DECIMA TAPPA, UN ARSENALE A TORINO

Sermig Torino

Sono sbarcato a Torino una fredda mattina prima di Natale, con la gente accalcata nelle strade larghe, tra palazzi squadrati. Torino è così, stradoni e stradine disegnate con antico righello, corolle di monti innevati in squarci di orizzonte, e il fiume Po a dare respiro prima della salita sui colli. Procurata una mappa, mi avvio per sterminate passeggiate incantandomi qui e là di fronte a rovine o monumenti straordinariamente possenti. L’aria è frizzante e il cielo striato di nubi poco convinte, mentre costeggio la Dora fino ai cancelli dell’arsenale.

E’ uno dei primi grandi complessi ad aver portato in Italia l’industria bellica moderna, più di un secolo fa. Oggi sulla facciata ridipinta campeggia un’enorme bandiera composta di tutte le bandiere del mondo, su cui domina la scritta azzurra “PACE“. Già, questo posto grazie alla fiducia e alla speranza di un gruppo di famiglie e di giovani è stato “rivoluzionato”, negli anni ’80. Preso in stato di abbandono, trasformato in una comunità accogliente, in un servizio missionario per giovani.

Qui trovo ospitalità per alcuni giorni, aiutato da Paolo a guardarmi attorno e fare incontri significativi per il mio cammino. Lui qui si occupa dei contatti e del soggiorno dei gruppi di giovani che da tutta Italia arrivano, mi dice circa 15mila all’anno.

Conduco le mie passeggiate tra momenti di riflessione e riposo, di incontro con altri ragazzi, pasti comuni e giri all’esterno, per la città. Un pomeriggio mi chiedono di aiutare nel doposcuola, e mi ritrovo insieme ad altri volontari a ricevere e seguire una frotta di ragazzini, quasi tutti immigrati di seconda generazione, dal quartiere, che trovandosi sopra Porta Palazzo è uno dei più multietnici di Torino.

La mattina seguente mi immergo nel quartiere alla ricerca di un Centro dove lavorano molto sul dialogo interreligioso e interculturale. Grazie ad una bicicletta offerta in prestito mi spingo più lontano ancora fino alla grande sede del Gruppo Abele con tutte le sue attività, tra cui la famosa rete Libera. Nel pomeriggio faccio la conoscenza di uno dei fondatori del settimanale Riforma, delle chiese evangeliche, valdesi e metodiste, alla scoperta di una minoranza preziosa e dei suoi contributi assolutamente interessanti.

Riporto la bici alla mia amica Serena, che fa la maestra in una scuola elementare oltre il fiume, anche se è napoletana e da anni collabora col Centro Hurtado di Scampia, dove l’ho già incontrata quest’estate.

C’è anche il momento “little Genova”, con la serata passata in compagnia degli amici Lorenzo, Simon e Caterina. Con Lorenzo ci arrampichiamo (letteralmente, perdendoci al buio) su per un bosco fino ad un belvedere su Torino, in riva al Po, discutendo di viaggi, letteratura e politica.

 

Ho passato cinque giorni (sembrano pochi a dirlo) estremamente ricchi ma anche vagabondi, come lo stile di questo mio viaggio-incontro si riconferma ogni volta. Nel freddo dell’inverno a due passi dal Natale, con un clima che si palpa “diverso”, più euforico, più spensierato, ho consumato le suole sui lunghi marciapiedi della pianura di città, tra l’oasi sempre in fermento dell’arsenale e qualche appartamento sperduto dove mi sono presentato quasi a sorpresa per incontrare, conoscere, chiacchierare. Ho confuso il mio volto tanto nelle viuzze dello shopping centrale quanto nei vicoli mescolati dei quartieri “bassi”.

In una Torino cosparsa di estensioni e silenzi, acque scivolanti e colori pallidi, ho affacciato il mio volto e un cuore su cui si battono con egual destrezza la felicità di questo vagabondare dominante – iniziato oramai a giugno – e la fatica di portare sempre più “bellezza e conoscenza” da tutti questi incontri, senza il tempo ancora di fare ordine e sedimentarne il significato.

Mi guardo allo specchio e ciò che ottengo è un sorriso tirato. Verrà il tempo del lungo ritorno, ora mi trovo nuovamente ad andare. E’ un andare leggero, quello che tento, spensierato pur in una precisa ricerca. Un andare col mio vero volto, senza maschere, per un incontro di persone autentiche, senza veli. E’ questo in fondo che Ernesto Olivero, fondatore dell’arsenale, mi ha lasciato scritto sul diario di viaggio:

Noi parliamo 

prima di tutto

con la faccia

vacci dietro “alla tua”

difendila

e ti stupirai…!

18-12-12 Ernesto Olivero

 

Pubblicato da Giandil

Un viandante, narratore e cantore, in cammino e in ricerca dell'armonia del viaggio-incontro. Sulla via del ramingo, nel rifugio della semplicità. Giacomo D'Alessandro (Genova, 1990) vive a Genova e Pavia. Ha frequentato il Liceo Classico Colombo, studia Comunicazione Interculturale e Multimediale all'Universitá di Pavia e Scienze Religiose all'Istituto Superiore pavese. Appassionato di libri, viaggi e incontri, scrive articoli e commenti d'attualitá sul blog www.fiatocorto.blogspot.com, e racconti di fantasy e narrativa (alcuni pubblicati nella raccolta "Il Canto di Osner e altri racconti" (ed. Albatros Il Filo, 2010). Nel 2006 ha creato il blog www.cantodelramingo.splinder.com, un luogo e diario di camminate, pensieri e spiritualitá. Una naturale fortezza per raminghi di ogni tipo e provenienza.