SECONDA TAPPA, CASTELLO DI SAINT OYEN

Quando io e Fede siamo scesi dalla corriera non ci saremmo mai aspettati di venire accolti in un castello. Chateu Verdun, con le sue salette e saloni in legno e pietra, le lampade alle pareti e nel giardino una fonte ombreggiata da un maggiociondolo di 800 anni, accoglie pellegrini da dieci secoli.

Salendo da Aosta verso il passo del Gran San Bernardo si raggiunge Saint Oyen e si scende verso il fiume. Vi siamo rimasti tre giorni, ospiti del mio amico Matteo, un trentenne sveglio, sempre allegro e pronto a sobbarcarsi qualsiasi necessità, generoso e determinato nel trattamento principesco che ci ha riservato.

Con lui abbiamo passato pacifiche serate nel giardino, a perdere lo sguardo nel rosato tramonto di fondo valle, dove le cime si perdono e la strada si sfuma.

Appena arrivati ci siamo incamminati sul fiume, e consumato un pasto frugale in una macchia di alti pini abbiamo imboccato alla cieca uno dei sentieri. Due ore dopo spuntavamo dal bosco in cima alla Tête de Bois (2250 metri), con l’intera valle ai nostri piedi e i nevai resistenti sullo sfondo delle vette. Poco prima, in una radura scoscesa intenti a riprendere fiato, ci eravamo trovati davanti uno splendido cerbiatto, ignaro e bellissimo, sparito alla vista in un attimo con la grazia di una visione.

Al ritorno, la chicca. Uno va in un paesino sperduto della Val d’Aosta un giorno qualsiasi, e chi incontra a passeggiare? La Roncallo! La geniale e indimenticata professoressa di matematica e fisica dei miei anni di liceo… Una persona di cui è difficile farsi un’idea, perfetta nelle spiegazioni, spietata nelle interrogazioni, e al contempo capace di perle impagabili. Entrando in classe: “Buongiorno bambini, ma che bell’aula che abbiamo!” “Prof, è la stessa da cinque mesi…”. Uscendo: “Arrivederci bambini, buon weekend!” “Prof, ma è martedì…”

Anche a Chateu Verdun non sono mancate le burle. Una simpatica signora di 80 anni, parcheggiata dai figli tutta l’estate alla casa di accoglienza, ha regalato emozioni tra il suo camminare arzillo che la portava ad andare in gita alle 9 di sera, e la sua vista ciecata per cui parlava dieci minuti con una persona per poi scusarsi dicendo di stare cercando un altro.

In questo luogo dove il tempo sembrava non avere fretta, ho preso il giusto tempo del camminare, del mangiare, del riposare, del chiacchierare, dello scrivere e leggere. Ho ascoltato le nuove avventure di Matteo, che da pochi mesi qui in valle insegna ai ragazzi delle superiori, gestisce questa casa, prende le misure del suo nuovo percorso nel tentativo di mantenere la libertà di dire ciò che pensa, proporre ciò che ritiene, agire in maniera corretta. E’ la sfida delle relazioni, del costruire, che raccontata da lui, con ottimismo e simpatia, mi si è rinfrescata nella sua bellezza, nella sua difficoltà, nella sua speranza.

Con Fede il secondo giorno siamo saliti per la strada e poi i sentieri al famoso Passo del Gran San Bernardo, col suo lago spazzato dal vento freddo, rimasugli della grande neve invernale, le bianche case dove addestrano i celebri cani da soccorso e grandi prati costellati di rocce in ogni direzione. Milleduecento metri di dislivello solo a salire, da Saint Oyen. E sempre troppo pochi gli incontri sul sentiero… Troppo poche le persone che vogliono fare una passeggiata più o meno lunga tra le bellezze della terra, che la montagna per la sua impervia ancora mantiene quasi immacolate.

Annesso al castello c’era un monastero di monache benedettine, una quindicina, con le quali alcune volte abbiamo fatto la preghiera della sera. Matteo mi ha suggerito di fare due chiacchiere con la priora, madre Agnese, che mi ha accolto gentile per raccontarmi un po’ della loro vita, del loro senso, della sostanza della loro chiamata. A mia volta le ho raccontato del mio viaggio, della mia ricerca, chiedendo qualche consiglio su come ritagliarsi spazi di “deserto”, di riflessione, per mettere ordine e gustare le tante cose di ogni giorno, nella quotidianità, senza lasciare che questi luoghi siano contaminati dal fervore e dalla fretta, ma siano oasi rigeneranti nel tempo. Con Agnese abbiamo parlato tanto anche delle potenzialità e dei rischi della nostra “era della comunicazione”, con le sue impensabili tecnologie, le possibilità, i canali, e il sottile crinale sempre da riconoscere che separa l’uso dall’abuso, lo strumento dal fine a se stesso.

E’ nella natura dell’uomo attingere la gioia dalla sorgente dell’incontro. Un incontro vero, fisico, spirituale, intellettuale, cui si approda dal mettere i piedi in strada, per “andare incontro”. Questo è stato a Saint Oyen, seconda tappa del mio viaggio. Dove tanto ho attinto, per andare avanti fresco nei sogni, ancorato alla realtà, innamorato dell’umanità.

Pubblicato da Giandil

Un viandante, narratore e cantore, in cammino e in ricerca dell'armonia del viaggio-incontro. Sulla via del ramingo, nel rifugio della semplicità. Giacomo D'Alessandro (Genova, 1990) vive a Genova e Pavia. Ha frequentato il Liceo Classico Colombo, studia Comunicazione Interculturale e Multimediale all'Universitá di Pavia e Scienze Religiose all'Istituto Superiore pavese. Appassionato di libri, viaggi e incontri, scrive articoli e commenti d'attualitá sul blog www.fiatocorto.blogspot.com, e racconti di fantasy e narrativa (alcuni pubblicati nella raccolta "Il Canto di Osner e altri racconti" (ed. Albatros Il Filo, 2010). Nel 2006 ha creato il blog www.cantodelramingo.splinder.com, un luogo e diario di camminate, pensieri e spiritualitá. Una naturale fortezza per raminghi di ogni tipo e provenienza.