un residuo del passato da debellare.

Ma siamo sicuri che non ci sia niente di buono in questa forma di vita, che tutto il bene sia da una parte e tutto il male dall’altra? Siamo sicuri che l’organizzazione della vita risultata vincente, che si è affermata e ha preteso di autodefinirsi “progresso” schiacciando ogni altra, sia l’unica possibile e addirittura la migliore? Quali sono le prospettive di questa forma di dominio che si è affermata e che si presenta come insuperabile? Non dovremo inventarci nuove strade e nuove forme di vita impensate, dissotterrando, reinventando e rivitalizzando anche esperienze e potenzialità umane precedenti che poi sono state annientate? Siamo sicuri che alcune forme di nomadismo, con la loro potenzialità di invenzione della vita e di sogno, non saranno indispensabili per riaprire il nostro orizzonte chiuso di specie?

BANCHI. INSIEME, ALLA PORTA

In questa notte dove nel silenzio riecheggia un canto di rinascita, penso a questi primi tre mesi di Comunità a Banchi. Posso considerarli una piccola fiamma di risurrezione? Il nostro piccolo “passo di lato” per aprire una strada in più, una strada nostra, una strada per altri e per “altro”? Non lo so, ho sempre così paura di inciamparmi nei miei stessi piedi…paura inedita, per uno a cui piace camminare e saltellare su per i monti. In quella strana struttura a metà tra una chiesa, un castello e un sotterraneo che è San Pietro alla Porta, in piazza Banchi, da tre mesibanchi illuminata in tre ragazzi tentiamo di fare vita assieme, ciascuno con le sue giornate e i suoi impegni su vari fronti, ma riconducendo l’esistenza a una condivisione quotidiana, fatta di piccole cose, di lavoretti manuali, di cucina arrangiata, di amici ospiti a tutte le ore del giorno, di nottate passate a chiacchierare e a condividere le tristezze e le bellezze che capitano ogni giorno. Sono stati tre mesi impegnati a servizio del Centro Banchi sotto vari aspetti, dal rinnovamento graduale e faticoso degli ambienti (che non finiremo tanto presto) ai rapporti con i vari gruppi e personaggi che a Banchi hanno il quartier generale, passando per il gruppo giovani del martedì e la lunga elaborazione del gruppo volontari, che apre nuove prospettive di utilizzo degli spazi in ottica culturale, sociale e artistica. Abbiamo avuto modo di proporre qualche evento per la cittadinanza, in una chiesa con le porte spalancate alla piazza, e di gustare piccoli momenti quotidiani con persone di grande valore e di ogni età, in un passaggio intergenerazionale che ci ha spesso commossi e arricchiti. Siamo consci di non aver fatto granché, di non essere chissà chi, di non aspirare a chissà cosa. Ma siamo contenti dell’esperienza che stiamo vivendo, ce lo diciamo ogni giorno, contenti dell’essenzialità di vita, delle magagne quotidiane che ci interpellano e ci spingono a metterci a servizio nel miglior modo possibile gli uni verso gli altri, e spesso verso altri ancora, anche sconosciuti. Siamo contenti di sperimentare le nostre diversità reciproche, con tutta la difficoltà che ne deriva, e di sentire ogni giorno l’urgenza di stare in movimento, in cammino per migliorare, elaborare, agire un pezzettino di più verso chi può avere bisogno. Gli obiettivi sono tanti e ambiziosi: crescere di numero, contribuire al rinnovamento della struttura, proporre momenti innovativi di cultura, arte, partecipazione e condivisione, andare verso una essenzialità e sostenibilità etica da tutti i punti di vista, poterci spendere più direttamente “sulla strada” e con la gente della strada, in una formula di porta aperta non presuntuosa ma piccola e autentica. Un passo per volta, andiamo avanti, collettivamente. San Pietro era solo un pescatore, e per pescare ci vuole pazienza, passione, poesia. Stando “alla Porta”, dove si viene e si va, dove si sosta poco o molto, pronti a partire e a ritornare.

