PRIMA TAPPA, GUARDIA

Monte Figogna

Salire al monte Figogna, sopra la Valpolcevera di Genova, è una delle cose più ripide che si possano fare “dalla città”. Come arrampicarsi su un davanzale sospeso alto sul mare, e man mano che si avanza verso il belvedere, sentirsi circondare, strusciare dalle piante selvatiche e da tentacoli di silenzio. La città così vicina, di cui non giunge alcun rumore. Il mare così vicino, di cui non senti il sapore. Quando nel tardo pomeriggio la nebbia come fumo vorace si dispiega a lambire la cima, non si vede più niente. E’ davvero la palla di cristallo, dove fuori della casa, della chiesa, del piazzale, oltre le ringhiere il nulla, che aspetta caotico e spietato. Il mondo non c’è più, il mondo è da disegnare.

 

E in fondo è un pò questo che sono andato a ragionare alla Guardia. Lassù, vicino ma lontano dalla mia Genova, sono stato tre giorni ospite del mio amico Marco. Una persona generosa, semplice e profonda, con lo sguardo sottile e le mani grosse cha agita in aria quando parla appassionato. Un amico che a oltre 70 anni non smette di cercare, di interrogarsi, di fare proposte per aprire strade nuove. Mai chiudendosi nel circolo dei “saputi”, nello studiolo dei teorizzatori, ma sempre a metà fra il ragionare sul dialogo, il confronto, le relazioni al nostro tempo, e la chiacchierata con l’anziana signora di turno che non sa dove sbattere la testa, a chi chiedere un consiglio.

 

Abbiamo passato ore a chiacchierare, mentre fuori dalle finestre il fumo bianco si assottigliava a tratti lasciando intravvedere pennellate di casette, giù a valle, 800 metri più sotto. Le volte che sono uscito era piacevole fare due passi solitari ora sul piazzale, ora sotto gli alberi, o sotto i portici. Ma più bello è stato il Sentiero della Contemplazione, un tappeto d’erba e foglie dolce, che gira attorno al monte aprendo nelle curve gli scorci più infiniti, infilandoti la testa in gallerie boscose degne del profondo Nord. Non un rumore, non un disturbo, si percorre piano, gustando se stessi, cercando un senso nel cuore, sognando l’armonia con il tutto, senza nemmeno accorgersi di girare attorno al monte. Ci si ritrova sulla strada principale, delusi che sia finito troppo presto.

 

Ho passato una serata giocherellando con un bimbetto di nome Karol, raccontandogli storie, facendomi spiegare i suoi disegni. Mi sembra ancora di sentire la sua vocina che prova a mettere insieme il mio nome. Altre volte ho incontrato gli sguardi e i capelli bianchi dei volontari che da anni danno un pezzo della propria vita e del proprio animo per stare qui ad accogliere chi arriva. Sotto gli alberi Marco si è inventato una sorta di parlatorio aperto a tutti, a chi viene e a chi va, butta lì qualche spunto, qualche provocazione, finchè inziano a farsi avanti, la signora di mezz’età, l’anziano pensieroso, la coppia che passava di lì. Ognuno a dire la sua, a raccontare qualcosa, a mettere giù un problema, una fatica, un divertimento, una speranza.

 

Le mie ore lassù sono trascorse quiete, tra parole dette, molte ascoltate, sogni biascicati e visioni e idee, il silenzio del vento e l’incerto della nebbia, qualche incontro, qualche passo, sguardi ampi sull’orizzonte del mare, una lettura e una risata, un pò di vita. Tra i miei scritti, i miei pensieri, l’incertezza del senso, del domani ma spesso anche dell’oggi, i desideri forti e deboli, l’aridità e qualche risveglio, la sensazione di essere in viaggio, e di dover viaggiare. Per imparare sempre di più a fermarmi, con passi lenti, capaci di stare, capaci di sentire e di dire “oltre”. Di stare da soli, di affiancarsi ad altri.

 

Sono sceso a valle stamattina, all’alba. Nessuno in giro, cielo limpido e aperto, colli verdi e strade lontane, il luccichio del grande azzurro, oltre la costa. Con qualche libro in più e qualche albicocca in meno nello zaino scuro, sono sceso a piedi, per i sentieri assopiti e la quiete del mattino, fino al primo paese. Lì ho provato a chiedere un passaggio, sulla strada. Sono diffidente, poco convinto, ogni volta che mi metto in testa di provarci. Chi dovrebbe andarsi a fidare, oggigiorno…? Neanche un minuto. Si ferma un’auto, scende una signora anziana: “Vieni, vieni, libero i sedili dietro…!” Suo marito guida, sorride. Ha un dito fasciato, sarà stato qualche lavoretto nell’orto, o con gli attrezzi… Mi raccontano di loro nipote, 24 anni, anche a lui piace camminare, andare in giro così, in ricerca e in cammino.

“Siete bravi ragazzi, non se ne trovano tanti come voi…”

 

Arrivo alla fermata dell’autobus per guadagnare il centro esattamente all’ora che mi ero prefisso. Gente di poca fede che siamo. Prima di scendere stringo loro la mano, li ringrazio con forza. Agostino e Sandra. Non mi dimenticherò i vostri nomi. Voi che oggi, semplici in un mondo indistricabile, siete stati la mia piccola provvidenza.

Pubblicato da Giandil

Un viandante, narratore e cantore, in cammino e in ricerca dell'armonia del viaggio-incontro. Sulla via del ramingo, nel rifugio della semplicità. Giacomo D'Alessandro (Genova, 1990) vive a Genova e Pavia. Ha frequentato il Liceo Classico Colombo, studia Comunicazione Interculturale e Multimediale all'Universitá di Pavia e Scienze Religiose all'Istituto Superiore pavese. Appassionato di libri, viaggi e incontri, scrive articoli e commenti d'attualitá sul blog www.fiatocorto.blogspot.com, e racconti di fantasy e narrativa (alcuni pubblicati nella raccolta "Il Canto di Osner e altri racconti" (ed. Albatros Il Filo, 2010). Nel 2006 ha creato il blog www.cantodelramingo.splinder.com, un luogo e diario di camminate, pensieri e spiritualitá. Una naturale fortezza per raminghi di ogni tipo e provenienza.