 

Giandil

20 aprile 2014, Notte di Pasqua

IMMAGINI DAI NOTTURNI IN TENDA

foto di Luca D’Alessandro

CASA MIA, LA TENDA DEL SUQ

foto di Luca D'Alessandro

L’esperienza del Suq a Genova è l’esperienza del “viaggio che gli altri ci portano”. Per il secondo anno mi sono stati affidati i momenti particolari e “inediti” del Notturno in Tenda, due incontri dopo la mezzanotte, quando le luci si spengono e il silenzio copre col suo mantello il porto e il mare. Insieme a tanti e diversi compagni di viaggio, alcuni accanto a me, altri venuti per ascoltare, abbiamo raccontato con parole e musiche dapprima l’atmosfera e i personaggi di Spoon River, poi la camminata civile di Stella d’Italia. Tra la fantasia e l’attualità, suggestioni e immagini evocate in una luce soffusa, da ragazzi di tutti i giorni, come inno alla vita, al viaggio, all’incontro.

Non avrei potuto capitare in un luogo più ramingo di una “tenda nel suq”, simbolo del camminare, del fermarsi, dell’andare libero, ma anche del non isolamento, dell’incontro e della contaminazione fiduciosa. Una tenda è in effetti l’unica casa che interiormente ma anche esteriormente potrei davvero considerare adatta a me. Una tenda “aperta”, come quella di Abramo nel deserto, cui potevano arrivare ospiti sconosciuti da popoli e culture diverse, e pregare liberamente secondo la propria fede, essere accolti e aiutare a loro volta. Una tenda in cui non c’è odore di chiuso, perchè il “vento” può soffiare, cambiare, sfiorare. Una tenda dove la notte, nella quiete dell’uomo, avviene il racconto, la contemplazione, la meditazione e la commozione della vita di ogni giorno. E dove si genera, insieme, il sogno del viaggio di domani.

foto di Luca D'Alessandro

FOTODIARIO, DA GENOVA AD AULLA

con le fotografie di Luca D’Alessandro e Maria Grazia Lacitignola

Immagini e parole come scorci del cammino. (clic per aprire grande ogni foto)

Dalla Commenda di Prè, antico ospitalizio fuori dalle porte della Superba Genova, partono gli oltre 40 camminanti.

I giovinotti alla partenza da Genova.

Attraverso il Porto Antico.

L'abbraccio del golfo.

Antonio Moresco, dalle parole di uno scrittore ai passi di un sognatore.

Dove partirono in mille per unire l'Italia, partiamo in 40 per tentare di ricucirne qualche pezzo. A partire da noi stessi.

I nomi dei Mille che da qui partirono.

Liberi di essere bambini, liberi di giocare, liberi di andare. Liberi di riprendere in mano noi stessi.

La passeggiata di Nervi.

In riga, all'entrata a Recco.

Mandria e salite, tra antichi borghi e il mare.

A cena insieme, dopo la prima tappa.

"Azzurri, come il cielo e come il mare..."

Sul monte di Portofino si muovono passi. Non sport, non turismo, non un partito. Solo il sottile filo di un paese che tenta di ricurcirsi per guardare oltre il crinale.

Come carezze di foglie e brezza, ti dipingono il mondo di colori e profumi.

Sul monte di Portofino i personaggi più strani ed arcigni si stagliano contro il cielo del vasto orizzonte. Sono vivi o sono morti?

La sporca dozzina. Entriamo in Portofino, sentendoci tra i più ricchi. Di senso, di passione, di libertà.

Sentinelle, ora silenti ora schiamazzanti, tra la ruvida pietra e il riflusso dell'onda.

Il mare è un brusio dolce nel primo mattino, la risacca il giusto ritmo per prendere il passo, specchiandosi fugaci.

La Via della Costa si fa scoprire tortuosa. In silenzio, studiamo il percorso scritto.

Sulla cima ti senti tutto, e nulla. Non ci sono barriere con te stesso. Non c'è spazio per astrazioni, non c'è chiacchiera o distrazione. Tu e la tua fatica. E la vittoria.

Gatti, signori della calma, esperti delle coccole, naturali padroni di casa. E imbonitori di camminanti.

Signore, non capisco questa confidenza. E' la mia mela, è la mia focaccia. Questo è tradimento!

In auto non li vedi. Le stazioni sono basse. Le autostrade sotto terra. Gli aerei oltre le nubi. I giardini e i silenzi di una nuova primavera sono qui, immoti, ad attendere la lentezza e la pazienza di un viandante.

Se il buongiorno si vede dal mattino...credevi in un sentiero, e invece era un giardino!

Non si resiste a piccole soste furtive per cogliere il fiore di questa primavera e dei suoi frutti arrossati dal sole.

Un colpo d'occhio immenso, fitto e perfetto. Ogni piccola pietra conta nulla. Insieme, aprono la via sfidando i secoli.

Ad ogni sosta, qualche appunto, un pensiero, riprendo fiato. E faccio amicizia.

In cima a Santa Giulia, sopra Lavagna. "Sono gocce di memoria", piccoli tesori che sfioriamo, intuiamo, proviamo a portare con noi, ad arricchire il senso di tutto ciò per cui camminiamo.

E per un attimo mi sento Alice precipitata nella tana del Bianconiglio. Cosa avrà mai da dirmi questo fiore dalla smorfia stregata?

Verso Sestri Levante. Svolte.

"...ristare, non guardare oltre, sognare."

Rovine di San Rocco, verso Sestri Levante. Il tempo ha preso queste goffaggini umane spalacandone finestre da cui si vede il mondo.

In arrivo a Sestri Levante. E' sentiero...ed è città. Dal monte al mare, dal ciottolato alla ferrovia, dal silenzio alle macchine, dalle piante ai palazzi. Liguria, terra scesa al mare...

Sguardi eloquenti.

Da Rivatrigoso saliamo verso il Monte Moneglia, suscitando la curiosità di nuovi camminatori.

Nella torre d'ombra, con indugio, scruto la luce del grande fuori, come piccola vedetta.

 

Vedetta. Unica traccia umana, oltre al sentiero, è una torrette in punta, alle pendici del monte Moneglia.

C'è voglia di raccontare. E' sufficiente una facile domanda per liberare il racconto, la trasmissione di una saggezza antica e di una memoria preziosa, che nessuno oggi sembra essere interessato a scoprire.

E' la natura stessa a giocare con noi, spesso accogliendoci con regali che non meritiamo.

Ma quello...è uno struzzo?!

Un breve torpore, nel silenzio del primo pomeriggio, tra i colli boscosi di Framura, dopo un pasto frugale. Un attimo di nulla, sospesi e accompagnati dai grilli. Poi, si riparte.

Nel borgo in salita di Framura, vecchi casolari conservano storie nella muta pietra erosa dal vento salmastro.

Molti i momenti bui del cammino. Si ha la sensazione di rischiare il tunnel senza fine, la perdita di motivazione, il cedere allo sfinimento, l'accumulare fastidio dei compagni. La strada passa anche da qui. E da qui, insieme, si raggiunge l'uscita dall'altra parte.

Un vecchio albergo abbandonato accoglie i camminanti a Levanto. Qualcuno scherza: "è il nostro destino, occupiamolo!" Non date un'idea simile a Moresco...

Levanto. Sono proprio nomi di alberghi, o le esatte parole chiave di Stella d'Italia?

La stella, regalo dei compagni di viaggio. La croce, segno così spesso incontrato per queste vie di Liguria, simbolo delle fatiche e delle sofferenze di questo mondo che è dovere di ciascuno ricordare, e mettersi a servizio per cambiare.

Beverino. Tracce di paura e impotenza, dove la stessa strada si sbriciola sotto i tuoi piedi.

Camminare è dimostrare a se stessi di sapere sempre scoprire il mondo con gli occhi di un bambino.

Immagina la piena.

Il duro asfalto prova le gambe. Ricuciamo distanze che nessuno percorre più coi piedi.

E ogni passo conferma quanto sia unico e prezioso questo cammino per l'Italia che non si vede mai.

 

STELLA D’ITALIA – 1 – QUESTO CAMMINO E’ RESPIRARE VITA NUOVA

Stella d’Italia – Braccio Nord Ovest
GENOVA – RECCO | domenica 27 maggio 2012
25 km – 40 camminanti

I camminanti a Quarto dei Mille: da unire il Paese a sognare di ricucirlo.

 

In più di 40 abbiamo dato il via questa mattina alla prima tappa del braccio Nord Ovest di Stella d’Italia. Ieri pomeriggio 20 camminanti provenienti da Milano, Torino, Bergamo e altre città per partecipare alla partenza sono sbarcati alla stazione di Genova per esser portati nel pieno del centro storico più grande d’Europa, tra i vecchi caruggi di odori e palazzi antichi, inquieti vagabondi e fiumane di persone.

Alla Festa della Maddalena, organizzata da ragazzi Scout, Libera e associazioni di quartiere, i camminanti hanno potuto cenare gratis coi prodotti di Libera Terra, ascoltare musica, sentire storie di quartiere e passeggiare a stretto contatto con la Genova multietnica e speziata, attiva e giovane che si riappropria del suo presente per farne una musica intrisa di passione.

All’imbrunire, una lunga salita a serpentina in autobus ci ha portati al convento del Movimento Ragazzi di Oregina, in collina dritti sul mare, ad ammirare la Genova notturna dei poeti e dei cantautori, costellata di luci in bocca al mare scuro.

Questa mattina alle 8’30 ci siamo radunati in piazza della Commenda di Prè, un tempo ospitalizio dei pellegrini e dei navigatori, che rimaneva fuori da una delle più antiche cinte di mura, e aveva innanzi una spiaggia di morbida sabbia dove oggi sono moli e pietre chiare.

E così, Stella d’Italia è partita anche da qui.

25 chilometri di marciapiedi ora molto larghi ora molto stretti ci hanno visti chiacchierare, conoscerci, restare in silenzio, guardare e respirare con passione, con tanto umorismo, alto morale e serenità palpabile. Celebrare coi piedi l’unione fisica di posti in cui non si è mai passati tutto d’un tratto, di luoghi al nostro ricordo spezzettati, come posti a sé stenti e invece ora uniti da un unico passaggio, è qualcosa che si può solo provare. Raccontarlo, può stimolare a provare. Non sostituire.

Basta qualche passo di questo cammino cui si arriva per curiosità, passione civile o politica, amicizia o fiducia, qualche misero passo nella stessa direzione, per sentire in ogni parte del proprio corpo qualcosa di nuovo, di sempre frizzante, di mai prevedibile e poco spiegabile. C’è dentro il ritorno all’armonia con l’ambiente, il vedere posti nuovi, il conoscere, l’incontrare, c’è il tempo di scambiare pensieri coi propri amici, o di gettare ponti con persone mai viste prima, c’è il clima di fare le cose assieme, ma anche di condividere le proprie personali idee, le diversità, le preferenze. C’è lo scambio generazionale, l’impegno fisico, civile, politico, la passione profonda, la semplice curiosità. C’è dimostrare a se stessi che si è capaci a fare qualcosa di nuovo, a osare, a mettere fuoco vivo in una direzione mai esplorata. C’è decidere le proprie priorità, nel dire: faccio una tappa. Ci provo. Sperimento.

Troppe volte ci sentiamo responsabilizzati dai nostri vincoli, impegni, legami al punto di scoraggiare noi stessi a non considerare nemmeno l’idea del cammino. Partire, nella testa e poi di fatto, è ciò che dà più fatica. Chi può, chi potrebbe, chi ha sempre pensato di non potere, provi a valutare, per un solo istante, di farlo. Di fare una cosa nuova. Dare un pezzetto di se a qualcosa che gli ispira fiducia.

“Ma come avete fatto?!” ci ha chiesto sconvolta ed entusiasta un’anziana signora a Recco, al nostro arrivo.

“Un passo dopo l’altro, signora” hanno detto due o tre di noi a tempo.

Un passo dopo l’altro.

Lo scrittore Antonio Moresco che ha ideato Stella d'Italia

 

 

 

[foto di Luca D’Alessandro] 

  Vai al sito ufficiale di Stella d’Italia per tutte le informazioni 

LA NOTTE DI NATALE TRA CHI VIENE DALLA STRADA

E’ la notte di Natale.

Il Natale delle luci e dei negozi si è spento, rimasto fuori da queste mura, dal cuore dei bambini nelle case.

Il Natale della neve e dei folletti aleggia in immagini, musiche e addobbi, creando quella atmosfera di leggende che ci porta in alto oltre le nubi, su una slitta trainata da renne.

Il Natale di un cucciolo d’uomo, chiamato Gesù da una ragazza madre stanca e felice; egli riposa, piange e ride tra la paglia di una stalla, nella povertà.

Il suo è il Natale degli ultimi, quello di chi il freddo della strada lo ha conosciuto bene, di chi arranca ancora su ferite e tradimenti che lo hanno sbalzato di sella, di chi dalla semplicità dello stare insieme e del tornare a mettersi in gioco ricostruisce la propria speranza.

E’ la notte di Natale, qui alla Treccia, tra donne in cerca della propria via, per risalire da cadute difficili solo da immaginare, figurarsi da raccontare. Non conosco le loro storie, ma vedo i loro volti, ascolto il loro ridere, mi donano la loro presenza.

Questa è la loro notte, la notte degli ultimi.

Sugli ultimi di questo mondo, stanotte brilla una stella.

 

Giandil

25 dicembre 2011 ore 00:05, La Treccia

dormitorio femminile di accoglienza per persone senza dimora

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